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Tucanourbano

Da oggi sono ufficialmente sul sito della tucanourbano, nella sezione sponsorizzazioni e poi adventure. Trovate qui il mio faccino e qualche foto del motoviaggio in Marocco. Novità in arrivo nei prossimi giorni, collegatevi!!!

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Marocco in moto, foto di una fantastica compagna

Un piccolo post del mio motoviaggio in Marocco. Viaggiare in moto è bello ma anche la motocicletta (africatwin rd 04, battezzata Mefishmuskì) ha bisogno di importanza. In fin dei conti è lei che ti trasporta, solo lei che riesce ad andare dove nessuno oserebbe e mostrarti paesaggi mozzafiato. Ti richiede solo cure e passione ma ciò che da è senza prezzo. Alcune fotografie di Mefishmuskì in giro per il Marocco, Nord, Sud, Est ( a ovest c’è l’Oceano). Non dimenticate mai di fotografare la vostra moto mentre viaggiate. Non siate sempre vicini a lei, trattatela come una vera amante, fotografatela da sola, nella sua intimità, trasmette importanza nelle foto. Trattatela da protagonista, vi ringrazierà.

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Manifestazioni Marocco



In queste settimana di motoviaggio in Marocco ho assistito ad alcune manifestazioni. Le ho viste a Settat, Tiznit, Erfoud e Merzouga. Niente a che vedere con ciò che ha infiammato tutta l’aerea del Maghreb ma semplici manifestazioni di protesta. Il problema comune a tutte le manifestazioni è sempre lo stesso: la richiesta di lavoro. In Marocco ci sono moltissimi giovani, più che in Italia, lo vedi girando che non è un paese di vecchi. Molti studiano e molti si laureano, per loro non c’è futuro, non c’è nulla da fare. Chiedono lavoro a chi li governa prima di pensare ad emigrare. Nessuno di tutti i manifestanti da me incontrati ha mai espresso dubbi o perplessità sull’attuale re Mohammed VI. A Merzouga è diverso, tutti hanno in mano stampe del re. Le agitano verso il cielo gridando come pazzi. Sono curioso, ho forse finalmente trovato qualcuno che protesta contro il giovane successore di Hassan II? D’altronde questo è un regno, è lui che nomina il primo ministro ed i ministri per cui, se qualcosa non va, non occorre essere degli esperti di geopolitica per capire che forse… Mi avvicino e domando, ma la risposta arriva secca e sincera “no,no, il re è buono, ha fatto e fa ancora tanto per noi, spesso investe i suoi soldi” mi dice Hammed, “semplicemente teniamo le stampe in mano perché gli vogliamo bene”. I suoi soldi, ma come li ha fatti il re questi soldi? Che lavoro fa il re? Non sono affari miei, sono un ospite, sono un turista mi ripeto. La manifestazione si svolge in maniera assolutamente pacifica e tranquilla. Le grida lanciate al vento, in mezzo al deserto a pochi passi dalle dune che tutti vengono a visitare troveranno ascolto? Gli abitanti del villaggio si lamentano con il governatore sentendosi abbandonati. “Non abbiamo un ufficio dove pagare le bollette per esempio e dobbiamo fare quaranta chilometri e andare a Rissani per ogni stupidata”, “un’alluvione nel 2006 ha creato danni al paese ma nessuno è mai intervenuto facendo qualcosa e le nostre case sono ancora in situazione pessime” dice Amin. Qui gli unici soldi che arrivano li prendono gli stranieri, loro investono e solo loro portano a casa qualcosa, per noi nulla!”.

E’ una manifestazione a cui partecipano tutti, donne, bambini, uomini e giovani. Saranno un centinaio, alzano mani, gridano la loro rabbia, cantano canzoni seguendo la voce di chi stringe in mano il megafono. Nelle precedenti manifestazioni a cui ho assistito non ho mai fotografato, sono qui con un visto da turista e questo vorrei fare. Questa volta è diverso, mi guardo in giro, sento una voce dentro che mi spinge ad andare. Parcheggio la moto, chiedo a dei francesi che osservano da lontano di essere i guardiani della mia Africatwin. Prendo la mia macchina e avvicino il leader del gruppo, chiedo se posso fotografare. Attorno a me nessuno a farlo, nemmeno un cellulare o una stupida compattina. I suoi occhi si illuminano e dicono molto di più del suo spagnolo essenziale. Mi chiede di fotografare e di raccontare i loro problemi. Lo Faccio, per la prima volta sento che qualcuno ha bisogno del mio lavoro. Gli prometto che creerò un post sul mio blog per dare voce alla loro richiesta, non è molto e non credo che i governatore lo leggerà, ma lui è felice. Mi lascia la sua mail e mi chiede di scrivergli quando avrò postato qualcosa. Ciò che chiedono è il minimo. Servizi soprattutto, in una città che essendo molto turistica attira persone e anche molti soldi. Ho visto tanti, troppi paesi in Marocco in cui manca tutto, manca molto, spesso l’essenziale. Ancora si cammino sul fango e l’asfalto non sempre ricopre le vie che collegano gli edifici. Non esistono collegamenti efficienti, bambini tutti i giorni compiono chilometri a piedi per raggiungere le scuole. L’analfabetismo femminile soprattutto nelle zone rurali raggiunge anche il settanta per cento, i bambini sempre in quelle zone lavorano come fossero grandi. La gente chiede semplicemente di essere ascoltata. Se, inshallah, questo post servirà a qualcosa sarà solo merito degli abitanti del paesino di Merzouga. Continua a leggere

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Marocco,cammello

La vedete questa foto? E’ la causa di quello che mi è successo qualche giorno fa. Adesso posso raccontarlo ho avuto tempo di interiorizzare. Non l’ho detto subito, non sapevo se scriverlo, molti di quelli che mi leggono avrebbero potuto preoccuparsi. Sono cose normali, in viaggio capitano, a volte finiscono peggio, hamdulilla, a me è andata bene. Sono su una di quelle strade lunghe chilometri con intorno hammada e di cui scrivevo giorni fa. Tengo il manubrio con entrambe le mani, è bello sentire il vento, il sole e il rumore del motore sotto, in mezzo alle mie gambe. I pensieri in quelle occasioni vanno di pari passo con ciò che hai attorno, sono liberi di muoversi e non hanno i vincoli. Non è come in città in cui tutto è stretto, limitato, qui senti che anche con la tua mente puoi osare, puoi andare oltre. Mentre come “the dude” sono sul mio tappeto su due ruote vedo davanti a me, come un miraggio, un cammello in mezzo alla strada. Come nei cartoni animati  strizzo i miei occhi per verificare che sia tutto vero. E’ proprio così, quella bestia enorme è semplicemente fra me e la continuazione del mio viaggio. Fantastico, finalmente succede qualcosa! Decelero, non vorrei che il cammello si spostasse. E’ perfettamente centrato, se avessi dovuto posizionarlo io non avrei potuto fare di meglio. Il cammello si gira, mi ha sentito, per quanto faccia piano con la moto ha già abbandonato la posizione perfetta che aveva. “Peccato” mi dico, si dirige sul fianco e poi si butta sulla sabbia a sinistra. Inizia a mangiare e ogni tanto mi guarda, ipnotico lo osservo, non ho mai visto da vicino un cammello vero, uno di quelli che non hanno corde, guinzagli, seggiolini per turisti sopra, tappeti e quant’altro. Siamo soli, io, lui e l’hammada, continuo a guardarlo, lui mangia, alza la testa e mi osserva e poi ripete il tutto. Tiro fuori la macchina fotografica, scatto la foto che vedete, è l’unica! All’improvviso da dietro sento una voce e vedo una persona corrermi incontro. È ancora abbastanza lontana, sembra una ragazza. Tipico vestito da pastore che tante volte ho visto in questi giorni, Djellaba, turbante in testa e bastone in mano. Arriva e si ferma davanti a me. Improvvisamente ho la sensazione più brutta che si possa sentire, capisco che se me ne vado in fretta faccio solo bene. Non so spiegarlo, lo sento. Incomincio a mettere via la macchina fotografica e la ragazza, un po’ più bassa di me con un viso non gradevole e una brutta cicatrice sulla guancia destra, mi dice che vuole qualcosa. Non riesco a capire perché, che cosa, da dove sia sbucata fuori. “Cazzo, fino a 10 secondi prima eravamo solo io il cammello e l’hammada!” In ogni caso sento tra tutto quello che dice, e di cui non capisco niente, la parola “argent”. Ci risiamo, “Je n’ai pas d’argent sur moi” le dico, ma immagino risultare poco credibile visto la moto che ho e la macchina fotografica che mi ha appena visto riposizionare nella custodia.

Regalandole un sorriso le dico che non ho soldi, giro la chiave nella toppa e accendo la moto. In quel momento capendo che me ne sto per andare via alza il bastone in alto. Dal suo viso e dal linguaggio non verbale intuisco che se non le do qualcosa mi tirerà una bastonata. Non ho il tempo di fare nulla, vedo il bastone abbassarsi su di me. Fortunatamente la ragazza, che nel frattempo ha alzato il tono della voce, sbaglia mira e tira una botta impressionante sulla mia moto che al volo si spegne. Lei inizia a correre via, io sono paralizzato e sento un brivido freddo corrermi giù per la schiena. Provo a riaccendere la moto ma non parte, lei continua ad allontanarsi. La moto non va, non ricordo neanche più cosa faccio, tocco qualche tasto, tiro una leva forse e la moto si accende, mi sento al sicuro adesso. Vedo che la mia freccia sinistra è rotta e il mio specchietto retrovisore spaccato. Lei ferma dietro una duna mi guarda, io adesso non mi muovo, la invito con la mano a venire indietro, ho una voglia irrefrenabile di darle una manica di mazzate per quello che ha fatto alla mia moto e per la paura che mi ha messo addosso. Mi guarda, sarà distante 40 metri. Alzo ancora il braccio e muovo la mano con gesto chiaro invitandola a ritornare. Non la vedo più, sparisce dietro la duna. “Ma vaffanculo” e ingrano la prima, ormai l’adrenalina incomincia ad andarsene via. Mentre la moto si muove e giro la mia testa verso il povero cammello sulla sinistra che ha assistito a tutta la scena e mi guarda, sento delle voci giungere da destra. Mi volto di scatto, dalla duna sbucano due ragazzi, maschi questa volta. Non ci penso neanche un secondo, ingrano tutte le marce che ho, faccio il record di accelerazione per un’Africatwin. Lascio sul campo una freccia anteriore e uno specchietto retrovisore originale Honda. Questa foto non è il massimo lo so, ma è l’unica che ho fatto quella mattina e si porta dietro una bella storia che adesso conoscete anche voi. Continua a leggere

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Tagazhoute

Pointe Imessouane

Lascio Sidi Kaouki, è tempo di farlo. Dopo un giorno e mezzo il salone che accoglie la mia moto verde/blu è diventato il mio ufficio. Computer sempre acceso e macchina fotografica sul tavolo, ho creato il mio bagno da Arnold’s.

Il mattino è fresco, mi lascio alle spalle Toto Cutugno. Da quando in albergo e al ristorante hanno scoperto che sono italiano ogni occasione è buona per far partire dal cellulare di turno “Buongiorno Italia gli spaghetti al dente e un partigiano come presidente”. Mi merito di più! Il vento mi attende fuori dalla porta pronto ad accarezzare di nuovo il mio viso rosso sempre più simile a carta vetra.

Il viaggio scorre tranquillo fino a Cap Tafelney, 30 km di strada deserta e ben asfaltata che mi fanno provare la gioia delle pieghe con la mia Africatwin rd04. Sembra di essere su un circuito costruito apposta per me ed il mio motoviaggio, non incontro nessuno solo qualche pecora e la solita capretta che mi guarda come fossi un marziano su una astronavicella ultrasonica.

Cap Tafelney è un villaggio di pescatori, “400 abitanti contando le campagne vicine”,“solo tre famiglie vivono qui tutto l’anno” dice Abdel, il proprietario dell’unico ristorante. Durante l’estate arrivano fino a 400 macchine e per loro va bene. Dall’alto, prima di arrivare, vedo una scena che sa di arcaico, due cavalli trascinano fuori dall’acqua una barca a remi appena arrivata carica di pesci. Riesco a tirar fuori la macchina e scattare. Sogno di avvicinarmi a loro e fotografare lo sforzo dei cavalli in la sintonia con l’uomo. Salgo sulla moto, tempo di arrivare giù in paese e la magia è già terminata, ho fatto troppo tardi. Lascio Cap Tafelney sereno, 400 metri e vedo davanti a me due strade per Poine Imessouane: la strada asfaltata e la mitica “piste”. Non ho dubbi, è il giorno giusto e sono qui anche per questo.

La “piste”, il sentiero che tutti percorrevano fino a prima dell’arrivo dell’asfalto, la vecchia strada (a volte ancora battuta) su cui passavano le carovane che si muovevano da un paese all’altro. La mia sarà lunga 50 km. Ho percorso qualche sterrato in Italia prima di venire qui in Marocco e ho trascorso una giornata in una cava di sabbia nel pavese.

Ho dimenticato un piccolo particolare. Qui sono solo è la concentrazione si decuplica. Sai che non devi sbagliare, pensi che anche il più piccolo errore, che in gruppo a pochi km da casa diventa motivo di sorrisi e sfottò alla fine della giornata, qui può trasformarsi in qualcosa di assolutamente spiacevole. Non sai quando passerà e se passerà qualcuno, pensi a cosa fare se ti si dovesse rompere la moto a causa di una caduta. E mentre tutti questi pensieri assolutamente non produttivi durante la tua “piste” non riescono ad abbandonarti, devi scegliere dove mettere la tua ruota anteriore, la marcia da innestare, il gas da dare e dove buttare il peso. I primi 10km vanno via lisci, poi arrivano sassi sempre più grossi. Se prima trovavi della terra tra un sasso e l’altro adesso non più, per pochi metri i sassi sono più appuntiti e ancora non riesci a toglierti dalla testa se cadi lì ti farai male, ma non puoi frenare altrimenti è peggio. Devi accelerare così la moto non si impasta, se provi a fermarti ti ritrovi a reggere sul tuo piede che non sai se e dove si appoggerà, circa 250 chili tra moto e bagagli. Meglio non pensarci, meglio non pensare a chi hai a casa. Altri 12 km passano in questo modo. Mi fermo nel primo punto in piano, ho sudato come un pazzo, a causa anche di tutte le protezioni che indosso, la maglietta è attaccata alla mia pelle, bevo dell’acqua e sento le gambe tremare, le braccia senza forza. Mi fermo, parcheggio la moto, scendo e tiro un urlo in mezzo alla mia pista. Nessuno a sentirmi, nemmeno la capra di prima. Adesso va meglio. Non me ne sono reso conto, e passata un’ora. Quasi 25km in un’ora. Adesso capisco la gente che parla di 8 ore in moto per tappe da 150km. Ancora pochi km di fatica e la “piste” ritorna semplice, forse è ancora ad un livello alto, ma meno rispetto all’inferno di prima. Acquisto sicurezza e allora mi accorgo che sono circondato da un paesaggio meraviglioso. Dietro di me Tafelney è lontana, davanti vedo già Imessouane, una delle punte di questa scogliera che da qui in avanti diventa meravigliosa. L’acqua cambia colore, riscopre l’azzurro, lo smeraldo e il turchese, abbandona il marrone di Essaouira dove le onde, senza sosta, costringono il fondale a danze dispari.

Pointe Imessouane è bella ma piccola. In pochi minuti visito il centro minuscolo e scatto qualche foto alle barche blu messe ad asciugare. Tre pescatori allargano reti, mi avvicino, saluto e scatto una foto. Il gesto delle tre mani all’unisono dice inequivocabilmente che la mia presenza non è gradita. Mi guardo intorno, non c’è altro, il solito gatto sdraiato e annoiato a causa del caldo intenso. Avrei dovuto dormire qui secondo i miei programmi. E’ troppo presto e l’adrenalina che dopo la prima “piste”gira ancora nel mio corpo, mi fa tornare in mente “no plan is a good plan”.

Giro la chiave, accendo il gps, si punta al sud. Il viaggio è piacevole, per 100 km alla mia destra sono in compagna dell’oceano, a sinistra colline marroni impreziosite da piccoli ciuffi color verde. Passo il Cap Rhir col suo faro costruito nel 1926 dagli spagnoli, il primo dell’isola. Pochi km dopo vedo delle belle onde, alcune macchine impreziosite da tavole da surf sul tetto e capelli biondi al vento. Mi fermo per fare qualche foto, non lo so ancora ma sono entrato nella zona che fino ad Agadir è meta di surfisti e “fricchettoni”. Lo “spot”, il termine tecnico che i surfisti di tutto il mondo mutuano dall’inglese per indicare un posto, è davvero bello. Le onde sono lunghe ed enormi, nell’acqua solo due sagome rese nere dalle mute, indispensabili per le fredde acque atlantiche di questo periodo, attirano gli sguardi di tutti i presenti. “This is Boilers” mi dice Dragan, ragazzone serbo, “è uno dei 15 spot più belli del mondo per surfare”. Lui è qui con altri 3 amici, ha 20 anni, vogliono imparare il surf. Sono a Tagazhoute, un paesino a 20km da lì. Decido di andare a visitarlo. Mi bastano pochi metri nel paese per decidere di accelerare e abbandonare quel posto. E’ un covo per turisti. Al mio ingresso vedo 20 mani alzarsi, tutte tengono una chiave, immagino vogliano affittarmi qualche stanza. Lungo la via principale vedo pelli bianco porcellana rese rosa dal sole marocchino, quel colore che a qualsiasi latitudine del pianeta con qualunque tipo di crema protettiva è sempre uguale, inconfondibile, un segno che dice subito da dove vieni: Inghilterra! Metto la quarta giro l’acceleratore, schiaccio la frizione questa volta è la quinta ad ingranare, via più veloci del vento! Mi fermo in una spiaggetta, moto d’acqua, cammelli, cavalli e sempre quelle porcellane rosate, questa volta devo fermarmi sia anche solo per capire bene da cosa fuggire. Tolgo il casco e lo appendo al manubrio, uno sguardo veloce in giro, posso lasciare tutto lì. Mi dirigo sul lungo mare ad osservare lo spettacolo a cui non ero più abituato e della cui assenza mi ero ubriacato a Sidi Kaouki e Tafelney.

Vedo alla mia destra un paio di occhialoni azzurro pastello sbucare dalle tendine di un pullmino con targa inglese. Il viso è proprio simpatico, potrebbe valere il motivo della sosta. Così sarà, è Simon da Londra, ex agente disoccupato a causa della crisi economica ad indicarmi dove passare la notte. E’ qui da 4 mesi, gira il mondo da quasi 3 anni, da quando ha perso il lavoro. Ha investito i suoi soldi nell’acquisto di questo vecchio Ford un tempo adibito a mezzo delle polizia della City. Con la ragazza l’ha rimesso a posto, dentro il soffitto e la tappezzeria ricordano la copertina di un LP della peggior disco anni 70. Il suo sorriso è bianco e coinvolgente, “insegno surf e gestisco una scuola di surf del paese”, “lo faccio in giro tra Spagna, Francia e Marocco”. Sono quasi le 5 del pomeriggio e ha una lezione, è la sveglia appesa al muro a forma di colomba il suo reminder. Giusto in tempo per sconsigliarmi il campeggio del paese che costa circa 7 euro a notte, decisamente caro per il Marocco. Gli chiedo, mentre mette la cera sulla tavola, se non ci sia per caso un posto non autorizzato ma sicuro dove piantare la mia tendina. Mi indica una strada in fondo sulla destra, “prendila per un km, quando vedrai molti di camper sai che sei arrivato”.

Lo spazio adibito a parcheggio è pieno di Camper con provenienza francese e tedesca. Mi piacerebbe trovare un italiano a cui chiedere informazioni sul posto. Sul campeggio in Marocco si racconta di tutto, quindi meglio andare sul sicuro. Mi sollevo in piedi per guardare meglio le targhe dei camper, sono fortunato, un Ford transit gran soleil ne ha una a fondo nero con numeri bianchi, la riconosco subito, è una vecchia targa italiana. Giro intorno al cabinato come un avvoltoio , cerco di farmi notare, il camper è infatti chiuso e non vorrei che i proprietari fossero al mare aspettando, come in point break, l’onda perfetta. Ancora un giro, un colpo di clacson e la porta si apre. Pantaloncini corti a righe, senza maglietta, sorriso incorniciato da un barbetta bionda e cannetta nella mano sinistra, “piacere Guido” e mi porge la destra. Chiedo un po’ di informazioni, è gentile, mi offre dell’acqua e una sedia. “Puoi montare la tenda di fianco a noi e anche lasciare i bagagli dentro il camper”. Sono felice, finalmente non dovrò condividere i miei pochi cm di tenda con i bagagli, gli stivali puzzolenti e i vestiti pieni della fatica della mia prima “piste” in terra marocchina.  Quando si viaggia in questo modo e soli, una sedia e un “ciao” acquistano un valore difficilmente valutabile. Stacco la prima cinghia e da lontano un colpo di clacson attira la nostra attenzione. Pochi secondi e alzando il braccio destro in segno di saluto mi dice “eccoli i nostri amici”. Davanti a noi due furgoni camperizzati e a seguire, facendosi largo nella scia di polvere lasciata dai due Mercedes 507D, il mezzo di Luic, un camion Renault lungo 12 metri per 8 tonnellate di peso. Sono finito nel bel mezzo di un gruppo di hippy composto da 3 francesi, 2 spagnoli con bimba di 6 mesi, un canadese e 2 italiani. Al momento di montare la tenda Alessio, il compagno di viaggio di Dario, mi si avvicina “abbiamo un letto che non usiamo nel camper, perché non ti butti lì anziché montare la tenda?” La mia moto è circondata dai camper e coccolata dalle stelle questa notte, mi sento al sicuro. La lingua della carovana è chiaramente il francese. Lo capiamo tutti poco ma i francesi fingono sempre di saper parlar solo la loro lingua. Poco importa, il pensiero vola a casa e la mia testa sul cuscino, sogno ancora la mia “piste”. Continua a leggere

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Asilah, Sergio e Patricia.

La mia stanza presso l'hotel Sahara ad Asilah ed io che prendo appunti.

Finalmente ad Asilah.  Sono sulla costa atlantica marocchina, 85km da Tanger med il nuovo porto di Tangeri. Ho viaggiato in compagnia di Sergio e Patricia, argentino lui, bulgara lei. Entrambi in sella ad un Bmw GS1200 Adventure in versione astronave spaziale, con bauli, bauletti, cinghie, sacche e doppio tutto!! Solo a vederli mi mettevano sicurezza 🙂 Sergio commerciante, spesso a Bali, lei la sua “coleghisha” (pronuncia argentina di coleguilla) tradubicile in italiano con “quella che mi sbatto al momento”. Lui bellissimo, 50 anni, genitori russi e polacchi, originario della Patagonia Argentina ma residente a Barcellona.  Due matrimoni alle spalle a casa e tre figli e due mogli da mantenere. Patricia, di Lisboa, 15 anni di meno ed un corpo da urlo. Ci incontriamo nei parcheggi della nave, un’ora di attesa mentre sistemano gli ormeggi che si sono rotti e non ci permetto di abbassare il ponte. Amante dello stile “no plan is a good plan”, non sa dove andare il capitano Kirk in salsa argentina a bordo dell’Enterprise made in  Stoccarda. Decide di accodarsi a me e di puntare ad Asilah, tutto sommato gliel’ho venduto come un posto bellissimo, pulito ed economico citando a memoria la rough guides di cui ho già scritto qualche post fa. Entrati ad Asilah ci dirigiamo all’hotel Sahara seguendo il gps. L’hotel è bello, pulito in una zona silenziosa. Spendo l’equivalente di 9 euro per una camera doppia e parcheggio, bienvenue au Maroc!! 😉 Dopo aver scaricato le moto ci dirigiamo in centro per la prima Tagine del viaggio. Asilah è sul mare e quindi è d’obbligo un piatto a base di pesce e verdure. Aprire il coperchio di una tagine è un’emozione unica. Questo cono al contrario di terracotta ha il poter di trattenere tutti gli odori e le tradizioni di un popolo. Appena aperto si viene immediatamente catapultati in un nuovo mondo fatto di aromi ed odori già conosciuti da noi mediterranei, ma qui accopiati con un’arte e una tradizione tali da non farmi rimpiangere nessuno dei nostri cuochi di casa. Thè alla menta di rito e pronti per la prima notte in terra marocchina. Dormo bene ma poco, il desiderio di cavalcare la mia moto e sentire il vento in faccia è forte, sono qui per questo, è il mio motoviaggio e d’altronde dopo due giorni passati fermo in nave chi ha voglia di dormire? Esco alle 8 di mattina dall’hotel diretto alla medina. Approfitto della moto parcheggiata e quindi al sicuro e inizio a camminare. Da subito questa città mi rapisce. La cattedrale portoghese è proprio di fronte al mio hotel e dopo pochi minuti sono immerso in una medina ancora sonnolente, non preparata per i turisti. E’ il momento che amo di più. I mercanti non vogliono ancora vendere, preparano i loro negozi, bevono il thè e quindi puoi camminare senza essere assalito. Ci sono solo io, qualche bimbo che si dirige a scuola, poche signore che  approfittando della frescura mattutina si muovono tra i vicoli colorati dirette al mercato, i gabbiani e il meraviglioso vento dell’atlantico. La medina, come quella di Essaouira sorge sul mare, dalle merlature delle mura lo pui sentire, arriva qualche schizzo e la brezza  accarezza e culla il viso regalando odori che arrivano da chissà quale paese. Alcuni uomini camminano sulle spiaggia e il sole inizia ad alzarsi. E’ ora di partire! Torno all’albergo, carico la moto e parto verso Settat. Lì trascorrerò un pò di giorni seguendo le attività di soleterre la ONG per la quale fotograferò qui in Marocco. Mi attendono 450 km di autostrada, una noia mortale per chi come me ha una moto tutto terreno e ruote tassellate 😉 Continua a leggere

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Genova-Tangeri, la nave sorpresa

Finalmente una connessione internet! Non è stato semplice trovarla ed i primi 3 giorni sono passati, con molta noia ed una bellissima sorpresa, ma andiamo con ordine. Innanzitutto qui in Marocco è tutto ok, il mio motoviaggio procede in assoluta sicurezza, la Libia è lontana e ciò che sta avvenendo in questi giorni nella terra del colonello Gheddafi qui è lontano anni luce. Non preoccupatevi i marocchini sono contenti del loro giovane re Mohammed VI. “E’ bravo e ha fatto tanto per il paese”, “qui abbiamo autostrade, oltre 2000 km, gli stipendi sono aumentati per gli statali” ed inoltre “abbiamo le scuole migliori del Nord Africa”. Queste le voci di chi mi esprimeva un parere sulla situazione del Marocco aspettando la nave nel soleggiato e luminoso porto di Genova. Già la nave… Appena vista ho avuto un moto di gioia, l’Excellent della GNV mi attendeva per il viaggio. E’ una nave che già conosco, mi accompagna sempre quando d’estate vado con la macchina in Sicilia. Già, ma non sapevo che nella tratta Genova-Tangeri la nave si trasforma. A bordo il 90% dei viaggiatori è di nazionalità marocchina e la nave si adatta alla circostanza. Quasi tutto scritto in arabo, la voce al microfono è prima in arabo e poi in italiano. Il nono piano (chiuso) si trasforma in moschea per poter pregare e la sala con piscina diventa un piccolo souk dove tra fumi di sigaretta, narghilè e carte da gioco si consumano affari di ogni genere. Abdel, da Agadir, fisico asciutto e capello leccato di fresco  dopo 3 ore di viaggio mi avvicina e mi chiede: “tu sei qui in moto?” effettivamente ero ancora vestito da motocentauro e mi dice, dopo i soliti 4 minuti di convenevoli, “perchè non porti del fumo dal Marocco all’Italia?” Cosa? Portare droga dal Marocco all’Italia? Cerco di far finta di non aver capito fingendomi ingenuo ma lui insiste “è semplice riempi metà serbatoio di fumo e con la benzina i cani non sentono niente”. Guardo in alto il cielo luminoso e azzurro e  ripeto al volo il contenuto della lezione numero 23 del mio manuale di francese “Merci, Je vais reflechir”. Naturalmente non ci sono donne e bambini in giro per le nave, sono tutti in camera, senti le loro voci passando per i corridoi ma non li vedi, mi accorgerò della loro presenza solamente dopo 48 ore (46 di tragitto e 2 di ritardo) quando sarà l’ora di stare in fila per raggiungere i garage.

Arriviamo col buio a Tangeri e, grazie alle pratiche doganali che adesso si svolgono a bordo, con soli 20 minuti per cambiare i soldi e pagare la carta verde sono fuori dal porto. Ricordo la prima regola del buon Claudio “mai viaggiare di notte in Marocco!!! E’ pericoloso, le strade sono poco illuminate e i marocchini guidano come pazzi!”. Ottimo!!! Sono da pochi minuti in Marocco e mi toccano 80 km al buio fino ad Asilah!!! 🙂 Continua a leggere

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Motoviaggio Marocco

Poche ore alla partenza, il Marocco è l’unico paese dell’area nord africana attualmente tranquillo. Nei prossimi mesi non dovrebbe succedere niente di ciò che abbiamo visto in Egitto in piazza Tahrir  o che vediamo in questi giorni in Libia a Tripoli o nel Barhein.  Il 20 Febbraio a Casablanca è annunciata una manifestazione di protesta ma è autorizzata dal governo e non sembrano arrivare avvisaglie di pericolo. Mille telefonate, tutti salutano, tutti augurano, tutti raccomandano. E’ bello, senti tutti vicini ma poi sai che quando fai un motoviaggio sei sempre solo. Sei solo quando scegli dove piantare la tenda, quando scegli che strada prendere, quando scegli dove mangiare o a chi chiedere informazioni. Avete mai provato? E’ ciò che rende meraviglioso, pericoloso, affascinante ed unico il motoviaggio in solitaria. Penso alle persone che incontrerò, come le incontrerò. Penso a cosa dovrò scrivere a quanti appunti prendere. Penso agli sponsor, alle foto che dovrò fare per loro e penso soprattutto a voi che mi leggete, che sarete vicini a me in questo viaggio. Ogni volta che scrivete un commento è qualcosa che mi tocca il cuore, vi sento davvero vicini e vorrei riceverne mille e tanti di più per portarvi tutti con me. Mancano poche ore alla partenza dal porto di Genova del traghetto GNV per Tangeri ed il mio pensiero più grosso è sempre quello. Sarò in grado di raccontarvi ciò che vedrò? Riuscirò a trasmettervi un pò delle mie emozioni, dei miei incontri, di ciò che i miei occhi vedranno? Ve lo prometto, ci metterò il cuore, penserò a voi sempre e vi prego di essermi vicini di scrivermi ciò che provate, ciò che vorreste vedere, ciò che mancherà. Se avete voglia pubblicizzate il mio blog tra i vostri amici, su facebook, iscrivetevi al blog (in basso destra) per essere aggiornati in tempo reale dei post che pubblicherò. Questa notte lo so non sarò solo, inizieremo tutti a prepararci a questo viaggio, il nostro viaggio. Già perchè lo faremo insieme, ecco perchè ho aperto questo blog ed ecco perchè porterò il mio portatile e le mie macchine fotografiche.

La moto è pronta, rispetto ai post precedenti ho deciso di aggiungere un ragno elastico al mio serbatoio. Nelle foto vedrete alcuni dettagli della  modifica per proteggere i radiatori della mia africatwin RD04. Mi sono chiesto cento volte se ho preso tutto, cento volte mi sono risposto di si e cento sono forse le cose che avrò dimenticato e di cui mi accorgerò appena avrò imboccato l’autostrada a soli 7km da casa 🙂 . Le borse laterali sono pronte, le cinghie tirate, le ruote gonfie, l’olio cambiato , la catena lubrificata. La macchina fotografica è carica, il mio taccuino attende con ansia di essere riempito e l’odore che inzio a sentire è già diverso: è l’odore dell’avventura, della scoperta.

Forse può sembrarvi strano ma voglio essere io ad augurarvi a poche ore dalla partenza un buon viaggio! Continua a leggere

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Givi e Clover cattivi sponsor

Come scrivevo nel post precedente non tutti gli sponsor sono poi sempre all’altezza della situazione. Due su tutti. La GIVI che all’inizio si dimostra disponibile nel fornirmi le borse laterali trekker ed il bauletto trekker per il mio motoviaggio in Marocco, ma decide, appena scopre che posseggo una africatwin RD04, di non sponsorizzarmi più dicendo, ufficialmente, che non esistono gli attacchi monokey GIVI per il mio modello (peccato che li abbiano a catalogo online) ma la realtà (vengo a scoprire dopo) è solamente per un motivo di immagine. Non vogliono legare il loro prodotto nuovo e fico ad una moto vecchia come un’Africatwin. Che cosa? Ma allora tutti quelli che danno i soldi alla GIVI possessori di Africatwin acquistando i loro bauletti e le loro borse? Io avessi una RD04, RD03 oppure RD07 o RD07/a li tartasserei di mail pretendendo le loro scuse e poi manderei indietro i bauletti in segno di protesta. Altra marca è la Clover. Dopo avermi promesso la spedizione di un completo crossover WP e 3 paia di guanti spariscono. Si avete capito bene volatilizzati! Mi fanno perdere tempo chiedendo che mandi loro il codice del prodotto, colore , il modello e poi semplicemente non rispondono più alle mail. La Clover azienda seria? Quando capita questo si rimane fregati poichè, essendo corretti, uno non prende due completi da marche diverse. Però adesso a 5 giorni dalla mia partenza che faccio? Porterò la mia giacchetta Acerbis usatissima e i mie pantaloni AXO del 2005 compagni di avventure fangose in OFF.

Quindi occhi aperti, non sempre è tutto oro ciò che luccica!!!

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Guida rough guides Marocco

Guida Michelin Marocco, guida Lonely planet? No Grazie!!!

Ieri mi trovavo in libreria e tra le mani mi è capitata la guida rough guides edita da Vallardi e la cartina stradale della stessa catena. Ma che meraviglia!!!! Perchè la gente continua ad usare per un motoviaggio la Michelin che è datata, in carta e ti si rompe a metà viaggio? La cartina Rough guides è in plastica, super resistente, aggiornata e sempre in scala 1:1,000,000.  Alcuni amici mi hanno detto mentre consultavo la cartina Michelin ” beh molte delle strade che hai scelto adesso sono asfaltate”. Come? Che senso ha allora programmare un viaggio, montare ruote tassellate per dover poi star sempre sull’asfalto? Michelin svegliati!!! Parere sulla guida rough guides? Molto meglio della Lonely planet, ci sono molte più notizie, più storia e dettagli sulle località da visitare ed i percorsi sono spiegati in maniera chiara ed esaustiva. Chi l’ha scritta probabilmente ha davvero percorso quelle strade 🙂 In sostanza la consiglio senza pensarci su due volte. E poi dimenticavo, la guida è tradotta in italiano nonostante il titolo inglese e il prezzo è lo stesso!!!! Migliore guida per viaggiare in Marocco? Avete ancora dubbi? Continua a leggere

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