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Manifestazioni Marocco



In queste settimana di motoviaggio in Marocco ho assistito ad alcune manifestazioni. Le ho viste a Settat, Tiznit, Erfoud e Merzouga. Niente a che vedere con ciò che ha infiammato tutta l’aerea del Maghreb ma semplici manifestazioni di protesta. Il problema comune a tutte le manifestazioni è sempre lo stesso: la richiesta di lavoro. In Marocco ci sono moltissimi giovani, più che in Italia, lo vedi girando che non è un paese di vecchi. Molti studiano e molti si laureano, per loro non c’è futuro, non c’è nulla da fare. Chiedono lavoro a chi li governa prima di pensare ad emigrare. Nessuno di tutti i manifestanti da me incontrati ha mai espresso dubbi o perplessità sull’attuale re Mohammed VI. A Merzouga è diverso, tutti hanno in mano stampe del re. Le agitano verso il cielo gridando come pazzi. Sono curioso, ho forse finalmente trovato qualcuno che protesta contro il giovane successore di Hassan II? D’altronde questo è un regno, è lui che nomina il primo ministro ed i ministri per cui, se qualcosa non va, non occorre essere degli esperti di geopolitica per capire che forse… Mi avvicino e domando, ma la risposta arriva secca e sincera “no,no, il re è buono, ha fatto e fa ancora tanto per noi, spesso investe i suoi soldi” mi dice Hammed, “semplicemente teniamo le stampe in mano perché gli vogliamo bene”. I suoi soldi, ma come li ha fatti il re questi soldi? Che lavoro fa il re? Non sono affari miei, sono un ospite, sono un turista mi ripeto. La manifestazione si svolge in maniera assolutamente pacifica e tranquilla. Le grida lanciate al vento, in mezzo al deserto a pochi passi dalle dune che tutti vengono a visitare troveranno ascolto? Gli abitanti del villaggio si lamentano con il governatore sentendosi abbandonati. “Non abbiamo un ufficio dove pagare le bollette per esempio e dobbiamo fare quaranta chilometri e andare a Rissani per ogni stupidata”, “un’alluvione nel 2006 ha creato danni al paese ma nessuno è mai intervenuto facendo qualcosa e le nostre case sono ancora in situazione pessime” dice Amin. Qui gli unici soldi che arrivano li prendono gli stranieri, loro investono e solo loro portano a casa qualcosa, per noi nulla!”.

E’ una manifestazione a cui partecipano tutti, donne, bambini, uomini e giovani. Saranno un centinaio, alzano mani, gridano la loro rabbia, cantano canzoni seguendo la voce di chi stringe in mano il megafono. Nelle precedenti manifestazioni a cui ho assistito non ho mai fotografato, sono qui con un visto da turista e questo vorrei fare. Questa volta è diverso, mi guardo in giro, sento una voce dentro che mi spinge ad andare. Parcheggio la moto, chiedo a dei francesi che osservano da lontano di essere i guardiani della mia Africatwin. Prendo la mia macchina e avvicino il leader del gruppo, chiedo se posso fotografare. Attorno a me nessuno a farlo, nemmeno un cellulare o una stupida compattina. I suoi occhi si illuminano e dicono molto di più del suo spagnolo essenziale. Mi chiede di fotografare e di raccontare i loro problemi. Lo Faccio, per la prima volta sento che qualcuno ha bisogno del mio lavoro. Gli prometto che creerò un post sul mio blog per dare voce alla loro richiesta, non è molto e non credo che i governatore lo leggerà, ma lui è felice. Mi lascia la sua mail e mi chiede di scrivergli quando avrò postato qualcosa. Ciò che chiedono è il minimo. Servizi soprattutto, in una città che essendo molto turistica attira persone e anche molti soldi. Ho visto tanti, troppi paesi in Marocco in cui manca tutto, manca molto, spesso l’essenziale. Ancora si cammino sul fango e l’asfalto non sempre ricopre le vie che collegano gli edifici. Non esistono collegamenti efficienti, bambini tutti i giorni compiono chilometri a piedi per raggiungere le scuole. L’analfabetismo femminile soprattutto nelle zone rurali raggiunge anche il settanta per cento, i bambini sempre in quelle zone lavorano come fossero grandi. La gente chiede semplicemente di essere ascoltata. Se, inshallah, questo post servirà a qualcosa sarà solo merito degli abitanti del paesino di Merzouga. Continua a leggere

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Merzouga

Merzouga, le dune di Sabbia, erg Chebbi questa è la mia meta. Per chiunque possegga un’Africatwin è la Mecca , bisogna andarci almeno una volta nella vita. Mi sveglio presto sono emozionato, la colazione è a base di thè alla menta, marmellata, dolci marocchini. È un miracolo che riesca ancora a stare in piedi, in venti minuti ho assorbito infatti la dose di zucchero che un essere umano necessita in un’intera settimana. Erfoud è un posto strategico poiché si trova a metà tra le oasi del fiume Ziz e Merzouga. Mi dirigo a Nord al mattino verso le oasi, il tempo è nuvoloso e nonostante il saccarosio il mio umore non è dei migliori. “Che schifo vedere e fotografare delle dune di sabbia col cielo grigio e la luce piatta” e Rachid, il proprietario dell’albergo, ci mette il carico da novanta, “è prevista pioggia più tardi”. Fingo di non aver sentito, finisco i miei dolcetti e il thè facendo così la gioia del mio dentista a Milano.

Il fiume Ziz è ricco d’acqua e grande, andando verso Er Rachidia le oasi si trovano tutte sulla sinistra della strada, è davvero un peccato, l’unica strada che passa in mezzo ai paesini è bloccata causa lavori. “Non ci passano neanche i muli” mi dicono Abdu e Kamal, noi abitiamo lì. Sono sulla strada e aspettano un grand taxi. “Quando arriva?” chiedo ingenuo, “boh, appena arriva noi però siamo qui”. Non fa una piega e penso alla grande differenza che il tempo assume da noi ed in Africa. Mentre mi rispondono li osservo attentamente e mi accorgo che hanno lo stesso sorriso e gli stessi occhi. “Quanti anni avete?”, “trentadue e ventiquattro” mi dice il più grande, “siete fratelli?”, no “padre e figlio”. Faccio un rapido calcolo, la differenza è otto. Abdu ha avuto Kamal quando aveva otto anni, devo aver capito male e chiedo conferma, “yes, He is my father” mi dice Kamal sorridendo e passando ad un inglese striminzito. Chiaro che mi stanno prendendo in giro, loro devono passare il tempo in attesa del taxi, ringrazio e me ne vado. Credo poco a questa coppia di clown improvvisati e penso che la strada non sia chiusa, seguo il mio istinto e decido di prenderla. Percorro 400 metri e mi ritrovo nel mezzo di un villaggetto che mi riporta indietro di cento anni, dove tutti mi guardano come fossi un extraterrestre e dove naturalmente nessuno parla francese. Dopo tentativi vari mi sembra di capire che l’uomo con più denti tra i presenti mi dica di andare a destra. Vado, 40 metri e la strada è chiusa da una casa e un asino che legato con una zampa ad un sasso mangia dell’erba verde. Manovre miracolose per girare l’animale da duecentocinquanta chili che mi accompagna fedele da tre settimane ormai, ritorno nella piazzetta. Provo a richiedere, non ci capiamo prendo la strada più larga questa volta ma la scelta è sbagliata, cento metri e una montagna di sassi la blocca. Rimane la terza, questa volta non chiedo neanche, la seguo, è bella, passa sopra un ponticello, tra due case di terra, accarezza delle palme e inizia a stringersi. Si stringe ancora e dopo pochi metri ancora di più. Adesso ci passa solo la moto e forse due persone. Ancora un pò e davanti a me un bel canale pieno d’acqua, quello che le donne usano per lavare i panni. Forse papà e figlio avevano ragione? Forse davvero Abdu ad otto anni, mentre io giocavo col commodore 64, ha provato “l’estasi suprema che è propria dell’idillio dell’amore?”. Non lo saprò mai e mentre penso tutto questo arrivano i bambini del villaggio. L’evento deve essere speciale ai loro occhi, non capita d’altronde tutti i giorni di vedere un cretino vestito da astronauta nel fondo della stradina del bucato. Naturalmente la mia sudorazione aumenta al solo pensiero di dover girare la moto per tornare indietro, loro iniziano a ridere come pazzi. Non mi aiutano, mi guardano muovere la moto, lo show immagino sia tutto lì. Si divertono e forse hanno ragione, io l’uomo supertecnologico, arrivato dal paese dei nababbi, con tutina e zaino da capitan Harlock incastrato in un vicoletto che per loro altro non è che la strada della lavanderia. Tutto sarebbe fantastico se all’improvviso un bambino non lanciasse la geniale idea di pronunciare le due parole mitiche “donnez-moi”. Ho appena iniziato le mie manovre teso a non fare ribaltare la moto quando tutti i bambini iniziano la cantilena. Per un attimo immagino cosa possa essere l’inferno. Riesco ad uscirne, riprendo la strada maestra. Le oasi dello Ziz le vedo così, un po’ dall’alto e un po’ dalla strada. Parcheggio la moto, vado a piedi provo a fare qualche foto ma è una pessima idea, attiro tutti come il miele con le api. Me ne vado, osservo un po’ da lontano questo spettacolo immenso e stupefacente e punto a Sud verso Merzouga. Sessanta chilometri circa e raggiungo Rissani, bel paese con una porta meravigliosa e un circuito, da non perdere assolutamente, di tante piccole kasbah ancora abitate. C’è una strada che le attraversa tutte, sono molto povere e sporche, entrarci senza una guida è impensabile. Io naturalmente ci provo, ma vengo subito “accerchiato” da bambini. Mi corrono incontro da un improvvisato campo di calcio chi correndo, chi con la bici sollevando un polverone simile ad una tempesta di sabbia. Riesco a scattare d’istinto alcune foto. Si avvicina un ragazzotto di 15 anni che mi chiede subito cinquanta dirham! Cosa? Cinquanta dirham? Di solito ne vogliono uno, l’equivalente di 9 centesimi di euro. Questa volta ben quattro euro e mezzo?  Capisco, vedrò le kasbah solo da fuori questa volta. Hanno tutte la caratteristica di avere la porta d’ingresso sempre coloratissima, il resto è invece color fango impreziosito da sacchetti di plastica dalle mille tonalità portati lì dal vento del deserto. Proseguo, ancora quaranta chilometri e arrivo a Merzouga. Lungo la strada vedo avvicinarsi chilometro dopo chilometro la montagna di sabbia, è spettacolare. Sono fortunato poiché non ci sono turisti, percorro quindi tutta la strada in assoluta solitudine. Non incrocio una macchina. A pochi chilometri dal paesino una sfilza di cartelli pubblicitari distrugge come per magia il paesaggio. Sono le varie maison d’hotes o auberge che con i loro cartelloni danno all’ingresso del paesino un’aria un po’ Las Vegas. Le dune sono bellissime e con qualche minuto di sole, che il buon Dio mi regala, assumono una colorazione spettacolare. Scatto qualche foto e poi mi avventuro al loro interno. La sensazione è avvolgente, il silenzio, il mare di sabbia e davvero l’infinito. Mi butto per terra, la mia schiena sulla sabbia e il mio viso verso il cielo. Ho raggiunto Merzouga, l’erg Chebbi!

Ritorno alla moto e vedo, spuntato dal nulla, un ambulante che proprio a 3 metri dalla mia rd04 sta allestendo una micro bancarella. Mi guardo intorno e ci sono solo io, realizzo in pochi secondi di essere il fortunato destinatario di tutta l’operazione. Blocco subito tutto il suo lavoro dicendogli che non comprerò nulla, lui si rattrista un po’, ho ancora del tempo però e quindi scambio due chiacchiere. Gli faccio una foto e me ne faccio fare una in sella alla bicilindrica di casa Honda. Prometto di spedirgli la sua appena sarò a Milano rendendolo così felice. Chiama i suoi amici e iniziamo a parlare un po’ di Merzouga e dei problemi che nonostante tutto l’affliggono. Ci salutiamo, strette di mano e mi dirigo verso il mio alberghetto ad Erfoud. Dopo 20 minuti di strada non posso credere a ciò che vedo davanti a me. Un gruppo di poche persone cammina zaino in spalla. Inchiodo mi presento e subito inizio a fare domande. Scopro che sono giapponesi e arrivano da Tokyo. Sono in viaggio in Marocco da due settimane e hanno deciso di coprire la distanza Merzouga-Rissani (quaranta chilometri) a piedi. Passeranno la notte nel deserto probabilmente, si trovano infatti a venti chilometri circa dalla meta ed il tramonto, pallido e anonimo, è quasi al termine. Chissà se sanno della tragedia che ha avvolto il loro paese meraviglioso. Sono felici, ridono tra loro e sembrano sereni. Preferisco non dire nulla ma augurar loro semplicemente buon viaggio. Faccio un po’ di foto e loro, per non tradire la provenienza, in dieci secondi tirano fuori tutti una compattina e iniziano a fotografare questo italiano vestito di blu. Foto di gruppo con saluto giapponese e vedo l’erg Chebbi scomparire nel mio specchietto retrovisore sinistro. Adesso può iniziare il ritorno verso casa. Continua a leggere

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