Archivi tag: settat

Manifestazioni Marocco



In queste settimana di motoviaggio in Marocco ho assistito ad alcune manifestazioni. Le ho viste a Settat, Tiznit, Erfoud e Merzouga. Niente a che vedere con ciò che ha infiammato tutta l’aerea del Maghreb ma semplici manifestazioni di protesta. Il problema comune a tutte le manifestazioni è sempre lo stesso: la richiesta di lavoro. In Marocco ci sono moltissimi giovani, più che in Italia, lo vedi girando che non è un paese di vecchi. Molti studiano e molti si laureano, per loro non c’è futuro, non c’è nulla da fare. Chiedono lavoro a chi li governa prima di pensare ad emigrare. Nessuno di tutti i manifestanti da me incontrati ha mai espresso dubbi o perplessità sull’attuale re Mohammed VI. A Merzouga è diverso, tutti hanno in mano stampe del re. Le agitano verso il cielo gridando come pazzi. Sono curioso, ho forse finalmente trovato qualcuno che protesta contro il giovane successore di Hassan II? D’altronde questo è un regno, è lui che nomina il primo ministro ed i ministri per cui, se qualcosa non va, non occorre essere degli esperti di geopolitica per capire che forse… Mi avvicino e domando, ma la risposta arriva secca e sincera “no,no, il re è buono, ha fatto e fa ancora tanto per noi, spesso investe i suoi soldi” mi dice Hammed, “semplicemente teniamo le stampe in mano perché gli vogliamo bene”. I suoi soldi, ma come li ha fatti il re questi soldi? Che lavoro fa il re? Non sono affari miei, sono un ospite, sono un turista mi ripeto. La manifestazione si svolge in maniera assolutamente pacifica e tranquilla. Le grida lanciate al vento, in mezzo al deserto a pochi passi dalle dune che tutti vengono a visitare troveranno ascolto? Gli abitanti del villaggio si lamentano con il governatore sentendosi abbandonati. “Non abbiamo un ufficio dove pagare le bollette per esempio e dobbiamo fare quaranta chilometri e andare a Rissani per ogni stupidata”, “un’alluvione nel 2006 ha creato danni al paese ma nessuno è mai intervenuto facendo qualcosa e le nostre case sono ancora in situazione pessime” dice Amin. Qui gli unici soldi che arrivano li prendono gli stranieri, loro investono e solo loro portano a casa qualcosa, per noi nulla!”.

E’ una manifestazione a cui partecipano tutti, donne, bambini, uomini e giovani. Saranno un centinaio, alzano mani, gridano la loro rabbia, cantano canzoni seguendo la voce di chi stringe in mano il megafono. Nelle precedenti manifestazioni a cui ho assistito non ho mai fotografato, sono qui con un visto da turista e questo vorrei fare. Questa volta è diverso, mi guardo in giro, sento una voce dentro che mi spinge ad andare. Parcheggio la moto, chiedo a dei francesi che osservano da lontano di essere i guardiani della mia Africatwin. Prendo la mia macchina e avvicino il leader del gruppo, chiedo se posso fotografare. Attorno a me nessuno a farlo, nemmeno un cellulare o una stupida compattina. I suoi occhi si illuminano e dicono molto di più del suo spagnolo essenziale. Mi chiede di fotografare e di raccontare i loro problemi. Lo Faccio, per la prima volta sento che qualcuno ha bisogno del mio lavoro. Gli prometto che creerò un post sul mio blog per dare voce alla loro richiesta, non è molto e non credo che i governatore lo leggerà, ma lui è felice. Mi lascia la sua mail e mi chiede di scrivergli quando avrò postato qualcosa. Ciò che chiedono è il minimo. Servizi soprattutto, in una città che essendo molto turistica attira persone e anche molti soldi. Ho visto tanti, troppi paesi in Marocco in cui manca tutto, manca molto, spesso l’essenziale. Ancora si cammino sul fango e l’asfalto non sempre ricopre le vie che collegano gli edifici. Non esistono collegamenti efficienti, bambini tutti i giorni compiono chilometri a piedi per raggiungere le scuole. L’analfabetismo femminile soprattutto nelle zone rurali raggiunge anche il settanta per cento, i bambini sempre in quelle zone lavorano come fossero grandi. La gente chiede semplicemente di essere ascoltata. Se, inshallah, questo post servirà a qualcosa sarà solo merito degli abitanti del paesino di Merzouga. Continua a leggere

7 commenti

Archiviato in I miei motoviaggi

Sidi Kaouki

Vado verso il sud, faccio tappa a Sidi Kaouki. Lo senti il sud, cambia il paesaggio, ti lasci alle spalle il verde rigoglioso delle zone di Settat e incomincia la sabbia. Il Sahara è ancora lontano, ma ci pensa il vento ad accorciare le distanze. Sidi Kaouki è il nome del religioso venuto qui secoli fa. Il marabutto dove è presente la sua bara domina la baia e da il nome a questo paesino di circa 100 abitanti. Il vento è forte non si ferma mai, “è solo d’inverno che è così”, mi dice Aziz il ragazzo dell’albergo-ristorante dove decido di fermarmi per i prossimi due giorni. Il caldo è forte. Col vento si percepisce meno, ma nonostante la crema il viso brucia e la pelle diventa rossa. Sono davanti al mare e la mia stanza doppia in stile berbero nonostante i 250 dirham viene via con 150 inclusa la colazione e la moto parcheggiata nel salone. Ne approfitterò per rilassarmi un po’, fare il bucato, scrivere qualche post e aggiustare le foto. Sidi kaouki è il paradiso, relax, sole e voglia di fare niente. La spiaggia si estende per chilometri. Resa rovente dal sole, che non smette mai di battere, si perde a vista d’occhio. Compaiono i primi copricapo di color indaco, quello dei tuareg. E’ bello pensare che in fondo sulla sinistra a qualche centinaio di chilometri c’è il deserto, la Mauritania, il  Mali, nomi che evocano sogni al solo nominarli. Arrivare qui non è stato semplice, il vento molto forte mi faceva tenere a fatica la strada, ogni macchina stracarica di gente e materiali incrociata era una preghiera ecumenica recitata in sanscrito. Mi sono fermato in diversi paesini, alcuni meravigliosi come Moulay Bouzerktoun e Souira Kedima, la spiaggia di lalla fatna, altri angoscianti  e surreali come Bhaibah. A sidi Kaouki la gente si muove coperta da Djellabe per proteggersi dal sole e dal vento. Gli unici indifesi sono gli animali, i cani per primi. Non hanno un bell’aspetto, non si muovono più ormai di fronte alle frustate in faccia che ti regala il misto sabbia vento, si sdraiano per terra e attendono con pazienza chissà che cosa. I gatti non sono da meno, il loro pelo ricorda gli spazzolini da denti stra usati ormai pronti per essere cestinati. Le mucche sempre magrine, rispetto a quelle svizzere od olandesi a cui siamo abituati, si alternano ad asinelli (il vero mezzo di trasporto marocchino) e cavalli. Due in particolare sono belli, si trovano davanti alla gendermarie royale del paesino, saranno i loro mezzi di trasporto?

Parcheggio la mia africatwin rd04 nel salone, stringo le mani a tutti, “salam alekum” senza badare a spese e finalmente vado in camera a lasciare i miei bagagli. La moto è in buone condizioni , ha fatto i suoi primi 1200 km e la sua prima piccola caduta sulla sabbia del paese deserto e spaventoso di Bhaibah, la Mont Sant-Michel del luogo. Dopo Genova e il rumore di ferraglia al carter destro (grazie Giorgio alias Perez) non ho ancora avuto bisogno “dell’aiuto da casa”. Domani un po’ di revisione alla catena, controllo olio e acqua, pulizia filtro dell’aria.

Il tramonto è meraviglioso, il marabutto di Sidi Kaouki mi chiama e non posso resistere. Nonostante la stanchezza per il lungo viaggio prendo la mia canon e corro fuori a fotografare come un bimbo a cui abbiano appena regalato un apparecchio fotografico. Davvero in fotografia è la luce a fare la differenza. E’ difficile resistere quando hai una buona luce, sai che dopo un’ora la stessa scena non ci sarà più, prenderà il suo posto la sorella più povera, quella senza significato, con luci piatte e contrasti inesistenti.

Finita la doccia vado in salone dove un bel camino e già acceso. L’ambiente è ulteriormente scaldato da una musica meravigliosa che esce dalle casse di un improbabile stereo. “Salif Keita, musicista del Mali” mi dicono. Ma certo, Gnaoua festival, come non pensarci prima! Sono a pochi km da Essaouira dove ogni anno a Maggio si tiene il più bel festival di musica africana dell’intero continente africano. La musica, con sonorità a noi totalmente ignote, è misto di musiche tribali berbere e tuareg mi dicono e mi porta ancora una volta in posti mai visitati ma solo sognati. Un rumorino alla pancia mi ricorda che sono un essere umano e che per immaginarmi meglio il Mali e la Mauritania ho bisogno di una pancia piena. Esco, vado a cercare gli altri due unici ristoranti esistenti a parte quello in cui mi trovo. Opto per il primo che trovo, mi piace e non voglio dar tutto ad una sola persona, meglio diversificare no? Mi convince l’atmosfera. E’ ovviamente deserto, mezzo buio, solo delle candele ad illuminare e qualcuno che gioca a carte al suo interno. Chiedo a cosa stiano giocando e soprattutto il nome, mentre tiro fuori il taccuino mi rispondono “ramìn”, va beh lo metto via, non credo di dimenticarlo facilmente. Scoprirò alla fine del viaggio che siamo mezzi arabi? Dalle casse mezze funzionanti esce musica di Jack Johnson, stile del ristorante “make love not war”, una tavola mezza distrutta come insegna. E’ il mio posto, decido di fidarmi! Scelta perfetta, cena a base di sardine alla griglie (sono nel posto giusto) e thè alla menta a un prezzo che preferisco non dire. Sono molto stanco, la pelle un po’ tirata per il sole ed il vento ma assolutamente felice. Mi manca casa, gli affetti, gli amici ma fa parte del gioco, me ne faccio una ragione e come ogni volta che mi capita penso a voi, a cosa scrivervi e a come rendervi partecipi del mio viaggio o meglio motoviaggio 🙂

La mia Africatwin al tramonto

Cammelli ritornano a casa

La mia camera a Sidi Kaouki

Accoglienza al ristorante

Dal mio tavolo mentre attendo le sardine

la mia moto parcheggiata nel salone

Aggiustando la moto

Stazione di Polizia

 

Stendendo i panni

Stendino marocchino

11 commenti

Archiviato in I miei motoviaggi

Oualidia

Oualidia ha una mezzaluna di sabbia che la rende tipica. E’ forse l’unico posto della costa atlantica marocchina dove le correnti sono calme e le onde quasi inesistenti. Arrivo alle 14 dopo aver lasciato Settat, il vento fortissimo mi da il “bienvenue” sulla costa. Qui a Oualidia mi dicono il vento è forte tutto il giorno con esclusione della sera e della mattina. In questo periodo dell’anno ci sono pochissime persone e d’altronde, nonostante i 26 gradi, è pur sempre il loro inverno. Le poche persone che incontro sono coperte come se si trovassero nella steppa siberiana sotto lo zero, io maniche corte e cappellino. Arrivato punto immediatamente al campeggio, lo raggiungo in un attimo ma c’è un piccolissimo problema. Il campeggio è chiuso e non esiste più. Lo stanno rifacendo nuovo e riaprirà l’anno prossimo in un altro sito (speriamo almeno qui siano più puntuali della linea 3 della metro di Milano). “Pas problem” “avant de la plage, avant de la plage” mi dicono i muratori. Ci vado, davanti alla spiaggia pochi camper parcheggiati e un sorvegliante con tanto di pettorina giallo fosforescente. Sono arrivato nel campeggio provvisorio di Oualidia. “Combien pour la nuit?” il mio francese ormai non si ferma davanti a niente 😉 30 dirham mi risponde ma i suoi occhi dicono chiaramente che ha sparato in alto, pochi secondi e chiudiamo a 20 dirham (circa 1,80 euro) stretta di mano e vado a scegliere il posto dove posizionarmi per la notte. Adil, il guardiano giallo fosforescente ha 27 anni, mi vede un po’ spaesato e mi consiglia di posizionare la mia tendina super tecnologica nel posto che solitamente occupa lui insieme al suo materassino bucato e due copertone sintetiche made in China.

Ok mi fido, in Marocco più passa il tempo più capisco che è fondamentale, se senti che la persona che hai di fronte è una buona persona, fidarti ti apre mondi che altrimenti sono praticamente inaccessibili. Monto la tenda e arrivano suoi amici che mi offrono di tutto, tajine di pesce, sardine grigliate, couscous di carne con prezzi ovviamente da turista. Prendo Adil per la spalla “mangi qui stasera?” “ Facciamo così, io compro il cibo per una tajine per noi due e tu cucini, ti va?”. I suoi occhi si illuminano, messaggio universale di “affare fatto”! 10 minuti al mercato, 35 dirham spesi e abbiamo tutto il necessario. Passiamo da casa sua per prendere la tajine, del pane fatto a mano da sua mamma e l’immancabile thè alla menta. L’ospitalità di questo popolo è immensa! “Ho 8 fratelli, io sono il più grande” dice Adil, stesso lavoro del papà, lui però sorveglia la casa di un riccone di Marrakech. “E’ un buon lavoro il guardiano a Oualidia?”, “non tanto però ci permette di mangiare”. Ha una ragazza di 20 anni, vorrebbe sposarla ma non ha i soldi, dovrebbe dare qualcosa alla famiglia della sua fidanzata e comprare la casa tanto per iniziare. “Sono un buon mussulmano, prego 5 volte al giorno” continua, dicendo che le religioni sono simili, il messaggio è sempre semplice, niente guerre, amore e amici, “un Dio che vuole la guerra non è un buon Dio”. Et voilà, lezione semplice di Teologia da un sorvegliante nel parcheggio abusivo di Oualidia. Chiedo ancora qualcosa e mi spiega come prega e mi fa vedere. Si spoglia di fianco alla mia tenda, spegniamo entrambi le torce da testa, davanti a me una scena senza tempo. Adil genuflesso tocca il terreno per 3 volte col capo, sulla sua testa un manto di stelle, il rumore del mare in sottofondo e la luna riflessa sul calmo mare della baia della mezzaluna. Mi unisco a lui in silenzio, cerco di non fiatare e mi chiedo se davvero alla fine, in ogni angolo del mondo, non desideriamo tutti la stessa cosa: pace, qualcuno da mare e che ci ami e degli amici con cui ridere. Continua a leggere

13 commenti

Archiviato in I miei motoviaggi

Settat, la fiera degli animali

il mercato degli animali di Settat

“Ti piacciono le bestie?” “Allora domani non devi assolutamente perderti il mercato degli animali” mi dice Valeria. E’ uno dei più grandi del Marocco, si comprano e si vendono bestie alla maniera antica”. Come dire di no? A letto presto quindi, poche ore di sonno e la mia sveglia attraverso la musica di Cesaria Evora mi ricorda dell’appuntamento preso con Chadidja, la donna che fa le pulizie in casa di Valeria. E’ mattino presto, l’aria è ancora frizzante e il mio pile è di grande aiuto. Bisogna andare presto perché alle 9 di mattina già non c’è più niente, “il faut trop chaud” e tutti se ne vanno a casa mi fa capire con le mani. 10 minuti di cammino e un odore forte di cacca di cavallo giunge alle mie narici. Ci siamo, inizia l’avventura. Pochi metri e cammino già su un soffice terreno dalle tonalità cangianti, nessun dubbio è cacca! Mi hanno detto di fare attenzione perché il posto è molto pericoloso. A me non sembra, mi sento al sicuro, circondato da persone che pensano a vendere e comprare bestie e non ad un fotografo mezzo insonnolito. Forse non trovano in me nulla di “interessante” poiché  sono vestito come loro se non peggio a causa del mio motoviaggio. Sono circondato da sorrisi e gente che si mette in posa spontaneamente. Chadidja fa fatica a seguirmi, non  aveva mai accompagnato un fotografo evidentemente messo in un posto così pieno di particolarità. Quando mi raggiunge mi dice di fotografare le bestie e non le persone per evitare problemi, le dico che è tutto ok e le mostro alcune delle foto che ho già fatto. Sorride e capisce di aver perso la battaglia. Ci sono mucche, capre, agnelli, cavalli e cammelli. Sembra di tornare indietro di un bel po’ di anni. L’odore ti colpisce da subito, acre, intenso ti si attacca addosso e non vuol andar più via. Passano i minuti e ci si abitua. All’ingresso ci accoglie una corsa di cavalli, serve per provarne la velocità, provano a spiegarmi, e soprattutto lo stato di salute. Faccio il giro del mercato, mucche con sacchi di plastica sulla testa, agnelli con gambe legate e buttate per terra, montoni su carretti improvvisati pronti per essere portati via per il macello, cavalli troppo magri e cammelli diversi rispetto a quelli pigri e ciccioni che ho visto nelle località turistiche marocchine, sempre adornati di tutto punto e pronti per accompagnare turisti su improbabili dune alte 50cm vicino alle spiagge. Ci sono molti bambini, forse accompagnano i padri imparando il mestiere che sarà loro e dei loro figli ancora. Tutti fanno la pipì ovunque non c’è molta differenza da questo punto di vista tra uomo e animale. Siamo un po’ stanchi e ci spostiamo nella zona dove si vende il cibo e dove delle tende improvvisate servono del thè, la bevanda nazionale per eccellenza. Chadidja mi dice qualcosa in arabo, mi sembra mi chieda se voglia qualcosa da mangiare. Ci avviciniamo ad una montagnetta alta circa 80 cm, otto persone la circondano. Sulla parte alta avvolti dai fumi dell’olio fritto ci sono due vecchietti simili a santoni indiani. Gettano, con l’arte di chi compie questo gesto da una vita, dei perfetti anelli di colore giallognolo in un pentolone gigantesco pieno di olio bollente. Dico di si, penso non ci sia alcun rischio a mangiarle, l’olio friggendo ammazza tutti i germi possibili e immaginabili e visto il posto in cui mi trovo credo ce ne siano parecchi. Mentre ancora immagino i germi che muoiono lottando in maniera impari contro l’intrepido olio scaldato dalla legna mi ritrovo in mano una ciambella calda e croccante color del deserto. Chiedo il nome di quello che sto mangiando mixando il mio francese scarso ed il mio arabo appreso in Egitto circa 10 anni fa. “Sfinch” e mi fa capire essere la loro frittella di pane. Dentro di me un sorriso enorme mi fa pensare alla sfince siciliane che mia mamma prepara sempre e che altro non sono che frittelle coperte di zucchero. Quante cose in comune col mondo arabo, segni di un passato condiviso che il presente vuole cancellare. Occorre viaggiare per saperlo e scrivere per non dimenticarlo. Il sole incomincia ad alzarsi, inizia il caldo. Gli odori grazie alla temperatura diventano più intensi ed io ho fotografato abbastanza. Sulla via del ritorno ci fermiamo ad una bancarella e compriamo un oggetto che mi servirà domani sera. E’ un guanto per il gommage, domani andrò all’hammam della città. Ho chiesto di provarne uno e subito mi è stato chiesto “quello per turisti oppure quello che usiamo noi marocchini?”. In quale dei due secondo voi domani sera farò il mio bagnetto e mi farò raschiare la schiena? Continua a leggere

3 commenti

Archiviato in I miei motoviaggi

Settat, soleterre

Bancarella sulla strada

Sono a Settat , una cittadina 70 km più a sud di Casablanca. Qui ha sede soleterre, la ONG grazie alla quale nei prossimi giorni avrò modo di conoscere il Marocco a cui pochi turisti possono accedere: quello delle donne e dei poveri. Valeria, la coordinatrice in loco è una ragazza siciliana, molto accogliente e simpatica. Arrivo a Settat nel tardo pomeriggio sono quasi le 16. Sono passate  5 ore da quando ho lasciato Asilah. Entrato in città mi accoglie il canto incomprensibile del muezzin dal minareto simile ad un allarme bomba dei film sulla seconda guerra mondiale. Qualche sms con il mio contatto in loco per individuare esattamente l’ubicazione del palazzo, e vedo apparire davanti a me un sorriso seguito da una gigantesca e bionda chioma riccia che poco ha di marocchino. “Piacere sono Valeria”. E’ gentile, accogliente e da subito disponibile. Tolgo le borse Tucanourbano dalla mia Africatwin, controllo i tasselli delle mie Mitas E09 per verificarne l’usura dopo i 500km di autostrada e metto catena e blocca disco. Andiamo al secondo piano del palazzo, mi presenta Mohammed e Aicha e poi mi lascia, “ho la fisioterapia, mi dispiace tanto, è per la mia spalla sinistra ci vediamo tra un’ora”.

Mi metto a mio agio, faccio una doccia e metto in carica tutta la mia attrezzatura elettronica. Preparò un buon caffè, l’ora è passata e Valeria ritorna con la sua spalla nuova di zecca. “ Sei un viaggiatore e di sicuro saprai che i miglior posti dove mangiare in Marocco sono le stazioni di servizio! Quella dove andiamo è piena di camionisti e puttane spero non sia un problema”. Valeria ha già capito che amo il Marocco vero e sono qui per questo. “Nessun problema, andiamo!”. Detto fatto, ed in meno di 10 minuti arriviamo al Mexico, una stazione di servizio all’ingresso di Settat. Scendiamo dalla macchina e davanti a me vedo subito un macellaio con delle bestie appese a dei ganci, un angolo con carboni e griglie e tajine a volontà. Sono affamato e pronto a deliziarmi al paradiso dei camionisti. Ordiniamo pollo allo spiedo, riso e salade marocaine. Mangiamo di gusto e per il solito thè alla menta, immancabile in terra marocchina, ci spostiamo al bar. Due comode poltroncine, un tavolo e un bel vassoio con teiera e bicchieri. Valeria è una ragazza molto intelligente e appassionata del proprio lavoro. E’ la sua vita e lo puoi vedere nei suoi occhi, nel modo in cui ti racconta del suo passato. Prima studente, tenta la fortuna a Londra iniziando come cameriera fino a raggiungere un buon posto e un buono stipendio in una nota azienda. Non è la sua vita, non è il suo sentiero. Entra in contatto con il mondo della cooperazione e sente il suo cuore battere forte, capisce che quella è la strada. Lascia tutto, torna nella sua Sicilia a Catania e da lì parte. Sceglie di seguire un master in cooperazione internazionale a Bologna. All’inizio Africa sub sahariana, Guinea Bissau, Angola, Tanzania. Poi il sud America in Perù, a Lima. Il sud America è meraviglioso ma si sente attratta dall’Africa, non riesce a dimenticarla. E’ il mal d’Africa, è dentro di lei. “Amo la vitalità di quei posti, sembra senza fine” “in Italia invece…” si emoziona pensando a Benigni a Sanremo, l’ha visto in televisione. “Davvero ha toccato le corde giuste, è un’artista vero di cui andare fieri”. Ha ragione e decido che non voglio incazzarmi, per una volta non voglio parlare male del torpore che noi italiani stiamo vivendo, il nostro essere addormentati, addomesticati come i serpenti di Djemaa el Fna a Marrakech. Si parla di donne, di velo, di islam e di “donne oggetto” occidentali che si identificano col proprio corpo convinte di essere più libere di donne nascoste da un velo in nome di Allah. “Ma perché  il Marocco se si ami l’Africa nera?” Si può davvero parlar di mal d’Africa e venire in Marocco? “Si” mi dice lei e non ha dubbi, “anche in Marocco c’è l’Africa, più di quanto si possa credere, bisogna solo cercarla”. E’ tardi ormai, il thè è finito, i camionisti se ne vanno e si spengono i carboni delle tajine. Alzo lo sguardo e davanti a me una madonna marocchina con vestiti multicolori allatta un bambino troppo grande per succhiare ancora da una tetta. Troverò anche io l’Africa nera? Continua a leggere

8 commenti

Archiviato in I miei motoviaggi

Marocco in moto

Il primo motoviaggio, Marocco in moto, al solo pensiero vibro!!! Tra meno di 4 settimane per la prima volta con una bicilindrica nel continente africano. Da oggi iniziano in maniera ufficiale i preparativi logistici. La moto è quasi pronta per il viaggio. Ho dedicato a lei questo mese di preparazione (arriveranno anche post su quello), ma adesso arriva il viaggio vero e proprio. Viaggerò da solo ovviamente e spenderò la prima settimana nei dintorni di Casablanca e Settat insieme a soleterre, la ONG per la quale fotograferò le loro realtà e attività in loco.

Ma dove Dormire in Marocco? Cosa visitare? Cosa portare? Quale strada non fare e quale percorso non perdere assolutamente? Consigli?  Ho già letto Morocco Overland e Sahara overland del grande Chris Scott ma vorrei sapere di più e lo stesso vale per  tutti i consigli di chi è già stato lì oppure conosce l’amico dell’amico dell’amico… Aiutatemi il più possibile e scrivetemi quello che vi passa per la mente. Consigli tecnici, ma anche logistici, problemi che anche voi avete avuto o dubbi che vi tornano in mente. Non abbiate paura scrivetemi a qualsiasi orario dall’ufficio o da casa, dal bagno oppure dalla cucina o mentre fumate un narghilè 🙂

Oggi ho inziato a mettere sul tavolo gli strumenti forse essenziali per un viaggio in Marocco: Google earth, una bella cartina Michelin, una guida Lonely planet, il taccuino.

Inizio la programmazione, seguitemi e scrivetemi lasciando un commento! Continua a leggere

6 commenti

Archiviato in I miei motoviaggi