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Ait-Benhaddou

Il mattino è benedetto da un sole caldo qui ad Ait benhaddou. Lo vedo entrare nella mia stanza attraverso una fessura tra le tende. Non credo ai miei occhi, nel dormiveglia confondo il giallo con qualche riflesso dei vetri colorati. Mi alzo, dopo un giorno sotto l’acqua i miei vestiti sono umidi e le mie borse necessitano di sole e calore! Spalanco la porta, pochi secondi affinchè i miei occhi si abituino alla luce, e davanti a me un blu e un panorama che la sera prima non avevo assolutamente notato. Sono ad Ait- Benhaddou, una delle Kasbah meglio conservate di tutto l’Atlas, qui hanno girato diversi film registi famosi, Ridley Scott col suo “Il gladiatore” su tutti. Non vedo ancora la kasbah, dista dieci minuti a piedi, ma davanti a me lo spettacolo dell’Atlas innevato accompagnato da un’aria fresca e frizzante tipica del dopo tempesta. Mi volto sulla destra, come lucertole al sole, i muratori che lavorano al rifacimento di una stanza sono appoggiati al muro godendo del calore che il sole regala. Corro in camera, prendo la macchina e chiedo il permesso di fotografarli. Sono indecisi qualcuno si, qualcuno no, schiaccio il tasto, si apre l’otturatore, immortalati e con me per sempre. Rachid arriva col suo sorriso, in terrazza è pronto il tavolo con la mia colazione, mi porta un caffè nero, niente a che vedere col nostro italiano, ma buono e confortante appena svegli.

Arriva anche Abdou, entrambi gentili e sorridenti come al mio arrivo. Ho digerito senza problemi l’ottimo couscous con verdure e manzo che mi hanno servito la sera precedente, mi sento un leone, la luce è bella ed io riposato dopo ore di pioggia, freddo e fango. Come una brava massaia marocchina stendo tutto quello che posseggo sul muro caldo. Visto da fuori l’albergo sembra una delle tante case che ho visto nelle zone agricole intorno a Settat sempre con i loro tappeti appesi ad asciugare. I proprietari non fanno una piega, anzi mi aiutano a sistemarli, benedetta accoglienza marocchina! Prendo la mia canon e mi dirigo a visitare la Kasbah. Rachid mi guida per un pezzo “adesso vai a destra, tout droit”. Cammino pochi metri e davanti a me una meraviglia che ha il potere di lasciarmi senza parole per pochi secondi. Il fiume ai piedi del vecchio centro abitato è pieno e reso marrone a causa delle piogge abbondanti dei due giorni precedenti. Un servizio a pagamento permette con gli asini di percorrere i venti metri di acqua che mi dividono dalla kasbah. Nel punto più alto non credo superi i 40 cm. Osservo il tragitto che i berberi fanno fare ai loro asini per trasportare i turisti che a fatica riescono a cavalcarli. Osservo le loro zampe, non si immergono mai troppo. Studio la traiettoria, osservo i miei stivali, non mi hanno mai tradito e non lo faranno neanche in questa circostanza. Cammino nel fiume, scatto qualche foto, raggiungo l’altra sponda con i piedi perfettamente asciutti. Gli sguardi dei condottieri di asini mi hanno seguito dal primo passo. Con la macchina fotografica in mano speravano forse in una mia caduta per poter dire “ecco ciuccio italiano, prendevi l’asino e ti risparmiavi questa belle figura di m….”. Invece supero il guado, arrivo, saluto e incasso la vittoria. Pago 10 dirham e visito questo gioiello del XVI sec, perfetto esempio di pisè, la tecnica che usano tuttora per costruire le case. I mattoni sono realizzati con un misto di fango, paglia e sassolini di fiume. Tengono bene, la kasbah lo conferma e qui d’altronde non piove molto. I due giorni precedenti sono stati i primi dall’inizio dell’anno. “Sono proprio stato fortunato” mi dice Aziz dal bar dove scatto le prime foto, “senza pioggia il fiume sarebbe stato secco”. Eh già proprio una bella fortuna, peccato che per giungere qui abbia visto l’inferno! Impiego un’ora circa a scattare fotografie e ritorno in albergo. Preparo per l’ennesima volta i miei bagagli asciutti e sono pronto a partire. Nel frattempo la strada a Tizi-n-tichka è stata riaperta. Decido lo stesso di seguire il percorso giallo sulla mia mappa, quello che ieri mi sconsigliavano tutti. Il sole è davvero forte e se un po’ d’acqua dovrà esserci questo caldo di sicuro l’asciugherà. Naturalmente la previsione è sbagliata, non so dove porti quella strada, non so che alla fine della stessa raggiungerò i 2270 metri e sarò in mezzo alla neve. Percorro i primi chilometri in un paesaggio stupendo, questa è di sicuro la strada più bella che abbia percorso da quando ho iniziato questo motoviaggio. Complice la luce, complice il pisè che con tutto quel sole dona alla vallata un aspetto che non avevo mai notato in nessuno dei miei viaggi. Sono davvero sereno e sto bene, il paesaggio è meraviglioso, la moto, un’africatwin rd04 del 1991, regala solo emozioni e ormai dopo aver raggiunto i 4000 chilometri in terra marocchina con il mio motoviaggio sento sia arrivato il momento di darle un nome. Ci pensavo già da giorni ma il numero 4000 sul mio gps mi fa capire che non c’è più tempo da perdere. Mi fermo, siamo soli io e lei, la mia compagna, colei che ha retto il mio sedere per un mese senza sosta. Mefishmuskì ,ecco il suo nome, da oggi sarà Mefishmuskì. “Non c’è problema” vuol dire in marocchino ed in effetti a parte la pompa della benzina (non originale Honda tra l’altro, ma da me adattata da un piaggio Beverly 250) non mi ha mai dato un problema. Non potrebbe esistere nome migliore, prendo dell’acqua marroncina da una pozzanghera e la battezzo. Jallah, è tempo di andare! Davanti a me il paesaggio inizia a cambiare, ho già percorso quarantacinque chilometri, ne mancano ancora quindici alla tappa intermedia e le montagne di neve che al mattino vedevo in lontananza mi sono molto vicine, troppo vicine, in poche parole ci sono dentro. Davanti a me dopo pochi metri il primo guado. Se a valle l’acqua grazie al sole era evaporata, qui grazie allo stesso sole è la nave a sciogliersi e a rendere i simpatici rivoletti d’acqua fiumiciattoli. Ne attraverserò tre durante i rimanenti chilometri. Ogni volta la stessa scena. Fermo la moto, scendo a sondare con i miei stivali il fondo e l’altezza, fattibili. Ripenso a tutto quello che ho visto nei video su come guadare, dove tenere il peso e mi sento sicuro. Ho inoltre applicato la tecnica di Chris Scott e il suo Overland Sahara: “meglio stivali bagnati che moto e tutto il resto bagnato”. Pronti a partire! Al primo guado un po’ mi tremano le gambe, accendo la moto, innesto la prima ma passa qualche secondo prima di rilasciare la frizione, mi faccio forza e accarezzo il serbatoio di Mefishmuskì con la mia mano sinistra come fosse un purosangue. Rilascio la frizione, ho già studiato dove far passare la moto, va tutto bene, peso indietro e sguardo avanti, passo il piccolo guado, io e Mefishmuskì siamo ancora più uniti.

Raggiungo i 2270 metri, Tiz-n-tichka, intorno a me solo la neve e qualche venditore di rocce troppo colorate e troppo fosforescenti per essere vere. Ho raggiunto il punto più alto di questo motoviaggio e sono a centonove chilometri da Marrakech. L’orologio segna le due del pomeriggio, duecentoottanta chilometri mi separano da Settat, il quartier generale di Soleterre. Sento quel posto come fosse casa mia, decido che passerò lì la notte, una bella doccia calda, cibo italiano e se sarò fortunato una birra. Percorro pochi chilometri e le nubi che negli ultimi minuti avevano deciso di assumere la tonalità grigia, iniziano a scaricare in terra acqua e ancora acqua. Rimetto il completo antipioggia tucanourbano e la copertura arancione alle mie sacche laterali. Inizio la discesa a valle con una certezza:questa pioggia inizia proprio a rompere le palle! Continua a leggere

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Fotografare in viaggio

Cosa portare durante un motoviaggio per poter fare belle fotografie senza appesantirsi più del dovuto? Portare una compatta o una reflex? In caso quale modello?

La risposta a questa domanda è naturalmente molto personale e proporzionata al corredo fotografico che uno possiede ed i soldi che altrimenti ciascuno è disposto a spendere per aggiornare o ampliare la propria attrezzatura. In questo post dirò cosa ho deciso di portare con me in Marocco e come trasportarlo. Premetto dicendo che per il mio lavoro utilizzo attrezzature canon, le trovo molto meglio dal punto di vista di realizzazione video e soprattutto con un parco ottiche fisse molto più ricco e valido. A lungo ho pensato se portare con me l’ultima uscita canon G12. La macchina è bellissima, ben fatta e i suoi video sono semplicemente meravigliosi, il microfono audio in stereo incredibile! Video a 720 pixel in alta risoluzione e 24 fps, molto simile quindi ad un reale effetto cinematografico. Insomma per chiunque voglia viaggiare con un peso contenuto ed un buon prodotto consiglio senza dubbio questa compatta. Ha un grandolo 28mm molto valido e fino a 70mm lo zoom è ottico e non elettronico. Permette inoltre di inquadrare senza il monitor, utilizzando cioè solo il mirino. Risparmio di energia e la batteria può durare diversi giorni senza essere ricaricata.

Io invece utilizzerò una reflex, una 5D Mark II con due batterie extra ed un telecomando ad infrarossi per azionare l’autoscatto in remoto. Porterò con me solo due ottiche fisse, un 35mm f/2 e un 50mm f/1,8. Come treppiede un gorillapod slr-zoom in grado di sopportare fino a 3kg di peso e dal peso di soli 500g. Questo è secondo me il meglio come rapporto peso-prezzo-risultati ottenuti.

Utilizzerò queste due ottiche e non la serie L, che di solito utilizzo, in quanto molto luminose (mi permetteranno di scattare in interni senza utilizzo di flash ) e con un peso molto molto contenuto. Il loro autofocus non è velocissimo ma fotograferò quasi sempre di giorno con un sole forte quindi nessun problema di messa a fuoco 🙂 In caso di panorami mozzafiato, avendo solo un 35mm, utilizzerò la tecnica di scatto multiplo e poi grazie allo stitching ricrerò i panorami visti. Per chi avessi dubbi sulle 2 ottiche scelte, considerate che erano le uniche due che anche HCB ha utilizzato al 99% in tutta la sua vita. Non sono un amante degli zoom ed ecco il perchè delle 2 ottiche fisse. Pesano circa 10 volte meno e poi si sa che il bravo fotogiornalista è quello che consuma più suole delle scarpe.

Ma come trasportare tutto senza rischiare che si rompa e facendo in modo che il materiale sia sempre facilmente accessibile e facilmente trasportabile. Qui entra in campo il mio sponsor!! La tucanourbano ha un prodotto meraviglioso, il marsupio gigante 433! Sostituirà la mia borsa da serbatoio e conterrà la macchina, le due ottiche, i celluari e i documenti. Sarà ovviamente girato al contrario quindi non toccherà il serbatoio. In caso di strade asfaltate nessun problema, in caso di sterrati si alzerà insieme a me evitando alle attrezzature fastidose “botte” e colpi inaspettati. Dentro il marsupio la macchina e l’ottica non montata saranno in delle borse thinktankphoto (ahimè non mi sponsorizza) e quindi protette in caso di pioggia e sabbia.

Ecco alcuni scatti dei prodotti e del loro posizionamento 🙂 Continua a leggere

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