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Viaggiare in moto, grazie a tutti!

Per i più attenti, in mezzo piccolina la mia moto

Il mio primo viaggio in solitaria è terminato da una settimana.Viaggiare in moto sulla mia Africatwin rd04 (Mefishmuskì per gli amici) è stato meraviglioso. Adesso è tempo di ringraziamenti prima di partire col nuovo progetto. Un grazie speciale va a chi mi ha letto in questo mese. Siete stati circa 6000, si avete capito bene 6-0-0-0-, inutile dire quanto questo mi spinga ad andare avanti nella speranza che voi possiate essere sempre di più. Un grazie speciale va ai miei amici e alla loro telefonata con skype mentre mi trovavo a Sidi Ifni alle prese con la pompa di benzina. Un grazie speciale a Giorgio e al forum Africatwin, tutti preziosi in quei momenti di paura. Pochi giorni prima di partire Roberto di OnlyBike a Milano, si è offerto di darmi per il viaggio in prestito nel caso ne avessi bisogno un regolatore di tensione e una membrana del carbutore. Grazie a Dio le ho riconsegnate senza bisogno di doverli usare. Mi hanno dato forza e sicurezza durante il motoviaggio, grazie Roberto di cuore. Ancora grazie a Claudio di Xracing, la sua marmitta ha lavorato in maniera superba e senza db killer col suo sound rotondo e corposo è stato musica per le mie orecchie. Spero voglia anche aiutarmi nel prossimo progetto. Grazie a Soleterre, per l’aiuto ma soprattutto per l’opportunità che mi ha dato di vedere un Marocco diverso da quello turistico, il Marocco fatto di persone “normali”, persone che non vedono per prima cosa in te il turista da spennare. Grazie a Marco 1 e Marco 2 di Futa Race, col loro check prima della partenza mi hanno fatto lasciare l’Italia con più sicurezza. Se siete a Bologna o nelle zone andate a trovarli e portate un saluto a Topo, il cane di Marco. Sono bravi, competenti e sempre pronti alla giusta risata. Il grazie più grande alla Tucanourbano, in questi giorni sto lavorando alle foto che darò loro. Non m istancherò mai di dirlo, grazie ai loro prodotti il mio viaggio è stato reso possibile e confortevole. Tutto quello che mi hanno fornito non hanno mai tradito, non ha mai ceduto di un colpo, sempre all’altezza della situazione. Spero di poterli avere ancora con me a bordo nel prossimo motoviaggio.

Dovevo andarci?

Una domanda che non mi fa dormire da quando sono tornato, il camping a Bhaibah, posto dimenticato da Dio ma non dal vento. Questa è l’indicazione che trovai sulla strada, ma voi ci avreste dormito?

Grazie di cuore a tutti, questo blog esiste anche grazie a voi!
Daniele & Mefishmuskì

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Ait-Benhaddou

Il mattino è benedetto da un sole caldo qui ad Ait benhaddou. Lo vedo entrare nella mia stanza attraverso una fessura tra le tende. Non credo ai miei occhi, nel dormiveglia confondo il giallo con qualche riflesso dei vetri colorati. Mi alzo, dopo un giorno sotto l’acqua i miei vestiti sono umidi e le mie borse necessitano di sole e calore! Spalanco la porta, pochi secondi affinchè i miei occhi si abituino alla luce, e davanti a me un blu e un panorama che la sera prima non avevo assolutamente notato. Sono ad Ait- Benhaddou, una delle Kasbah meglio conservate di tutto l’Atlas, qui hanno girato diversi film registi famosi, Ridley Scott col suo “Il gladiatore” su tutti. Non vedo ancora la kasbah, dista dieci minuti a piedi, ma davanti a me lo spettacolo dell’Atlas innevato accompagnato da un’aria fresca e frizzante tipica del dopo tempesta. Mi volto sulla destra, come lucertole al sole, i muratori che lavorano al rifacimento di una stanza sono appoggiati al muro godendo del calore che il sole regala. Corro in camera, prendo la macchina e chiedo il permesso di fotografarli. Sono indecisi qualcuno si, qualcuno no, schiaccio il tasto, si apre l’otturatore, immortalati e con me per sempre. Rachid arriva col suo sorriso, in terrazza è pronto il tavolo con la mia colazione, mi porta un caffè nero, niente a che vedere col nostro italiano, ma buono e confortante appena svegli.

Arriva anche Abdou, entrambi gentili e sorridenti come al mio arrivo. Ho digerito senza problemi l’ottimo couscous con verdure e manzo che mi hanno servito la sera precedente, mi sento un leone, la luce è bella ed io riposato dopo ore di pioggia, freddo e fango. Come una brava massaia marocchina stendo tutto quello che posseggo sul muro caldo. Visto da fuori l’albergo sembra una delle tante case che ho visto nelle zone agricole intorno a Settat sempre con i loro tappeti appesi ad asciugare. I proprietari non fanno una piega, anzi mi aiutano a sistemarli, benedetta accoglienza marocchina! Prendo la mia canon e mi dirigo a visitare la Kasbah. Rachid mi guida per un pezzo “adesso vai a destra, tout droit”. Cammino pochi metri e davanti a me una meraviglia che ha il potere di lasciarmi senza parole per pochi secondi. Il fiume ai piedi del vecchio centro abitato è pieno e reso marrone a causa delle piogge abbondanti dei due giorni precedenti. Un servizio a pagamento permette con gli asini di percorrere i venti metri di acqua che mi dividono dalla kasbah. Nel punto più alto non credo superi i 40 cm. Osservo il tragitto che i berberi fanno fare ai loro asini per trasportare i turisti che a fatica riescono a cavalcarli. Osservo le loro zampe, non si immergono mai troppo. Studio la traiettoria, osservo i miei stivali, non mi hanno mai tradito e non lo faranno neanche in questa circostanza. Cammino nel fiume, scatto qualche foto, raggiungo l’altra sponda con i piedi perfettamente asciutti. Gli sguardi dei condottieri di asini mi hanno seguito dal primo passo. Con la macchina fotografica in mano speravano forse in una mia caduta per poter dire “ecco ciuccio italiano, prendevi l’asino e ti risparmiavi questa belle figura di m….”. Invece supero il guado, arrivo, saluto e incasso la vittoria. Pago 10 dirham e visito questo gioiello del XVI sec, perfetto esempio di pisè, la tecnica che usano tuttora per costruire le case. I mattoni sono realizzati con un misto di fango, paglia e sassolini di fiume. Tengono bene, la kasbah lo conferma e qui d’altronde non piove molto. I due giorni precedenti sono stati i primi dall’inizio dell’anno. “Sono proprio stato fortunato” mi dice Aziz dal bar dove scatto le prime foto, “senza pioggia il fiume sarebbe stato secco”. Eh già proprio una bella fortuna, peccato che per giungere qui abbia visto l’inferno! Impiego un’ora circa a scattare fotografie e ritorno in albergo. Preparo per l’ennesima volta i miei bagagli asciutti e sono pronto a partire. Nel frattempo la strada a Tizi-n-tichka è stata riaperta. Decido lo stesso di seguire il percorso giallo sulla mia mappa, quello che ieri mi sconsigliavano tutti. Il sole è davvero forte e se un po’ d’acqua dovrà esserci questo caldo di sicuro l’asciugherà. Naturalmente la previsione è sbagliata, non so dove porti quella strada, non so che alla fine della stessa raggiungerò i 2270 metri e sarò in mezzo alla neve. Percorro i primi chilometri in un paesaggio stupendo, questa è di sicuro la strada più bella che abbia percorso da quando ho iniziato questo motoviaggio. Complice la luce, complice il pisè che con tutto quel sole dona alla vallata un aspetto che non avevo mai notato in nessuno dei miei viaggi. Sono davvero sereno e sto bene, il paesaggio è meraviglioso, la moto, un’africatwin rd04 del 1991, regala solo emozioni e ormai dopo aver raggiunto i 4000 chilometri in terra marocchina con il mio motoviaggio sento sia arrivato il momento di darle un nome. Ci pensavo già da giorni ma il numero 4000 sul mio gps mi fa capire che non c’è più tempo da perdere. Mi fermo, siamo soli io e lei, la mia compagna, colei che ha retto il mio sedere per un mese senza sosta. Mefishmuskì ,ecco il suo nome, da oggi sarà Mefishmuskì. “Non c’è problema” vuol dire in marocchino ed in effetti a parte la pompa della benzina (non originale Honda tra l’altro, ma da me adattata da un piaggio Beverly 250) non mi ha mai dato un problema. Non potrebbe esistere nome migliore, prendo dell’acqua marroncina da una pozzanghera e la battezzo. Jallah, è tempo di andare! Davanti a me il paesaggio inizia a cambiare, ho già percorso quarantacinque chilometri, ne mancano ancora quindici alla tappa intermedia e le montagne di neve che al mattino vedevo in lontananza mi sono molto vicine, troppo vicine, in poche parole ci sono dentro. Davanti a me dopo pochi metri il primo guado. Se a valle l’acqua grazie al sole era evaporata, qui grazie allo stesso sole è la nave a sciogliersi e a rendere i simpatici rivoletti d’acqua fiumiciattoli. Ne attraverserò tre durante i rimanenti chilometri. Ogni volta la stessa scena. Fermo la moto, scendo a sondare con i miei stivali il fondo e l’altezza, fattibili. Ripenso a tutto quello che ho visto nei video su come guadare, dove tenere il peso e mi sento sicuro. Ho inoltre applicato la tecnica di Chris Scott e il suo Overland Sahara: “meglio stivali bagnati che moto e tutto il resto bagnato”. Pronti a partire! Al primo guado un po’ mi tremano le gambe, accendo la moto, innesto la prima ma passa qualche secondo prima di rilasciare la frizione, mi faccio forza e accarezzo il serbatoio di Mefishmuskì con la mia mano sinistra come fosse un purosangue. Rilascio la frizione, ho già studiato dove far passare la moto, va tutto bene, peso indietro e sguardo avanti, passo il piccolo guado, io e Mefishmuskì siamo ancora più uniti.

Raggiungo i 2270 metri, Tiz-n-tichka, intorno a me solo la neve e qualche venditore di rocce troppo colorate e troppo fosforescenti per essere vere. Ho raggiunto il punto più alto di questo motoviaggio e sono a centonove chilometri da Marrakech. L’orologio segna le due del pomeriggio, duecentoottanta chilometri mi separano da Settat, il quartier generale di Soleterre. Sento quel posto come fosse casa mia, decido che passerò lì la notte, una bella doccia calda, cibo italiano e se sarò fortunato una birra. Percorro pochi chilometri e le nubi che negli ultimi minuti avevano deciso di assumere la tonalità grigia, iniziano a scaricare in terra acqua e ancora acqua. Rimetto il completo antipioggia tucanourbano e la copertura arancione alle mie sacche laterali. Inizio la discesa a valle con una certezza:questa pioggia inizia proprio a rompere le palle! Continua a leggere

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Sidi Ifni

il mio camping ad Aglou

Ultima tappa direzione Sud, meta Sidi Ifni. Consigliano i locali di non andare oltre, in tutto il sud c’è un po’ di fermento e da Soleterre per vie ufficiose mi dicono che a El Ayun c’è il coprifuoco da una settimana e non fanno entrare nessuno. Dal paradiso dei fricchettoni verso l’ex colonia spagnola sono circa 200 km di noia mortale. Il paesaggio è piatto e davvero dice molto poco. Appaiono le serre e alcuni negozi sulla strada che vendono concimi e fertilizzanti. La strada diventa una e trafficata fino a Tiznit, tutti devono passare da qui. Due cose tengono il mio cervello in fermento per tutta la durata del tragitto, le zaffate di cipolla trasportate  dai camion che da qui vanno verso il  Nord e la mia moto che da ieri non va per niente. Scoppietta, singhiozza e non riesco ad andare a più di 80 chilometri orari. Va ma molto male, non dovrebbe lasciarmi a piedi ma mi fa perdere la gioia del viaggio, il desiderio di fermarmi per fotografare. Non so cosa fare, sono nella zona sbagliata, qui di moto ne sanno poco. Smanettano solo sui loro perfidi cinquantini di fattura cinese. E’ nelle zone desertiche dove la Parigi-Dakar passava fino a pochi anni fa che trovi meccanici coi fiocchi. Qui siamo lontani e l’idea che possano armeggiare sulla mia moto sapendone meno di me non mi alletta. Decido lo stesso di andare a sud, se tutto andrà male, termino lì il mio viaggio e provo a tornare a Nord verso Tangeri per imbarcare la mia Africatwin.

La moto peggiora chilometro dopo chilometro, quando il gps segna -60 a destinazione sono le cinque del pomeriggio. Sono ad Aglou, località di mare di turismo prettamente marocchino. Qui ormai di turisti c’è ne pochi, solamente camper con targhe francesi con a bordo coppie di una certa età. Passano il loro tempo in  veicoli super accessoriati all’interno dei camping concedendosi breve escursioni giornaliere. Ebbene sia, la moto mi costringe a questa non voluta Miami marocchina. Entrando mi accolgono 20 persone intente a giocare a bocce. Mi dirigo alla reception, 40 dirham al giorno, tutto compreso. Il campeggio è nuovo di pacca, i bagni ottimi, docce supercalde ed inoltre è disponibile il wifi che qui pronunciano “uifi”. Gli ospiti in ogni caso trattano tutto come se fosse casa loro. Questa sarà la mia officina, da qui dovrò ripartire con la moto funzionante, altrimenti il vitello grasso, che di sicuro si sgozzerà al mio ritorno a casa, avrà 14 giorni di vita in meno. Faccio una doccia eterna e mi attacco al “uifi” per comunicare ai ragazzi del forum quello che mi è successo e chiedere aiuto. Tutti sono gentilissimi, Gianfranco, Miky, Perez, captain america e molti altri, nel giro di poche ore arrivano mille consigli su come e cosa fare. Decido di andare a mangiare, orami sono al sicuro, circondato da persone che sento a pelle da domani mi prenderanno in simpatia pensando al fatto che potrei essere uno dei loro figli rimasti” a la maison”.

La tajine d’agnello è ottima e non è quindi quella la causa che non mi fa chiudere occhio tutta la notte. Penso alla moto, ai carburatori che non ho mai smontato e che molti mi dicono possano essere la causa. Si parla di membrana da cambiare. Ho letto tutto il manuale a casa prima di partire e l’ho portato in formato pdf qui con me nel mio computer. Sono 4 del mattino, la tenda è minuscola, accendo il piccolo portatile e faccio doppio clic su “Manuale officina Honda”. Il file si apre, è tempo di studiare. Da domani ci sono solo io a riparare il guasto, o lo faccio, o resto qui in questo paradiso della terza età a vita. All’alba sono già operativo, smonto i fianchetti e inizio l’operazione. Tolgo pezzi che a Milano avrei avuto solamente paura a toccare e inizio a prendere ancora più confidenza con la mia RD04. Passano due ore e già i primi curiosi sono intorno a me. I progressi sperati non arrivano ed in più sono costretto, per buona creanza, ad interagire in francese. Posizionarsi vicino al bagno la sera prima è stata un’ottima mossa per quanto riguarda la pulizia personale, pessima poiché al risveglio mattutino dopo solo 15 minuti, tutto il campeggio sa che c’è un giovane ragazzo italiano con la moto in panne. Passano pochi minuti e arriva Michel, parigino sui 70. Appassionato di moto ha un figlio che ha corso il rally di Tunisia.

Svita di qui, spurga di là, stringi di su ma cambia poco, la Tunisia è lontana da dove siamo noi ed in ogni caso è il figlio ad aver corso il Rally.

Passano proprio tutti oggi, curiosi o semplicemente persone sulla via della “purificazione corporale”.

La moto ha un guizzo di costanza, devo provarla, forse abbiamo risolto. Decido di andare a Sidi Ifni, 60 chilometri da qui. Lascio tutto in campeggi oe porto con me solo l’essenziale. Bello viaggiare leggeri dopo 2 settimane sembra quasi un miracolo. Passo alcune spiagge meravigliose come quella di Legzira e Mirleft. Bellissima la sua vecchia Kasbah distrutta in cima al monte.Raggiungo Sidi Ifni, scatto qualche foto. La città è piccolina e il centro storico minuscolo. Della dominazione spagnola rimangono una piazza carina e pulita e poche case ancora bianche e blu. Il tutto s ivisita foto comprese in 20 minuti. Ho raggiunto il mio Sud, ma la moto ancora non c’è. Mi ha illuso i primi 20 km, adesso spero di riuscire a tornare a casa. Faccio tutto in seconda, se solo metto la terza e do gas tutto muore. Le salite sono un’angoscia. Questi 60 chilometri di costa sono molto belli un sacco di stradine che partono e vanno verso il mare ma con la mia moto prego solo di arrivare alla mia nuova casa. Vado lento come una lumaca ma arrivo, pochi metri prima di entrare in campeggio ho un lampo. E se fosse la pompa della benzina? L’ho cambiata prima di partire però ne ho una di scorta, tentare non nuoce e poi in cuor mio sento che anche il vitello grasso me lo consiglia. Cambio la pompa, la moto rinasce a vita nuova! Gioia intorno a me, tra gli abitanti della piccola Miami. Sono le otto di sera. Questa sera decido di festeggiare con una cena da re. Faccio una doccia e mi dirigo all’unico ristorante sul lungo mare. Esco dal campeggio, il deserto intorno a me, percorro i pochi metri ma una triste sorpresa mi attende, il ristorante ha già chiuso. Alle otto di sera? Ripiego nel negozio di alimentari, trovo solo patatine e delle deliziose sardine in scatole. Da queste parti sono buonissime e costano pochissimo. Speravo in qualcosa di più ma la gioia è troppo grande e fa passare tutto in secondo piano. Ancora le stelle in tenda e ancora un pensiero a casa e alla gentilezza degli abitanti di questa cittadella della terza età. Non hanno sostituito casa, ma per poche ore ne hanno tenuto lontano il pensiero. Merci beaucoup! Continua a leggere

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Settat, soleterre

Bancarella sulla strada

Sono a Settat , una cittadina 70 km più a sud di Casablanca. Qui ha sede soleterre, la ONG grazie alla quale nei prossimi giorni avrò modo di conoscere il Marocco a cui pochi turisti possono accedere: quello delle donne e dei poveri. Valeria, la coordinatrice in loco è una ragazza siciliana, molto accogliente e simpatica. Arrivo a Settat nel tardo pomeriggio sono quasi le 16. Sono passate  5 ore da quando ho lasciato Asilah. Entrato in città mi accoglie il canto incomprensibile del muezzin dal minareto simile ad un allarme bomba dei film sulla seconda guerra mondiale. Qualche sms con il mio contatto in loco per individuare esattamente l’ubicazione del palazzo, e vedo apparire davanti a me un sorriso seguito da una gigantesca e bionda chioma riccia che poco ha di marocchino. “Piacere sono Valeria”. E’ gentile, accogliente e da subito disponibile. Tolgo le borse Tucanourbano dalla mia Africatwin, controllo i tasselli delle mie Mitas E09 per verificarne l’usura dopo i 500km di autostrada e metto catena e blocca disco. Andiamo al secondo piano del palazzo, mi presenta Mohammed e Aicha e poi mi lascia, “ho la fisioterapia, mi dispiace tanto, è per la mia spalla sinistra ci vediamo tra un’ora”.

Mi metto a mio agio, faccio una doccia e metto in carica tutta la mia attrezzatura elettronica. Preparò un buon caffè, l’ora è passata e Valeria ritorna con la sua spalla nuova di zecca. “ Sei un viaggiatore e di sicuro saprai che i miglior posti dove mangiare in Marocco sono le stazioni di servizio! Quella dove andiamo è piena di camionisti e puttane spero non sia un problema”. Valeria ha già capito che amo il Marocco vero e sono qui per questo. “Nessun problema, andiamo!”. Detto fatto, ed in meno di 10 minuti arriviamo al Mexico, una stazione di servizio all’ingresso di Settat. Scendiamo dalla macchina e davanti a me vedo subito un macellaio con delle bestie appese a dei ganci, un angolo con carboni e griglie e tajine a volontà. Sono affamato e pronto a deliziarmi al paradiso dei camionisti. Ordiniamo pollo allo spiedo, riso e salade marocaine. Mangiamo di gusto e per il solito thè alla menta, immancabile in terra marocchina, ci spostiamo al bar. Due comode poltroncine, un tavolo e un bel vassoio con teiera e bicchieri. Valeria è una ragazza molto intelligente e appassionata del proprio lavoro. E’ la sua vita e lo puoi vedere nei suoi occhi, nel modo in cui ti racconta del suo passato. Prima studente, tenta la fortuna a Londra iniziando come cameriera fino a raggiungere un buon posto e un buono stipendio in una nota azienda. Non è la sua vita, non è il suo sentiero. Entra in contatto con il mondo della cooperazione e sente il suo cuore battere forte, capisce che quella è la strada. Lascia tutto, torna nella sua Sicilia a Catania e da lì parte. Sceglie di seguire un master in cooperazione internazionale a Bologna. All’inizio Africa sub sahariana, Guinea Bissau, Angola, Tanzania. Poi il sud America in Perù, a Lima. Il sud America è meraviglioso ma si sente attratta dall’Africa, non riesce a dimenticarla. E’ il mal d’Africa, è dentro di lei. “Amo la vitalità di quei posti, sembra senza fine” “in Italia invece…” si emoziona pensando a Benigni a Sanremo, l’ha visto in televisione. “Davvero ha toccato le corde giuste, è un’artista vero di cui andare fieri”. Ha ragione e decido che non voglio incazzarmi, per una volta non voglio parlare male del torpore che noi italiani stiamo vivendo, il nostro essere addormentati, addomesticati come i serpenti di Djemaa el Fna a Marrakech. Si parla di donne, di velo, di islam e di “donne oggetto” occidentali che si identificano col proprio corpo convinte di essere più libere di donne nascoste da un velo in nome di Allah. “Ma perché  il Marocco se si ami l’Africa nera?” Si può davvero parlar di mal d’Africa e venire in Marocco? “Si” mi dice lei e non ha dubbi, “anche in Marocco c’è l’Africa, più di quanto si possa credere, bisogna solo cercarla”. E’ tardi ormai, il thè è finito, i camionisti se ne vanno e si spengono i carboni delle tajine. Alzo lo sguardo e davanti a me una madonna marocchina con vestiti multicolori allatta un bambino troppo grande per succhiare ancora da una tetta. Troverò anche io l’Africa nera? Continua a leggere

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Asilah, Sergio e Patricia.

La mia stanza presso l'hotel Sahara ad Asilah ed io che prendo appunti.

Finalmente ad Asilah.  Sono sulla costa atlantica marocchina, 85km da Tanger med il nuovo porto di Tangeri. Ho viaggiato in compagnia di Sergio e Patricia, argentino lui, bulgara lei. Entrambi in sella ad un Bmw GS1200 Adventure in versione astronave spaziale, con bauli, bauletti, cinghie, sacche e doppio tutto!! Solo a vederli mi mettevano sicurezza 🙂 Sergio commerciante, spesso a Bali, lei la sua “coleghisha” (pronuncia argentina di coleguilla) tradubicile in italiano con “quella che mi sbatto al momento”. Lui bellissimo, 50 anni, genitori russi e polacchi, originario della Patagonia Argentina ma residente a Barcellona.  Due matrimoni alle spalle a casa e tre figli e due mogli da mantenere. Patricia, di Lisboa, 15 anni di meno ed un corpo da urlo. Ci incontriamo nei parcheggi della nave, un’ora di attesa mentre sistemano gli ormeggi che si sono rotti e non ci permetto di abbassare il ponte. Amante dello stile “no plan is a good plan”, non sa dove andare il capitano Kirk in salsa argentina a bordo dell’Enterprise made in  Stoccarda. Decide di accodarsi a me e di puntare ad Asilah, tutto sommato gliel’ho venduto come un posto bellissimo, pulito ed economico citando a memoria la rough guides di cui ho già scritto qualche post fa. Entrati ad Asilah ci dirigiamo all’hotel Sahara seguendo il gps. L’hotel è bello, pulito in una zona silenziosa. Spendo l’equivalente di 9 euro per una camera doppia e parcheggio, bienvenue au Maroc!! 😉 Dopo aver scaricato le moto ci dirigiamo in centro per la prima Tagine del viaggio. Asilah è sul mare e quindi è d’obbligo un piatto a base di pesce e verdure. Aprire il coperchio di una tagine è un’emozione unica. Questo cono al contrario di terracotta ha il poter di trattenere tutti gli odori e le tradizioni di un popolo. Appena aperto si viene immediatamente catapultati in un nuovo mondo fatto di aromi ed odori già conosciuti da noi mediterranei, ma qui accopiati con un’arte e una tradizione tali da non farmi rimpiangere nessuno dei nostri cuochi di casa. Thè alla menta di rito e pronti per la prima notte in terra marocchina. Dormo bene ma poco, il desiderio di cavalcare la mia moto e sentire il vento in faccia è forte, sono qui per questo, è il mio motoviaggio e d’altronde dopo due giorni passati fermo in nave chi ha voglia di dormire? Esco alle 8 di mattina dall’hotel diretto alla medina. Approfitto della moto parcheggiata e quindi al sicuro e inizio a camminare. Da subito questa città mi rapisce. La cattedrale portoghese è proprio di fronte al mio hotel e dopo pochi minuti sono immerso in una medina ancora sonnolente, non preparata per i turisti. E’ il momento che amo di più. I mercanti non vogliono ancora vendere, preparano i loro negozi, bevono il thè e quindi puoi camminare senza essere assalito. Ci sono solo io, qualche bimbo che si dirige a scuola, poche signore che  approfittando della frescura mattutina si muovono tra i vicoli colorati dirette al mercato, i gabbiani e il meraviglioso vento dell’atlantico. La medina, come quella di Essaouira sorge sul mare, dalle merlature delle mura lo pui sentire, arriva qualche schizzo e la brezza  accarezza e culla il viso regalando odori che arrivano da chissà quale paese. Alcuni uomini camminano sulle spiaggia e il sole inizia ad alzarsi. E’ ora di partire! Torno all’albergo, carico la moto e parto verso Settat. Lì trascorrerò un pò di giorni seguendo le attività di soleterre la ONG per la quale fotograferò qui in Marocco. Mi attendono 450 km di autostrada, una noia mortale per chi come me ha una moto tutto terreno e ruote tassellate 😉 Continua a leggere

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Viaggiare gratis

Come ottenere sponsorizzazioni per i propri motoviaggi? Come ridurre i costi del viaggio con la moto? Come viaggiare gratis o quasi? State programmando di partire per una meta ma i soldi e le spese vi bloccano? E’ possibile avere una sponsor anche senza essere la famosissima Nicole Minetti o la fu minorenne Ruby e senza avere in rubrica il numero di cellulare di Lele Mora? Si è possibile ed in questo post voglio raccontarvi come ho fatto.

Innanzitutto bisogna catalogare il genere di sponsor:

SPONSOR TECNICO : un’azienda ci fornisce del materiale (solitamente loro prodotti) in cambio di qualcosa. Spesso chiamato cambio merce (ma sta a voi essere bravi e richiedere più merce di quella che offrite) ci permette non di guadagnare, ma di abbattere i costi del motoviaggio. Infinita la lista di aziende a cui potete rivolgervi, dipenderà da ciò di cui avrete bisogno per il vostro motoviaggio. Per il mio in Marocco ho contattato la Tucanourbano, ho spiegato il mio progetto, ho mostrato loro un portfolio fotografico e ho fatto una lista di ciò che mi serviva per affrontare il mio motoviaggio. Lo stesso per la X-racing, ho contatto il proprietario e la marmitta adesso è nuova, super leggera e molto brum brum :)Non serve a nulla riempirsi di oggetti se poi non sapete che farci, perdete di credibilità agli occhi degli sponsor rovinando il lavoro di chi nel futuro contatterà i responsabili delle aziende. Ho chiesto, per esempio, la sponsorizzazione ad una marca di stivali, ricevuti immediatamente grazie alla gentilezza dell’ufficio stampa. Il prodotto purtroppo non era a mio parere idoneo al tipo di viaggio che dovevo affrontare. Lo stivale si presentava debole, poco robusto. Ottimo per un weekend fuori porta ma non per un mese in Marocco. Beh che fare allora? Dopo aver spiegato le motivazioni ho rispedito al mittente gli stivali con tanto di ringraziamenti 🙂

SPONSOR ECONOMICO : In questi tempi di crisi è molto difficile ottenere soldi da aziende per questo conviene rivolgersi a delle ONG oppure a dei privati. Anche in questo caso il vostro progetto di motoviaggio deve essere chiaro e preciso. Sia per i privati che per le ONG il viaggio in moto oltre a suscitare particolare interesse risulta più avventuroso e più facile da rispendere. Pensate ad una ONG che può raccontare di alcuni motociclisti che con mille peripezie e attraversando strade poco battute hanno raggiunto le loro zone disperse in cui realizzano attività. Questa circostanza è più spendibile rispetto a quella di volontari che arrivati in aeroporto sono stati presi con la macchina dalla responsabile locale dell’organizzazione. Quale di queste due opzioni vi risulta più interessante se dovete provare a raccontarlo? Cosa offrire però alle ONG o ai privati? Sapete fotografare in maniera decente? Questa è merce molto preziosa per tutte queste realtà! Non sapete fotografare? Sapete scrivere almeno? Beh perchè non proporre l’apertura di un blog per esempio? Non sapete come fare? Ecco un link E’ gratis ed in quel modo avete l’occasione di raccontare a chi è rimasto a casa e vi ha dato dei soldi la realtà che state visitando. Con queste due proposte difficilmente una ONG vi dirà di no e lo stesso per i privati. Quanti sodli riuscire a chiedere ad una ONG? Dipende dal vostro progetto, da ciò che tecnicamnete siete in grado di offrire e da quanto bravi sarete nel vendervi. Soleterre ha diverse realtà in Marocco, dopo averli contattati e proposto il mio motoviaggio mi sono reso disponibile a fotografare alcune delle loro realtà e di scrivere sul loro blog ormai fermo al 2006. Un consiglio? Non chiedete alle ONG soldi da mettere in tasca. Chiedete che vi ripaghino delle spese, ha più senso per loro ed è qualcosa a cui sono psicologicamente più abituati. Farsi pagare i trasferimenti per raggiungere e lasciare il posto e il carburante, per esempio, è un buon traguardo. Se siete bravi e convincenti potete anche chiedere una diaria per il vitto e l’alloggio. In questo modo viaggiare diventa più semplice ed economico. Nella pagina sponsor trovate quelli che mi aiuteranno in questo motoviaggio, ho ricevuto da loro materiale, assistenza e soldi per il mio viaggio. Meglio di così?

Non dimenticate mai di rivolgervi e presentare il vostro progetto alle giuste persone. Se un’azienda è importante rivolgetevi sempre all’ufficio stampa, sono loro che gestiscono il materiale fotografico o tutto ciò che riguarda la comunicazione. Se l’azienda è piccola rivolgetevi direttamente al direttore, è lui che  in ultima battuta decide se dare soldi oppure no. Nel caso di ONG anche lì è meglio chiedere del direttore oppure al responsabile della zona che andrete a visitare. E’ lui infatti che conosce i progetti e che sa di cosa si ha bisogno. Per i privati? Beh cosa meglio di una bella festa in cui spiegare il progetto, essere convincenti e chiedere per esempio una donazione come sostegno?

Spero di esservi stato un pò d’aiuto nel racimolare qualcosina e rendere così i vostri motoviaggi più frequenti e meno onerosi.

Lasciatemi un commento al post e ditemi che ne pensate 😉

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