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Nuvole Marocco

Ho lasciato Erfoud. Il cielo è nuvoloso, non promette bene oggi. Seduto nell’atrio dell’hotel osservo il cielo grigio e decido, pensando all’ acqua che di sicuro prenderò, come disporre i miei bagagli. Mentre mangio del pane fresco accompagnato da un ottimo olio d’oliva (la colazione del posto) vedo nel bar di fronte a me dei ragazzi giocare a biliardo. Indossano lo zainetto come fosse un’armatura, non lo tolgono neanche per eseguire i colpi più difficili. Già ieri li avevo notati, escono di casa qualche minuto prima ed impiegano così il tempo che precede il suono della campanella. Penso ai miei tempi quando ogni minuto primo dell’ingresso del professore era un tesoro da utilizzare al meglio per ripassare, copiare, ed in molti casi studiare. Vicino al mio liceo non c’era nessuna sala da biliardo aperta al mattino così presto e non so se in ogni caso avrebbero fatto entrare dei mocciosetti come noi. Intingo nel liquido verde la mollica, la mangio di gusto assaporando fino alla fine l’aroma che il pane col suo calore risveglia nell’olio. Prendo la mia macchina fotografica e mi dirigo verso il tavolo verde. Osservo i ragazzi per un po’, loro si incuriosiscono, sono sempre vestito da astronauta blu e stringo tra le mani una macchina fotografica equivalente allo stipendio medio di un anno marocchino. Chiedo se posso fare qualche scatto. Sono un po’ diffidenti ma si lasciano convincere dal mio sorriso e da qualche consiglio che do su come tenere la stecca. Il cielo è sempre più grigio, preferisco partire, oggi mi aspettano tanti chilometri.

Decido di seguire una strada secondaria, mi farà accorciare di cinquanta chilometri circa e mi permetterà forse di trovare un po’ meno asfalto, il mio motoviaggio oggi ha voglia di un po’ d’avventura. Supero il paesino di Jorf e alcuni simpatici piccoli vulcani iniziano a costeggiare per un chilometro circa da entrambi i lati la strada. Sono gli antichi pozzi da cui gli abitanti di queste zone prendevano l’acqua da portare ai loro villaggi. Adesso sono un’attrazione turistica, tende berbere montate all’ingresso e persone vestite con coloratissime djellabe. Scatto una foto e mi allontano prima di essere fermato da qualcuno per il solito rituale di domande teso a vendermi qualcosa. Raggiungo Tinejdad, tappa intermedia prima di Tinerhir città bella , con una meravigliosa kasbah in pisè, da qui iniziano i quattordici chilometri che portano alle gole del Todra. A metà strada tra le due città inizia la pioggia, quella sottile quasi impercettibile che in siciliano si definisce “assuppa viddranu”. È la pioggia che il contadino al mattino non considera neanche, non merita un ombrello o alcun tipo di protezione. Però lei c’è, sempre presente e costante. A fine giornata di ritorno dai campi dopo molte ore di lavoro, lei ha completamente inzuppato (assuppatu appunto) il contadino (lu viddranu). Raggiungo Tinehrhir e la pioggia è già mutata in pioggia normale che in moto naturalmente aumenta, a causa della velocità, il suo potere “inzuppante”. Decido di percorrere lo stesso i chilometri che mi separano dalle gole che raggiungono i 2000 metri. La scelta non è delle più intelligenti, salendo la pioggia si intensifica e lo spettacolo delle gole è orrendo, luce pessima e acqua talmente forte da non permettermi di tirar fuori la macchina fotografica. I venti minuti impiegati per raggiungere le gole hanno nel frattempo trasformato la strada che mi attende al ritorno in un pantano unico. Tutto diventa marrone grazie al fango che inizia a colare dalle pareti e  le buche si trasformano in simpatiche lagune. Il segno di quanto impraticabile sia il percorso anche per i camperisti più intraprendenti è la scomparsa dai punti strategici di tutti i bambini sempre pronti a vendere qualsiasi cosa. Il tempo raddoppia per percorrere i chilometri che mi separano dalla città e ormai sono ad un livello superiore rispetto all’inzuppamento del contadino siciliano. Con questo tempo raggiungo Boulmane-du-dades e Skoura. Città meravigliose che con la pioggia perdono tutto il loro fascino e i loro colori. A causa del tempo infame decido di non visitare le gole del Dades. Dovrei percorrere centoventi chilometri tra andata e ritorno e vedermi forse riproporre lo stesso schifoso spettacolo di quelle del Todra? No grazie, decido senza esitazioni che sarà per un’altra volta. Punto a Ouarzazate, la città è molto interessante, le abitazioni hanno lo stile che si incontra nelle kasbah presenti nella meravigliosa strada che la collega a Boulmane-du-dades. La pioggia non smette mai, la mia maschera è completamente inzuppata e inizio a sentire l’acqua persino all’interno del casco. Sono le quattro del pomeriggio, sono a soli trentadue chilometri da Ait-Benhaddou, la perla di tutto l’Atlas. Devo decidere cosa fare. Il tempo continuerà schifoso per tutta la sera immagino e se domani dovesse migliorare preferirei svegliarmi ed essere già pronto per visitare la città. Mi fermo per fare il pieno. Mentre riempio il serbatoio della Transalp che ho montato sulla mia Africatwin chiedo informazioni al benzinaio. Brutte notizie. La strada che va a Marrakech è interrotta all’altezza di Tizi-n-Tichka causa la frana di una montagna, e la strada secondaria, che si percorreva prima dell’apertura dell’autostrada, è assolutamente sconsigliata con questo tempo anche ad una moto come la mia. Questo significa che non posso proseguire a Nord verso Tanger passando da Marrakech. Se tutto continua così dovrò tornare indietro e arrivare a Nord di Tizi-n-Tichka da Est. Guardo la cartina, significano circa trecento chilometri in più. Non voglio pensarci, sono già  super bagnato, non saranno trenta chilometri a fare la differenza ed in ogni caso non voglio perdermi la perla dell’Atlas che conserva la Kasbah più bella. Percorro i primi venti su una strada piana, asfaltata e piena d’acqua. All’improvviso un cartello indica la svolta a destra, dodici chilometri ad Ait-Benhaddou, l’inizio della famosa strada sconsigliata in casa di maltempo. Avrò ancora luce per due ore faccio in tempo a rischiare e male che vada tornare indietro e dormire a Ouarzazate. Dopo i primi duecento metri la strada è un inferno, fango al posto dell’asfalto e schizzi dalla pozzanghere marroni provenienti dai 4×4 che scendono a valle. La mia maschera è marrone e lo stesso per la mia tuta tucanourbano. Le mie ossa sono umide e sento acqua corrermi lungo la schiena. Non ne posso davvero più, mi aspettavo un clima decisamente diverso. Percorro gli ultimi chilometri tenendo il pensiero fisso alla doccia calda che farò a qualunque costo. Questa sera albergo, non importa quanto pagherò, ho bisogno di riposarmi, mangiare e asciugare tutto quello che sta viaggiando con me. Raggiungo Ait-Benhaddou, sono in uno stato pietoso, mi fermo all’hotel Ksar, ho letto la recensione sulla guida Rough guides. Mi vedono arrivare, son gentilissimi da subito. Vengono fuori a prima ancora di parlare di soldi, mossi forse a pietà dal mio stato, mi offrono un tetto e mi propongono di vedere la camera. La vedo, è bella e pulita, tratto per essere gentile e assecondare la loro cultura, prezzo fissato con tanto di cena e prima colazione. “Avete doccia calda?” chiedo impaziente, “si tutta quella che vuoi” mi dice Abdou, il proprietario. Hamdulillah, potrò rinascere. Rachid è gentilissimo, mi accompagna fuori, si bagna insieme a me e mi aiuta a portare dentro tutti i bagagli dalla moto e infine a metterla all’interno del cortile, al riparo da acqua ed eventuali malintenzionati. Mi spoglio, mi fiondo nella doccia, sono ad Ait-Benhaddou, mi aspettavo qualcosa di diverso, un po’ meno camel trophy. Sotto l’acqua calda il mio corpo inizia a rigenerarsi, rinasco e penso alla cena. Ho fame e ho voglia di scrivere per non dimenticare niente di questa giornata. Ancora una volta l’accoglienza di questo popolo è meravigliosa, esco dalla doccia, mi asciugo e raggiungo il salone per vedere in che posto sono finito. Mentre osservo gli splendidi interni arriva Rachid con del thè alla menta caldo e zuccherato. Et voilà mesdames et monsieur, Ait-Benhaddou. Continua a leggere

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