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Viaggiare in moto

Viaggiare in moto, scrivere un blog in cui si parla di viaggi e poi… solo foto meravigliose di posti mozzafiato in grado di fare ingelosire chiunque, anche chi al massimo guida un cinquantino scassato per andare al lavoro compiendo cinquecento metri. Non sono sparito in questi mesi, ho lavorato duro, ho studiato tanto per portare alla luce “CESIRA“!!!! Mi avete lasciato in Marocco sulla mia RD04 alle prese col mio primo motoviaggio, con le mie paure, con i miei dubbi, con la mia gioia e quel pensare senza fine e senza tregua che solo un viaggio in solitaria può donarti. Sono un individuo come molti altri e gli ultimi mesi sono stati un susseguirsi di eventi che fanno poco blog forse, ma che altro non sono che la vita normale di un normale viaggiatore o forse meglio “motoviaggiatore”. Il lavoro, nel mio caso le fotografie , con tutto ciò che ne consegue: ore ed ore davanti al computer, tanta ricerca, tante persone incontrate, tanti libri visti, tante mostre visitate e molto molto di più. Ma ogni singolo momento libero, ogni attimo di tregua donato è stato dedicato al progetto che avevo iniziato a sognare nelle ultime ore del mio motoviaggio in Marocco.

Si ma cosa è Cesira direte voi? Siete davvero pronti per scoprirlo? Nei prossimi post vi parlerò di lei, del mio desiderio, della mia sete di conoscenza e della fortuna di avere realizzato un sogno. Tutto nasce dalla voglia di alleggerire una motocicletta. L’Africatwin è una moto meravigliosa, forse una delle più belle tuttora in circolazione. Ma è pesante soprattutto per un’italiano alto 1,73. Lo so che adesso tutte le moto tedesche e non, con eliche o meno pesano dai 220kg in su. Ma chi le compra ci va in ufficio, ci monta su delle ruote più stradali di quelle di un Monster Ducati ed è convinto di… vabbè torniamo a noi, la mia moto non può essere alleggerita più di tanto, pesa tanto perchè tanto pesa il meraviglioso motore bicilindrico 750 di casa Honda. Pesa tanto perchè il telaio è pesante, perchè il forcellone è pesante perchè tutto è pesante. Chi mi ha seguito sa quanto abbia fatto per provarci e un pò ci sono riuscito ma di più umanamente non si può! Parliamo forse di gammi residui da togliere ma questo non è il problema… e allora? E allora Cesira!!!!!

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Tucanourbano

Da oggi sono ufficialmente sul sito della tucanourbano, nella sezione sponsorizzazioni e poi adventure. Trovate qui il mio faccino e qualche foto del motoviaggio in Marocco. Novità in arrivo nei prossimi giorni, collegatevi!!!

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Marocco in moto, foto di una fantastica compagna

Un piccolo post del mio motoviaggio in Marocco. Viaggiare in moto è bello ma anche la motocicletta (africatwin rd 04, battezzata Mefishmuskì) ha bisogno di importanza. In fin dei conti è lei che ti trasporta, solo lei che riesce ad andare dove nessuno oserebbe e mostrarti paesaggi mozzafiato. Ti richiede solo cure e passione ma ciò che da è senza prezzo. Alcune fotografie di Mefishmuskì in giro per il Marocco, Nord, Sud, Est ( a ovest c’è l’Oceano). Non dimenticate mai di fotografare la vostra moto mentre viaggiate. Non siate sempre vicini a lei, trattatela come una vera amante, fotografatela da sola, nella sua intimità, trasmette importanza nelle foto. Trattatela da protagonista, vi ringrazierà.

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Viaggiare in moto, grazie a tutti!

Per i più attenti, in mezzo piccolina la mia moto

Il mio primo viaggio in solitaria è terminato da una settimana.Viaggiare in moto sulla mia Africatwin rd04 (Mefishmuskì per gli amici) è stato meraviglioso. Adesso è tempo di ringraziamenti prima di partire col nuovo progetto. Un grazie speciale va a chi mi ha letto in questo mese. Siete stati circa 6000, si avete capito bene 6-0-0-0-, inutile dire quanto questo mi spinga ad andare avanti nella speranza che voi possiate essere sempre di più. Un grazie speciale va ai miei amici e alla loro telefonata con skype mentre mi trovavo a Sidi Ifni alle prese con la pompa di benzina. Un grazie speciale a Giorgio e al forum Africatwin, tutti preziosi in quei momenti di paura. Pochi giorni prima di partire Roberto di OnlyBike a Milano, si è offerto di darmi per il viaggio in prestito nel caso ne avessi bisogno un regolatore di tensione e una membrana del carbutore. Grazie a Dio le ho riconsegnate senza bisogno di doverli usare. Mi hanno dato forza e sicurezza durante il motoviaggio, grazie Roberto di cuore. Ancora grazie a Claudio di Xracing, la sua marmitta ha lavorato in maniera superba e senza db killer col suo sound rotondo e corposo è stato musica per le mie orecchie. Spero voglia anche aiutarmi nel prossimo progetto. Grazie a Soleterre, per l’aiuto ma soprattutto per l’opportunità che mi ha dato di vedere un Marocco diverso da quello turistico, il Marocco fatto di persone “normali”, persone che non vedono per prima cosa in te il turista da spennare. Grazie a Marco 1 e Marco 2 di Futa Race, col loro check prima della partenza mi hanno fatto lasciare l’Italia con più sicurezza. Se siete a Bologna o nelle zone andate a trovarli e portate un saluto a Topo, il cane di Marco. Sono bravi, competenti e sempre pronti alla giusta risata. Il grazie più grande alla Tucanourbano, in questi giorni sto lavorando alle foto che darò loro. Non m istancherò mai di dirlo, grazie ai loro prodotti il mio viaggio è stato reso possibile e confortevole. Tutto quello che mi hanno fornito non hanno mai tradito, non ha mai ceduto di un colpo, sempre all’altezza della situazione. Spero di poterli avere ancora con me a bordo nel prossimo motoviaggio.

Dovevo andarci?

Una domanda che non mi fa dormire da quando sono tornato, il camping a Bhaibah, posto dimenticato da Dio ma non dal vento. Questa è l’indicazione che trovai sulla strada, ma voi ci avreste dormito?

Grazie di cuore a tutti, questo blog esiste anche grazie a voi!
Daniele & Mefishmuskì

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Viaggiare in moto

Viaggiare in moto, che si prova? Andare in moto in solitaria come è stato? Il Marocco in moto, “woowwww” ma hai mai avuto paura? Queste sono alcune tra le domande che al mio ritorno si sono presentate con più insistenza. Ho deciso di buttare a caldo due emozioni, senza pensarci troppo. Ho percorso 4500 chilometri, da Nord a sud del paese, poi a Est e infine ancora a Nord. Mi sono sempre sentito libero, la moto mi ha dato questa sensazione. Per chi mi conosce sa che questo in Marocco è il primo giro in moto in solitaria, il primo motoviaggio e sa inoltre che ho comprato la mia prima moto seria (un’africatwin RD04) lo scorso agosto. Molta paura alla partenza, paura di tutto, di qualsiasi stupidata. Una ruota che si buca, una caduta per terra una semplice borsa che si rompe. Fai l’assicurazione ma sai che se succede qualcosa di grave chi chiamerà il numero di telefono? La fai perché così ti dicono, ma quando poi sei in viaggio… più ci pensi e più capisci che serve a molto poco. Se dovessi definire con una parola il mio stato d’animo alla partenza, sceglierei PAURA senza dubbio alcuno! Inizio a ripetere la poesia di Martha Medeiros, “lentamente muore”. Allora inizia il motoviaggio, si percorrono i primi chilometri, si lascia alle spalle il cartello Milano. Nuovi i nomi dei paesi che attraversi e sconosciuti quelli che raggiungerai.

La sensazione di guidare sentendo il vento sul tuo viso, percepire il diverso odore della terra che stai attraversando, il freddo e il caldo, l’odore dell’asfalto che si bagna, il suono di un motore bicilindrico che spinge sotto di te. Scegliere la strada da seguire preoccupandosi poco del manto stradale. Asfalto o pietre, terra battuta o fango fa poca differenza. Sei tu e la strada, tu e la meta da raggiungere. Viaggiare da soli è più rischioso e anche se non lo sai te ne accorgi dopo pochi chilometri, a partire da ogni scelta che compi. Ogni percorso che scegli di seguire, ogni posto dove dovrai lasciare la tua moto. Il gruppo, il branco, gli amici danno sicurezza, è inutile negarlo. Ma se viaggi in gruppo rimani col gruppo. Parli la lingua del gruppo, mangi quello che vuole il gruppo e molto probabilmente perderai tante occasioni di incontro. La meraviglia del viaggio in solitaria in moto sta proprio qui! Parli con le persone del posto ed è solo con loro o con stranieri che non hai mai incontrato prima che devi “attaccare discorso”. Quando hai voglia di parlare, scambiare due semplici parole, anche le più banali “bella giornata oggi, eh?”, puoi solo farlo con persone che non conosci. Puoi immaginare che meraviglia? All’inizio è dura ma poi incominci a sentirti protagonista del mondo, senti che sei vivo, che tante sono le cose stupide che ci spacciano per importanti, che siamo pazzi a comprare tutto quando è di niente che abbiamo bisogno, senti che la vita è qualcosa di meraviglioso, che le persone sono storie viventi, che chiunque ha da raccontarti ed insegnarti qualcosa. Questo richiede fatica certo, non è immediato e tanto meno scontato. E’ la fatica di uscire dal proprio guscio, di mettere in gioco le proprie sicurezze, ciò che a casa da un senso al nostro essere. In viaggio, da soli, in moto, tutto cambia, tu cambi. Parti, scopri, intuisci e se hai coraggio elabori uno o forse più sogni. Basta un attimo per dimenticare tutto al ritorno a casa, ecco perché il bisogno di scrivere, ecco il perché di questo blog. Continua a leggere

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Ait-Benhaddou

Il mattino è benedetto da un sole caldo qui ad Ait benhaddou. Lo vedo entrare nella mia stanza attraverso una fessura tra le tende. Non credo ai miei occhi, nel dormiveglia confondo il giallo con qualche riflesso dei vetri colorati. Mi alzo, dopo un giorno sotto l’acqua i miei vestiti sono umidi e le mie borse necessitano di sole e calore! Spalanco la porta, pochi secondi affinchè i miei occhi si abituino alla luce, e davanti a me un blu e un panorama che la sera prima non avevo assolutamente notato. Sono ad Ait- Benhaddou, una delle Kasbah meglio conservate di tutto l’Atlas, qui hanno girato diversi film registi famosi, Ridley Scott col suo “Il gladiatore” su tutti. Non vedo ancora la kasbah, dista dieci minuti a piedi, ma davanti a me lo spettacolo dell’Atlas innevato accompagnato da un’aria fresca e frizzante tipica del dopo tempesta. Mi volto sulla destra, come lucertole al sole, i muratori che lavorano al rifacimento di una stanza sono appoggiati al muro godendo del calore che il sole regala. Corro in camera, prendo la macchina e chiedo il permesso di fotografarli. Sono indecisi qualcuno si, qualcuno no, schiaccio il tasto, si apre l’otturatore, immortalati e con me per sempre. Rachid arriva col suo sorriso, in terrazza è pronto il tavolo con la mia colazione, mi porta un caffè nero, niente a che vedere col nostro italiano, ma buono e confortante appena svegli.

Arriva anche Abdou, entrambi gentili e sorridenti come al mio arrivo. Ho digerito senza problemi l’ottimo couscous con verdure e manzo che mi hanno servito la sera precedente, mi sento un leone, la luce è bella ed io riposato dopo ore di pioggia, freddo e fango. Come una brava massaia marocchina stendo tutto quello che posseggo sul muro caldo. Visto da fuori l’albergo sembra una delle tante case che ho visto nelle zone agricole intorno a Settat sempre con i loro tappeti appesi ad asciugare. I proprietari non fanno una piega, anzi mi aiutano a sistemarli, benedetta accoglienza marocchina! Prendo la mia canon e mi dirigo a visitare la Kasbah. Rachid mi guida per un pezzo “adesso vai a destra, tout droit”. Cammino pochi metri e davanti a me una meraviglia che ha il potere di lasciarmi senza parole per pochi secondi. Il fiume ai piedi del vecchio centro abitato è pieno e reso marrone a causa delle piogge abbondanti dei due giorni precedenti. Un servizio a pagamento permette con gli asini di percorrere i venti metri di acqua che mi dividono dalla kasbah. Nel punto più alto non credo superi i 40 cm. Osservo il tragitto che i berberi fanno fare ai loro asini per trasportare i turisti che a fatica riescono a cavalcarli. Osservo le loro zampe, non si immergono mai troppo. Studio la traiettoria, osservo i miei stivali, non mi hanno mai tradito e non lo faranno neanche in questa circostanza. Cammino nel fiume, scatto qualche foto, raggiungo l’altra sponda con i piedi perfettamente asciutti. Gli sguardi dei condottieri di asini mi hanno seguito dal primo passo. Con la macchina fotografica in mano speravano forse in una mia caduta per poter dire “ecco ciuccio italiano, prendevi l’asino e ti risparmiavi questa belle figura di m….”. Invece supero il guado, arrivo, saluto e incasso la vittoria. Pago 10 dirham e visito questo gioiello del XVI sec, perfetto esempio di pisè, la tecnica che usano tuttora per costruire le case. I mattoni sono realizzati con un misto di fango, paglia e sassolini di fiume. Tengono bene, la kasbah lo conferma e qui d’altronde non piove molto. I due giorni precedenti sono stati i primi dall’inizio dell’anno. “Sono proprio stato fortunato” mi dice Aziz dal bar dove scatto le prime foto, “senza pioggia il fiume sarebbe stato secco”. Eh già proprio una bella fortuna, peccato che per giungere qui abbia visto l’inferno! Impiego un’ora circa a scattare fotografie e ritorno in albergo. Preparo per l’ennesima volta i miei bagagli asciutti e sono pronto a partire. Nel frattempo la strada a Tizi-n-tichka è stata riaperta. Decido lo stesso di seguire il percorso giallo sulla mia mappa, quello che ieri mi sconsigliavano tutti. Il sole è davvero forte e se un po’ d’acqua dovrà esserci questo caldo di sicuro l’asciugherà. Naturalmente la previsione è sbagliata, non so dove porti quella strada, non so che alla fine della stessa raggiungerò i 2270 metri e sarò in mezzo alla neve. Percorro i primi chilometri in un paesaggio stupendo, questa è di sicuro la strada più bella che abbia percorso da quando ho iniziato questo motoviaggio. Complice la luce, complice il pisè che con tutto quel sole dona alla vallata un aspetto che non avevo mai notato in nessuno dei miei viaggi. Sono davvero sereno e sto bene, il paesaggio è meraviglioso, la moto, un’africatwin rd04 del 1991, regala solo emozioni e ormai dopo aver raggiunto i 4000 chilometri in terra marocchina con il mio motoviaggio sento sia arrivato il momento di darle un nome. Ci pensavo già da giorni ma il numero 4000 sul mio gps mi fa capire che non c’è più tempo da perdere. Mi fermo, siamo soli io e lei, la mia compagna, colei che ha retto il mio sedere per un mese senza sosta. Mefishmuskì ,ecco il suo nome, da oggi sarà Mefishmuskì. “Non c’è problema” vuol dire in marocchino ed in effetti a parte la pompa della benzina (non originale Honda tra l’altro, ma da me adattata da un piaggio Beverly 250) non mi ha mai dato un problema. Non potrebbe esistere nome migliore, prendo dell’acqua marroncina da una pozzanghera e la battezzo. Jallah, è tempo di andare! Davanti a me il paesaggio inizia a cambiare, ho già percorso quarantacinque chilometri, ne mancano ancora quindici alla tappa intermedia e le montagne di neve che al mattino vedevo in lontananza mi sono molto vicine, troppo vicine, in poche parole ci sono dentro. Davanti a me dopo pochi metri il primo guado. Se a valle l’acqua grazie al sole era evaporata, qui grazie allo stesso sole è la nave a sciogliersi e a rendere i simpatici rivoletti d’acqua fiumiciattoli. Ne attraverserò tre durante i rimanenti chilometri. Ogni volta la stessa scena. Fermo la moto, scendo a sondare con i miei stivali il fondo e l’altezza, fattibili. Ripenso a tutto quello che ho visto nei video su come guadare, dove tenere il peso e mi sento sicuro. Ho inoltre applicato la tecnica di Chris Scott e il suo Overland Sahara: “meglio stivali bagnati che moto e tutto il resto bagnato”. Pronti a partire! Al primo guado un po’ mi tremano le gambe, accendo la moto, innesto la prima ma passa qualche secondo prima di rilasciare la frizione, mi faccio forza e accarezzo il serbatoio di Mefishmuskì con la mia mano sinistra come fosse un purosangue. Rilascio la frizione, ho già studiato dove far passare la moto, va tutto bene, peso indietro e sguardo avanti, passo il piccolo guado, io e Mefishmuskì siamo ancora più uniti.

Raggiungo i 2270 metri, Tiz-n-tichka, intorno a me solo la neve e qualche venditore di rocce troppo colorate e troppo fosforescenti per essere vere. Ho raggiunto il punto più alto di questo motoviaggio e sono a centonove chilometri da Marrakech. L’orologio segna le due del pomeriggio, duecentoottanta chilometri mi separano da Settat, il quartier generale di Soleterre. Sento quel posto come fosse casa mia, decido che passerò lì la notte, una bella doccia calda, cibo italiano e se sarò fortunato una birra. Percorro pochi chilometri e le nubi che negli ultimi minuti avevano deciso di assumere la tonalità grigia, iniziano a scaricare in terra acqua e ancora acqua. Rimetto il completo antipioggia tucanourbano e la copertura arancione alle mie sacche laterali. Inizio la discesa a valle con una certezza:questa pioggia inizia proprio a rompere le palle! Continua a leggere

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Nuvole Marocco

Ho lasciato Erfoud. Il cielo è nuvoloso, non promette bene oggi. Seduto nell’atrio dell’hotel osservo il cielo grigio e decido, pensando all’ acqua che di sicuro prenderò, come disporre i miei bagagli. Mentre mangio del pane fresco accompagnato da un ottimo olio d’oliva (la colazione del posto) vedo nel bar di fronte a me dei ragazzi giocare a biliardo. Indossano lo zainetto come fosse un’armatura, non lo tolgono neanche per eseguire i colpi più difficili. Già ieri li avevo notati, escono di casa qualche minuto prima ed impiegano così il tempo che precede il suono della campanella. Penso ai miei tempi quando ogni minuto primo dell’ingresso del professore era un tesoro da utilizzare al meglio per ripassare, copiare, ed in molti casi studiare. Vicino al mio liceo non c’era nessuna sala da biliardo aperta al mattino così presto e non so se in ogni caso avrebbero fatto entrare dei mocciosetti come noi. Intingo nel liquido verde la mollica, la mangio di gusto assaporando fino alla fine l’aroma che il pane col suo calore risveglia nell’olio. Prendo la mia macchina fotografica e mi dirigo verso il tavolo verde. Osservo i ragazzi per un po’, loro si incuriosiscono, sono sempre vestito da astronauta blu e stringo tra le mani una macchina fotografica equivalente allo stipendio medio di un anno marocchino. Chiedo se posso fare qualche scatto. Sono un po’ diffidenti ma si lasciano convincere dal mio sorriso e da qualche consiglio che do su come tenere la stecca. Il cielo è sempre più grigio, preferisco partire, oggi mi aspettano tanti chilometri.

Decido di seguire una strada secondaria, mi farà accorciare di cinquanta chilometri circa e mi permetterà forse di trovare un po’ meno asfalto, il mio motoviaggio oggi ha voglia di un po’ d’avventura. Supero il paesino di Jorf e alcuni simpatici piccoli vulcani iniziano a costeggiare per un chilometro circa da entrambi i lati la strada. Sono gli antichi pozzi da cui gli abitanti di queste zone prendevano l’acqua da portare ai loro villaggi. Adesso sono un’attrazione turistica, tende berbere montate all’ingresso e persone vestite con coloratissime djellabe. Scatto una foto e mi allontano prima di essere fermato da qualcuno per il solito rituale di domande teso a vendermi qualcosa. Raggiungo Tinejdad, tappa intermedia prima di Tinerhir città bella , con una meravigliosa kasbah in pisè, da qui iniziano i quattordici chilometri che portano alle gole del Todra. A metà strada tra le due città inizia la pioggia, quella sottile quasi impercettibile che in siciliano si definisce “assuppa viddranu”. È la pioggia che il contadino al mattino non considera neanche, non merita un ombrello o alcun tipo di protezione. Però lei c’è, sempre presente e costante. A fine giornata di ritorno dai campi dopo molte ore di lavoro, lei ha completamente inzuppato (assuppatu appunto) il contadino (lu viddranu). Raggiungo Tinehrhir e la pioggia è già mutata in pioggia normale che in moto naturalmente aumenta, a causa della velocità, il suo potere “inzuppante”. Decido di percorrere lo stesso i chilometri che mi separano dalle gole che raggiungono i 2000 metri. La scelta non è delle più intelligenti, salendo la pioggia si intensifica e lo spettacolo delle gole è orrendo, luce pessima e acqua talmente forte da non permettermi di tirar fuori la macchina fotografica. I venti minuti impiegati per raggiungere le gole hanno nel frattempo trasformato la strada che mi attende al ritorno in un pantano unico. Tutto diventa marrone grazie al fango che inizia a colare dalle pareti e  le buche si trasformano in simpatiche lagune. Il segno di quanto impraticabile sia il percorso anche per i camperisti più intraprendenti è la scomparsa dai punti strategici di tutti i bambini sempre pronti a vendere qualsiasi cosa. Il tempo raddoppia per percorrere i chilometri che mi separano dalla città e ormai sono ad un livello superiore rispetto all’inzuppamento del contadino siciliano. Con questo tempo raggiungo Boulmane-du-dades e Skoura. Città meravigliose che con la pioggia perdono tutto il loro fascino e i loro colori. A causa del tempo infame decido di non visitare le gole del Dades. Dovrei percorrere centoventi chilometri tra andata e ritorno e vedermi forse riproporre lo stesso schifoso spettacolo di quelle del Todra? No grazie, decido senza esitazioni che sarà per un’altra volta. Punto a Ouarzazate, la città è molto interessante, le abitazioni hanno lo stile che si incontra nelle kasbah presenti nella meravigliosa strada che la collega a Boulmane-du-dades. La pioggia non smette mai, la mia maschera è completamente inzuppata e inizio a sentire l’acqua persino all’interno del casco. Sono le quattro del pomeriggio, sono a soli trentadue chilometri da Ait-Benhaddou, la perla di tutto l’Atlas. Devo decidere cosa fare. Il tempo continuerà schifoso per tutta la sera immagino e se domani dovesse migliorare preferirei svegliarmi ed essere già pronto per visitare la città. Mi fermo per fare il pieno. Mentre riempio il serbatoio della Transalp che ho montato sulla mia Africatwin chiedo informazioni al benzinaio. Brutte notizie. La strada che va a Marrakech è interrotta all’altezza di Tizi-n-Tichka causa la frana di una montagna, e la strada secondaria, che si percorreva prima dell’apertura dell’autostrada, è assolutamente sconsigliata con questo tempo anche ad una moto come la mia. Questo significa che non posso proseguire a Nord verso Tanger passando da Marrakech. Se tutto continua così dovrò tornare indietro e arrivare a Nord di Tizi-n-Tichka da Est. Guardo la cartina, significano circa trecento chilometri in più. Non voglio pensarci, sono già  super bagnato, non saranno trenta chilometri a fare la differenza ed in ogni caso non voglio perdermi la perla dell’Atlas che conserva la Kasbah più bella. Percorro i primi venti su una strada piana, asfaltata e piena d’acqua. All’improvviso un cartello indica la svolta a destra, dodici chilometri ad Ait-Benhaddou, l’inizio della famosa strada sconsigliata in casa di maltempo. Avrò ancora luce per due ore faccio in tempo a rischiare e male che vada tornare indietro e dormire a Ouarzazate. Dopo i primi duecento metri la strada è un inferno, fango al posto dell’asfalto e schizzi dalla pozzanghere marroni provenienti dai 4×4 che scendono a valle. La mia maschera è marrone e lo stesso per la mia tuta tucanourbano. Le mie ossa sono umide e sento acqua corrermi lungo la schiena. Non ne posso davvero più, mi aspettavo un clima decisamente diverso. Percorro gli ultimi chilometri tenendo il pensiero fisso alla doccia calda che farò a qualunque costo. Questa sera albergo, non importa quanto pagherò, ho bisogno di riposarmi, mangiare e asciugare tutto quello che sta viaggiando con me. Raggiungo Ait-Benhaddou, sono in uno stato pietoso, mi fermo all’hotel Ksar, ho letto la recensione sulla guida Rough guides. Mi vedono arrivare, son gentilissimi da subito. Vengono fuori a prima ancora di parlare di soldi, mossi forse a pietà dal mio stato, mi offrono un tetto e mi propongono di vedere la camera. La vedo, è bella e pulita, tratto per essere gentile e assecondare la loro cultura, prezzo fissato con tanto di cena e prima colazione. “Avete doccia calda?” chiedo impaziente, “si tutta quella che vuoi” mi dice Abdou, il proprietario. Hamdulillah, potrò rinascere. Rachid è gentilissimo, mi accompagna fuori, si bagna insieme a me e mi aiuta a portare dentro tutti i bagagli dalla moto e infine a metterla all’interno del cortile, al riparo da acqua ed eventuali malintenzionati. Mi spoglio, mi fiondo nella doccia, sono ad Ait-Benhaddou, mi aspettavo qualcosa di diverso, un po’ meno camel trophy. Sotto l’acqua calda il mio corpo inizia a rigenerarsi, rinasco e penso alla cena. Ho fame e ho voglia di scrivere per non dimenticare niente di questa giornata. Ancora una volta l’accoglienza di questo popolo è meravigliosa, esco dalla doccia, mi asciugo e raggiungo il salone per vedere in che posto sono finito. Mentre osservo gli splendidi interni arriva Rachid con del thè alla menta caldo e zuccherato. Et voilà mesdames et monsieur, Ait-Benhaddou. Continua a leggere

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Manifestazioni Marocco



In queste settimana di motoviaggio in Marocco ho assistito ad alcune manifestazioni. Le ho viste a Settat, Tiznit, Erfoud e Merzouga. Niente a che vedere con ciò che ha infiammato tutta l’aerea del Maghreb ma semplici manifestazioni di protesta. Il problema comune a tutte le manifestazioni è sempre lo stesso: la richiesta di lavoro. In Marocco ci sono moltissimi giovani, più che in Italia, lo vedi girando che non è un paese di vecchi. Molti studiano e molti si laureano, per loro non c’è futuro, non c’è nulla da fare. Chiedono lavoro a chi li governa prima di pensare ad emigrare. Nessuno di tutti i manifestanti da me incontrati ha mai espresso dubbi o perplessità sull’attuale re Mohammed VI. A Merzouga è diverso, tutti hanno in mano stampe del re. Le agitano verso il cielo gridando come pazzi. Sono curioso, ho forse finalmente trovato qualcuno che protesta contro il giovane successore di Hassan II? D’altronde questo è un regno, è lui che nomina il primo ministro ed i ministri per cui, se qualcosa non va, non occorre essere degli esperti di geopolitica per capire che forse… Mi avvicino e domando, ma la risposta arriva secca e sincera “no,no, il re è buono, ha fatto e fa ancora tanto per noi, spesso investe i suoi soldi” mi dice Hammed, “semplicemente teniamo le stampe in mano perché gli vogliamo bene”. I suoi soldi, ma come li ha fatti il re questi soldi? Che lavoro fa il re? Non sono affari miei, sono un ospite, sono un turista mi ripeto. La manifestazione si svolge in maniera assolutamente pacifica e tranquilla. Le grida lanciate al vento, in mezzo al deserto a pochi passi dalle dune che tutti vengono a visitare troveranno ascolto? Gli abitanti del villaggio si lamentano con il governatore sentendosi abbandonati. “Non abbiamo un ufficio dove pagare le bollette per esempio e dobbiamo fare quaranta chilometri e andare a Rissani per ogni stupidata”, “un’alluvione nel 2006 ha creato danni al paese ma nessuno è mai intervenuto facendo qualcosa e le nostre case sono ancora in situazione pessime” dice Amin. Qui gli unici soldi che arrivano li prendono gli stranieri, loro investono e solo loro portano a casa qualcosa, per noi nulla!”.

E’ una manifestazione a cui partecipano tutti, donne, bambini, uomini e giovani. Saranno un centinaio, alzano mani, gridano la loro rabbia, cantano canzoni seguendo la voce di chi stringe in mano il megafono. Nelle precedenti manifestazioni a cui ho assistito non ho mai fotografato, sono qui con un visto da turista e questo vorrei fare. Questa volta è diverso, mi guardo in giro, sento una voce dentro che mi spinge ad andare. Parcheggio la moto, chiedo a dei francesi che osservano da lontano di essere i guardiani della mia Africatwin. Prendo la mia macchina e avvicino il leader del gruppo, chiedo se posso fotografare. Attorno a me nessuno a farlo, nemmeno un cellulare o una stupida compattina. I suoi occhi si illuminano e dicono molto di più del suo spagnolo essenziale. Mi chiede di fotografare e di raccontare i loro problemi. Lo Faccio, per la prima volta sento che qualcuno ha bisogno del mio lavoro. Gli prometto che creerò un post sul mio blog per dare voce alla loro richiesta, non è molto e non credo che i governatore lo leggerà, ma lui è felice. Mi lascia la sua mail e mi chiede di scrivergli quando avrò postato qualcosa. Ciò che chiedono è il minimo. Servizi soprattutto, in una città che essendo molto turistica attira persone e anche molti soldi. Ho visto tanti, troppi paesi in Marocco in cui manca tutto, manca molto, spesso l’essenziale. Ancora si cammino sul fango e l’asfalto non sempre ricopre le vie che collegano gli edifici. Non esistono collegamenti efficienti, bambini tutti i giorni compiono chilometri a piedi per raggiungere le scuole. L’analfabetismo femminile soprattutto nelle zone rurali raggiunge anche il settanta per cento, i bambini sempre in quelle zone lavorano come fossero grandi. La gente chiede semplicemente di essere ascoltata. Se, inshallah, questo post servirà a qualcosa sarà solo merito degli abitanti del paesino di Merzouga. Continua a leggere

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Tafraoute

La Valle dell’Almen. Ho pensato a lungo se venire qui indeciso sin dalla mia progettazione del viaggio a Milano. Avrei preferito evitare questa tappa per dirigermi subito verso il sud del Draa e dell’erg Chebbi in seguito. Se l’avessi fatto avrei commesso la stupidata più grossa di tutto il mio viaggio. Tafraoute è il paesino più famoso di tutta la vallata che senza ombra di dubbio è già motivo sufficiente per un viaggio in Marocco. Attorno a Tafraoute arroccati tra le montagne sorgono circa 26 paesini, alcuni interessanti altri meno. La cosa che ti colpisce da subito è il fatto che anche nel paesino più sperduto trovi sempre case troppo belle rispetto al tenore di vita del posto. Mi chiedo da subito come mai. E’ il proprietario del camping dove passo la notte, il camping Tazka, a risolvermi il dubbio. “ Qui tutti gli uomini emigrano, vanno in Francia oppure a lavorare in altri paesi del Marocco, soprattutto nel settore agricolo. Tornano qui da pensionati e con i soldi che hanno messo via si costruiscono case in stile europeo dove passare il resto dei loro giorni”. Si avete capito bene, non stanno qui per venti oppure trenta anni. Mi dice che così funziona, stanno tutti bene, nessuno si lamenta e non c’è motivo di cambiare le cose. Se lo dice lui… Io immediatamente penso alla mia ragazza che dopo soli 14 giorni in terra marocchina incomincia a richiedere la mia presenza. Finalmente mi spiego perchè non ci siano uomini in giro ma solo bambini e donne, tutte rigorosamente coperte di nero. Veli enormi che lasciano fuori solo gli occhi. Al mio saluto non rispondono e se solo fermo la moto ( la macchina è ancora riposta nella sacca) tirano il velo il più possibile e si voltano mostrandomi la loro nuca. Messaggio chiaro, non occorre avere studiato il berbero per capire cosa significhi. Ad ogni modo non sono i paesi con le loro case in stile Disneyworld, sempre con tonalità dal rosso porpora all’ocra, il vero motivo del motoviaggio, è la vallata con i suoi panorami mozzafiato a meritare la visita. Percorro circa 70 chilometri di strada anonima da quando lascio Aglou, ripasso da una Tiznit ancora sonnolenta ed è solo quando appare il cartello che indica 22 chilometri a Tafraoute che la magia inizia. Parcheggio subito la mia africatwin a bordo strada e tiro fuori la mia macchina fotografica. Faccio una panoramica e riparto. Curva successiva stessa scena. Vado avanti così fino a Tafraoute. Impiego circa un’ora per percorre quei 22 chilometri. L’aria è fresca e attorno solo il rumore del vento e di qualche uccellino. Non trovo un turista. A fine giornata di ritorno al campeggio avrò contato 8 macchine, due camper, 3 bici e qualche asino. Da quando sono partito ho visto pochissimi turisti. A parte i camper nelle aree attrezzate il Marocco è deserto, ogni tappa che compio sembra io stia svolgendo una gara a cronometro.

Decido che non posso fermarmi ad ogni curva e così riesco a raggiunger il famoso Chapeau Napoleon e le rocher peints del belga Jean Veràme. Avevo molti dubbi a proposito di quest’opera di Land art, sono sempre scettico sulla materia, l’idea di rovinare in modo perpetuo la natura intervendo in modo così aggressivo. Inoltre dalle foto che ho visto a casa qui le rocce sono dipinte di blu  rosa. Percorro un chilometro circa di strada sterrata e loro sono davanti a me dispersi nella valle. Mi devo ricredere, il paesaggio è incredibile, le enormi rocce levigate dalla natura con le loro nuove tinte accese, conferiscono un area quasi surreale al posto. Non trovo una guida cartacea della zona in paese e così mi avventuro per la vallata dopo aver lasciato tutto in campeggio. Dopo pochi km non so bene dove mi trovi. Vedo arrivare una Pegeout bianca e alzo il mio braccio. Si ferma Mohammed, è gentile, mi regala un sorriso e mi dice che a 3 km troverò un bivio, “tieni la sinistra per andare ad Ait-Mansour“. E’ il paesino più interessante all’interno delle gole interamente circondato da palme e con tanta acqua nei mesi invernali. Ringrazio, metto il casco ma vedo che Mohammed non si muove. Questa volta è lui ad alzare il braccio. La sua macchina non va. Tira fuori una chiave e cambia due candele. “Ho troppo Olio nel motore e si sporcano subito”. Apre il cofano, osservo quel motore e mi chiedo come la macchina possa semplicemente pensare di muoversi. Cambia le sue candele con due ancora più vecchie e più sporche. Lui ci crede, gli capita spesso mi fa capire, ci è abituato. Le mani nere come quelle di un meccanico vengono pulite sui pantaloni senza troppi complimenti. Mi chiede una piccola spinta. Gliela do, se d’altronde non si fosse fermato per rispondere alla mia domanda non avrebbe avuto questo problema. Chiave girata, seconda ingranata spingiamo entrambi, lui dall’abitacolo io da dietro. Pochi metri lascia la frizione e la Pegeout 504 riparte e si allontana. Una mano sbuca dal finestrino e si agita, immagino sia il suo grazie. Raggiungo le gole e mi attende un piccolo pezzo in sterrato semplice. Pochi chilometri e mi ricollego alla strada asfaltata. Percorro tutto l’altro lato della vallata, asini, ancora donne e bambini che ad ogni mio passaggio mi corrono incontro chiedendomi una mano oppure un colpo di clacson. Li rendo felici e, come i piloti della Parigi Dakar nei metri finali, mi alzo in piedi agitando il guanto azzurro un pò sudaticcio. Qualcuno osa di più e mi chiede di impennare la moto. Mi piacerebbe se solo sapessi farlo ed in ogni caso la mia Africatwin con i cavalli che ha non si alza neanche a pregare. Raggiungo il campeggio, il sole sta calando. Mi cambio i pantaloni e vado al ristorante Etoile de Agadir. Mangio la Tajine più buona da quando sono in Marocco. E’ con le mandorle e le prugne, ho fame oggi, ho guidato tanto. Concludo la cena con un buon thè alla menta, è ben fatto, dolce, saporito e alla giusta temperatura. Esiste modo migliore per prepararsi ad una scomoda notte in tenda sperando in un sonno ristoratore? Continua a leggere

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Tagazhoute

Pointe Imessouane

Lascio Sidi Kaouki, è tempo di farlo. Dopo un giorno e mezzo il salone che accoglie la mia moto verde/blu è diventato il mio ufficio. Computer sempre acceso e macchina fotografica sul tavolo, ho creato il mio bagno da Arnold’s.

Il mattino è fresco, mi lascio alle spalle Toto Cutugno. Da quando in albergo e al ristorante hanno scoperto che sono italiano ogni occasione è buona per far partire dal cellulare di turno “Buongiorno Italia gli spaghetti al dente e un partigiano come presidente”. Mi merito di più! Il vento mi attende fuori dalla porta pronto ad accarezzare di nuovo il mio viso rosso sempre più simile a carta vetra.

Il viaggio scorre tranquillo fino a Cap Tafelney, 30 km di strada deserta e ben asfaltata che mi fanno provare la gioia delle pieghe con la mia Africatwin rd04. Sembra di essere su un circuito costruito apposta per me ed il mio motoviaggio, non incontro nessuno solo qualche pecora e la solita capretta che mi guarda come fossi un marziano su una astronavicella ultrasonica.

Cap Tafelney è un villaggio di pescatori, “400 abitanti contando le campagne vicine”,“solo tre famiglie vivono qui tutto l’anno” dice Abdel, il proprietario dell’unico ristorante. Durante l’estate arrivano fino a 400 macchine e per loro va bene. Dall’alto, prima di arrivare, vedo una scena che sa di arcaico, due cavalli trascinano fuori dall’acqua una barca a remi appena arrivata carica di pesci. Riesco a tirar fuori la macchina e scattare. Sogno di avvicinarmi a loro e fotografare lo sforzo dei cavalli in la sintonia con l’uomo. Salgo sulla moto, tempo di arrivare giù in paese e la magia è già terminata, ho fatto troppo tardi. Lascio Cap Tafelney sereno, 400 metri e vedo davanti a me due strade per Poine Imessouane: la strada asfaltata e la mitica “piste”. Non ho dubbi, è il giorno giusto e sono qui anche per questo.

La “piste”, il sentiero che tutti percorrevano fino a prima dell’arrivo dell’asfalto, la vecchia strada (a volte ancora battuta) su cui passavano le carovane che si muovevano da un paese all’altro. La mia sarà lunga 50 km. Ho percorso qualche sterrato in Italia prima di venire qui in Marocco e ho trascorso una giornata in una cava di sabbia nel pavese.

Ho dimenticato un piccolo particolare. Qui sono solo è la concentrazione si decuplica. Sai che non devi sbagliare, pensi che anche il più piccolo errore, che in gruppo a pochi km da casa diventa motivo di sorrisi e sfottò alla fine della giornata, qui può trasformarsi in qualcosa di assolutamente spiacevole. Non sai quando passerà e se passerà qualcuno, pensi a cosa fare se ti si dovesse rompere la moto a causa di una caduta. E mentre tutti questi pensieri assolutamente non produttivi durante la tua “piste” non riescono ad abbandonarti, devi scegliere dove mettere la tua ruota anteriore, la marcia da innestare, il gas da dare e dove buttare il peso. I primi 10km vanno via lisci, poi arrivano sassi sempre più grossi. Se prima trovavi della terra tra un sasso e l’altro adesso non più, per pochi metri i sassi sono più appuntiti e ancora non riesci a toglierti dalla testa se cadi lì ti farai male, ma non puoi frenare altrimenti è peggio. Devi accelerare così la moto non si impasta, se provi a fermarti ti ritrovi a reggere sul tuo piede che non sai se e dove si appoggerà, circa 250 chili tra moto e bagagli. Meglio non pensarci, meglio non pensare a chi hai a casa. Altri 12 km passano in questo modo. Mi fermo nel primo punto in piano, ho sudato come un pazzo, a causa anche di tutte le protezioni che indosso, la maglietta è attaccata alla mia pelle, bevo dell’acqua e sento le gambe tremare, le braccia senza forza. Mi fermo, parcheggio la moto, scendo e tiro un urlo in mezzo alla mia pista. Nessuno a sentirmi, nemmeno la capra di prima. Adesso va meglio. Non me ne sono reso conto, e passata un’ora. Quasi 25km in un’ora. Adesso capisco la gente che parla di 8 ore in moto per tappe da 150km. Ancora pochi km di fatica e la “piste” ritorna semplice, forse è ancora ad un livello alto, ma meno rispetto all’inferno di prima. Acquisto sicurezza e allora mi accorgo che sono circondato da un paesaggio meraviglioso. Dietro di me Tafelney è lontana, davanti vedo già Imessouane, una delle punte di questa scogliera che da qui in avanti diventa meravigliosa. L’acqua cambia colore, riscopre l’azzurro, lo smeraldo e il turchese, abbandona il marrone di Essaouira dove le onde, senza sosta, costringono il fondale a danze dispari.

Pointe Imessouane è bella ma piccola. In pochi minuti visito il centro minuscolo e scatto qualche foto alle barche blu messe ad asciugare. Tre pescatori allargano reti, mi avvicino, saluto e scatto una foto. Il gesto delle tre mani all’unisono dice inequivocabilmente che la mia presenza non è gradita. Mi guardo intorno, non c’è altro, il solito gatto sdraiato e annoiato a causa del caldo intenso. Avrei dovuto dormire qui secondo i miei programmi. E’ troppo presto e l’adrenalina che dopo la prima “piste”gira ancora nel mio corpo, mi fa tornare in mente “no plan is a good plan”.

Giro la chiave, accendo il gps, si punta al sud. Il viaggio è piacevole, per 100 km alla mia destra sono in compagna dell’oceano, a sinistra colline marroni impreziosite da piccoli ciuffi color verde. Passo il Cap Rhir col suo faro costruito nel 1926 dagli spagnoli, il primo dell’isola. Pochi km dopo vedo delle belle onde, alcune macchine impreziosite da tavole da surf sul tetto e capelli biondi al vento. Mi fermo per fare qualche foto, non lo so ancora ma sono entrato nella zona che fino ad Agadir è meta di surfisti e “fricchettoni”. Lo “spot”, il termine tecnico che i surfisti di tutto il mondo mutuano dall’inglese per indicare un posto, è davvero bello. Le onde sono lunghe ed enormi, nell’acqua solo due sagome rese nere dalle mute, indispensabili per le fredde acque atlantiche di questo periodo, attirano gli sguardi di tutti i presenti. “This is Boilers” mi dice Dragan, ragazzone serbo, “è uno dei 15 spot più belli del mondo per surfare”. Lui è qui con altri 3 amici, ha 20 anni, vogliono imparare il surf. Sono a Tagazhoute, un paesino a 20km da lì. Decido di andare a visitarlo. Mi bastano pochi metri nel paese per decidere di accelerare e abbandonare quel posto. E’ un covo per turisti. Al mio ingresso vedo 20 mani alzarsi, tutte tengono una chiave, immagino vogliano affittarmi qualche stanza. Lungo la via principale vedo pelli bianco porcellana rese rosa dal sole marocchino, quel colore che a qualsiasi latitudine del pianeta con qualunque tipo di crema protettiva è sempre uguale, inconfondibile, un segno che dice subito da dove vieni: Inghilterra! Metto la quarta giro l’acceleratore, schiaccio la frizione questa volta è la quinta ad ingranare, via più veloci del vento! Mi fermo in una spiaggetta, moto d’acqua, cammelli, cavalli e sempre quelle porcellane rosate, questa volta devo fermarmi sia anche solo per capire bene da cosa fuggire. Tolgo il casco e lo appendo al manubrio, uno sguardo veloce in giro, posso lasciare tutto lì. Mi dirigo sul lungo mare ad osservare lo spettacolo a cui non ero più abituato e della cui assenza mi ero ubriacato a Sidi Kaouki e Tafelney.

Vedo alla mia destra un paio di occhialoni azzurro pastello sbucare dalle tendine di un pullmino con targa inglese. Il viso è proprio simpatico, potrebbe valere il motivo della sosta. Così sarà, è Simon da Londra, ex agente disoccupato a causa della crisi economica ad indicarmi dove passare la notte. E’ qui da 4 mesi, gira il mondo da quasi 3 anni, da quando ha perso il lavoro. Ha investito i suoi soldi nell’acquisto di questo vecchio Ford un tempo adibito a mezzo delle polizia della City. Con la ragazza l’ha rimesso a posto, dentro il soffitto e la tappezzeria ricordano la copertina di un LP della peggior disco anni 70. Il suo sorriso è bianco e coinvolgente, “insegno surf e gestisco una scuola di surf del paese”, “lo faccio in giro tra Spagna, Francia e Marocco”. Sono quasi le 5 del pomeriggio e ha una lezione, è la sveglia appesa al muro a forma di colomba il suo reminder. Giusto in tempo per sconsigliarmi il campeggio del paese che costa circa 7 euro a notte, decisamente caro per il Marocco. Gli chiedo, mentre mette la cera sulla tavola, se non ci sia per caso un posto non autorizzato ma sicuro dove piantare la mia tendina. Mi indica una strada in fondo sulla destra, “prendila per un km, quando vedrai molti di camper sai che sei arrivato”.

Lo spazio adibito a parcheggio è pieno di Camper con provenienza francese e tedesca. Mi piacerebbe trovare un italiano a cui chiedere informazioni sul posto. Sul campeggio in Marocco si racconta di tutto, quindi meglio andare sul sicuro. Mi sollevo in piedi per guardare meglio le targhe dei camper, sono fortunato, un Ford transit gran soleil ne ha una a fondo nero con numeri bianchi, la riconosco subito, è una vecchia targa italiana. Giro intorno al cabinato come un avvoltoio , cerco di farmi notare, il camper è infatti chiuso e non vorrei che i proprietari fossero al mare aspettando, come in point break, l’onda perfetta. Ancora un giro, un colpo di clacson e la porta si apre. Pantaloncini corti a righe, senza maglietta, sorriso incorniciato da un barbetta bionda e cannetta nella mano sinistra, “piacere Guido” e mi porge la destra. Chiedo un po’ di informazioni, è gentile, mi offre dell’acqua e una sedia. “Puoi montare la tenda di fianco a noi e anche lasciare i bagagli dentro il camper”. Sono felice, finalmente non dovrò condividere i miei pochi cm di tenda con i bagagli, gli stivali puzzolenti e i vestiti pieni della fatica della mia prima “piste” in terra marocchina.  Quando si viaggia in questo modo e soli, una sedia e un “ciao” acquistano un valore difficilmente valutabile. Stacco la prima cinghia e da lontano un colpo di clacson attira la nostra attenzione. Pochi secondi e alzando il braccio destro in segno di saluto mi dice “eccoli i nostri amici”. Davanti a noi due furgoni camperizzati e a seguire, facendosi largo nella scia di polvere lasciata dai due Mercedes 507D, il mezzo di Luic, un camion Renault lungo 12 metri per 8 tonnellate di peso. Sono finito nel bel mezzo di un gruppo di hippy composto da 3 francesi, 2 spagnoli con bimba di 6 mesi, un canadese e 2 italiani. Al momento di montare la tenda Alessio, il compagno di viaggio di Dario, mi si avvicina “abbiamo un letto che non usiamo nel camper, perché non ti butti lì anziché montare la tenda?” La mia moto è circondata dai camper e coccolata dalle stelle questa notte, mi sento al sicuro. La lingua della carovana è chiaramente il francese. Lo capiamo tutti poco ma i francesi fingono sempre di saper parlar solo la loro lingua. Poco importa, il pensiero vola a casa e la mia testa sul cuscino, sogno ancora la mia “piste”. Continua a leggere

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