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Viaggiare in moto

Viaggiare in moto, scrivere un blog in cui si parla di viaggi e poi… solo foto meravigliose di posti mozzafiato in grado di fare ingelosire chiunque, anche chi al massimo guida un cinquantino scassato per andare al lavoro compiendo cinquecento metri. Non sono sparito in questi mesi, ho lavorato duro, ho studiato tanto per portare alla luce “CESIRA“!!!! Mi avete lasciato in Marocco sulla mia RD04 alle prese col mio primo motoviaggio, con le mie paure, con i miei dubbi, con la mia gioia e quel pensare senza fine e senza tregua che solo un viaggio in solitaria può donarti. Sono un individuo come molti altri e gli ultimi mesi sono stati un susseguirsi di eventi che fanno poco blog forse, ma che altro non sono che la vita normale di un normale viaggiatore o forse meglio “motoviaggiatore”. Il lavoro, nel mio caso le fotografie , con tutto ciò che ne consegue: ore ed ore davanti al computer, tanta ricerca, tante persone incontrate, tanti libri visti, tante mostre visitate e molto molto di più. Ma ogni singolo momento libero, ogni attimo di tregua donato è stato dedicato al progetto che avevo iniziato a sognare nelle ultime ore del mio motoviaggio in Marocco.

Si ma cosa è Cesira direte voi? Siete davvero pronti per scoprirlo? Nei prossimi post vi parlerò di lei, del mio desiderio, della mia sete di conoscenza e della fortuna di avere realizzato un sogno. Tutto nasce dalla voglia di alleggerire una motocicletta. L’Africatwin è una moto meravigliosa, forse una delle più belle tuttora in circolazione. Ma è pesante soprattutto per un’italiano alto 1,73. Lo so che adesso tutte le moto tedesche e non, con eliche o meno pesano dai 220kg in su. Ma chi le compra ci va in ufficio, ci monta su delle ruote più stradali di quelle di un Monster Ducati ed è convinto di… vabbè torniamo a noi, la mia moto non può essere alleggerita più di tanto, pesa tanto perchè tanto pesa il meraviglioso motore bicilindrico 750 di casa Honda. Pesa tanto perchè il telaio è pesante, perchè il forcellone è pesante perchè tutto è pesante. Chi mi ha seguito sa quanto abbia fatto per provarci e un pò ci sono riuscito ma di più umanamente non si può! Parliamo forse di gammi residui da togliere ma questo non è il problema… e allora? E allora Cesira!!!!!

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Marocco in moto, foto di una fantastica compagna

Un piccolo post del mio motoviaggio in Marocco. Viaggiare in moto è bello ma anche la motocicletta (africatwin rd 04, battezzata Mefishmuskì) ha bisogno di importanza. In fin dei conti è lei che ti trasporta, solo lei che riesce ad andare dove nessuno oserebbe e mostrarti paesaggi mozzafiato. Ti richiede solo cure e passione ma ciò che da è senza prezzo. Alcune fotografie di Mefishmuskì in giro per il Marocco, Nord, Sud, Est ( a ovest c’è l’Oceano). Non dimenticate mai di fotografare la vostra moto mentre viaggiate. Non siate sempre vicini a lei, trattatela come una vera amante, fotografatela da sola, nella sua intimità, trasmette importanza nelle foto. Trattatela da protagonista, vi ringrazierà.

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Viaggiare in moto, grazie a tutti!

Per i più attenti, in mezzo piccolina la mia moto

Il mio primo viaggio in solitaria è terminato da una settimana.Viaggiare in moto sulla mia Africatwin rd04 (Mefishmuskì per gli amici) è stato meraviglioso. Adesso è tempo di ringraziamenti prima di partire col nuovo progetto. Un grazie speciale va a chi mi ha letto in questo mese. Siete stati circa 6000, si avete capito bene 6-0-0-0-, inutile dire quanto questo mi spinga ad andare avanti nella speranza che voi possiate essere sempre di più. Un grazie speciale va ai miei amici e alla loro telefonata con skype mentre mi trovavo a Sidi Ifni alle prese con la pompa di benzina. Un grazie speciale a Giorgio e al forum Africatwin, tutti preziosi in quei momenti di paura. Pochi giorni prima di partire Roberto di OnlyBike a Milano, si è offerto di darmi per il viaggio in prestito nel caso ne avessi bisogno un regolatore di tensione e una membrana del carbutore. Grazie a Dio le ho riconsegnate senza bisogno di doverli usare. Mi hanno dato forza e sicurezza durante il motoviaggio, grazie Roberto di cuore. Ancora grazie a Claudio di Xracing, la sua marmitta ha lavorato in maniera superba e senza db killer col suo sound rotondo e corposo è stato musica per le mie orecchie. Spero voglia anche aiutarmi nel prossimo progetto. Grazie a Soleterre, per l’aiuto ma soprattutto per l’opportunità che mi ha dato di vedere un Marocco diverso da quello turistico, il Marocco fatto di persone “normali”, persone che non vedono per prima cosa in te il turista da spennare. Grazie a Marco 1 e Marco 2 di Futa Race, col loro check prima della partenza mi hanno fatto lasciare l’Italia con più sicurezza. Se siete a Bologna o nelle zone andate a trovarli e portate un saluto a Topo, il cane di Marco. Sono bravi, competenti e sempre pronti alla giusta risata. Il grazie più grande alla Tucanourbano, in questi giorni sto lavorando alle foto che darò loro. Non m istancherò mai di dirlo, grazie ai loro prodotti il mio viaggio è stato reso possibile e confortevole. Tutto quello che mi hanno fornito non hanno mai tradito, non ha mai ceduto di un colpo, sempre all’altezza della situazione. Spero di poterli avere ancora con me a bordo nel prossimo motoviaggio.

Dovevo andarci?

Una domanda che non mi fa dormire da quando sono tornato, il camping a Bhaibah, posto dimenticato da Dio ma non dal vento. Questa è l’indicazione che trovai sulla strada, ma voi ci avreste dormito?

Grazie di cuore a tutti, questo blog esiste anche grazie a voi!
Daniele & Mefishmuskì

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Tanger med, si ritorna a casa

A Settat trovo tutto, una doccia calda, un piatto di lenticchie e pollo caldi e una birra marocchina. Mi riprendo per bene. Un sonno corroborante e sono pronto per l’ultima tappa, quella che mi condurrà al porto di Tanger Med e da lì, ancora con GNV sul traghetto Excellent, verso Genova. Parto al mattino presto, circa quattrocentocinquanta chilometri a destinazione. Il traghetto è a mezzanotte per cui ho tutto il tempo che mi serve. Il sole caldo e intenso mi accompagna per i primi cento chilometri, poi le nuvole assumono ancora il colore grigio e qualche goccia arriva a molestare l’umore. L’idea di salire a bordo nave bagnato come un pulcino non mi alletta granchè. Vesto ancora la mia protezione dalla pioggia e seguo la strada. Al primo casello non sono sicuro sulla strada da seguire. Vorrei percorrere la route National e non l’autoroute. Mi fermo pochi metri prima della gare de peage dove due poliziotti in motocicletta controllano il traffico. Gentilissimi mi accolgono con saluto militare, mi spiegano la strada da seguire. Uno dei due, quello che non parla osserva la mia moto. La mia africatwin non è bella a vedersi tutta ricoperta di fango, il suono della marmitta x-racing che monto è forte e molto brum brum a causa del db killer che ho rimosso in tutta la mia permanenza in Marocco. Faccio il simpatico, non vorrei mi rompessero come in Italia per qualche irregolarità. Memorizzo le informazioni e sono pronto a partire. Saluto con un sorriso finto ma cordiale e all’improvviso il poliziotto silenzioso alza il braccio e con tono serio mi intima “Attendez-vous”. “Azz ci siamo” dico dentro di me, si avvicina e con faccia seria mi chiede di dove sia. Rispondo Italia e all’improvviso inizia a cantare “lasciatemi cantaaaaare, con il chitarro in maaaano, sono un italiano, italiano vero”. Scoppia in una risata e mi augura “bonne route”. Stramaledetto Toto Cutugno, rido anche io per tirarmi via un po’ di tensione, una bella stretta di mano, solita domanda “Inter o Milan?”, ormai rispondo Reggina così blocco subito la discussione calcistica e si parte. Il viaggio scorre con qualche pioggia e qualche schiarita fino al porto di Tanger Med. Al mio arrivo mancano ancora 8 ore prima dell’imbarco. Gli ultimi cento chilometri sono stati caratterizzati da tanto vento e un po’ di sole che mi hanno permesso di asciugarmi completamente. All’arrivo al porto, cerco una tettoia dove ripararmi dalle prossime piogge che a guardare il cielo di sicuro arriveranno. L’unico posto è all’interno dell’area dogana di fianco ad alcuni muratori che lavorano all’ampliamento del porto. Con la faccia simile al gatto con gli stivali in Shrek 2 chiedo al poliziotto di poter entrare e percorrere dieci metri per potermi riparare. I miei occhi evidentemente funzionano, “io controllo questo posto, lì io non c’entro” mi dice in perfetto stile “io non ho visto niente”. Ottimo, mi attrezzo di sana pazienza pronto a passare le prossime 6 ore lì osservando la gente lavorare e le nuvole passare. Tempeste di pioggia si alternano ad un timido sole che fa capolino dalle nuvole. Durante un breve acquazzone tutti i muratori si riparano con me sotto la tettoia. Dieci minuti di pioggia e si parla, solite domande e tanti sorrisi mista a reale curiosità. Vengono da tutte le parti del Marocco, lavorano per diverse aziende. Il lavoro è buono e soprattutto garantito per un po’ visto i lunghi lavori che attendono il porto. Ancora qualche domande, la pioggia termina ed un fischietto richiama i giovani operai all’ordine, si torna a lavorare! Passano cinque minuti e uno di loro torna con un bicchiere di thè alla menta, “Whiskey marocchino, ne vuoi un po’?” Fantastici i marocchini, ovunque hanno thè e persino i muratori me ne portano un bicchiere, mi commuovo e credo non possa esistere modo più bello per salutare questo popolo e la loro accoglienza. Lo bevo di gusto, sarà l’ultimo qui in Marocco, lo gusto fino alla fine provando a memorizzare quel gusto che d’ora in avanti porterò con me. Passano le ore e ci fanno spostare davanti alla nave attendendo di essere imbarcati. Manca ancora un’ora e io ho gli ultimi trenta dirham nel mio portafogli. Sulla sinistra vedo un piccolo prefabbricato da cui escono dipendenti portuali. Bottiglie di plastica e bibite parcheggiate all’ingresso, che sia un bar? Mi avvicino pronto a spendere le ultime monete che a casa verrebbero persi in qualche cassetto dello studio. All’ingresso il proprietario sta buttando appena fatte, delle omelette sul piatto di un cliente. Lo sguardo mi cade proprio lì, su quelle opere d’arte color giallo simili a quelle che la mia mamma fa tanto buone. Pezzi di formaggio fuso le decorano. “Le vuoi anche tu?” mi dice il cliente e non so cosa rispondere, mi hanno preso un po’ alla sprovvista. Fuori fa freschino, le uova sono fumanti e l’attesa si protrarrà ancora a lungo. “Combien?” è la mia domanda, “venti dirham con pane olive e la bibita”. Incredibile, meno di due euro per tutto quel ben di  Dio? Dico di si senza esitazioni. Rompe quattro uova e prepara un’omelette meravigliosa e profumata. Prepara le olive un piattino e mi da un pane caldo e saporito. Mi siedo di fianco a colui che me l’ha consigliata, scambio due chiacchiere e dopo un po’ mi saluta, è un poliziotto di frontiera deve tornare al lavoro. Lo rincontrerò due ore dopo circa, sarà lui a dovermi controllare prima dell’imbarco. Ci riconosciamo, si avvicina, mi tira una pacca sulle spalle e mi chiede se le uova fossero buone, “oui, tres bonnes” dico io. “Bonne route” e un sorriso, questo è il mio controllo prima dell’imbarco. Adesso mi attendono 56 ore di noia e poi di nuovo l’Italia.

Il Marocco mi mancherà tanto, sono partito da venti minuti e ne sento la mancanza già adesso mentre vedo le sue coste scomparire all’orizzonte. Continua a leggere

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Ait-Benhaddou

Il mattino è benedetto da un sole caldo qui ad Ait benhaddou. Lo vedo entrare nella mia stanza attraverso una fessura tra le tende. Non credo ai miei occhi, nel dormiveglia confondo il giallo con qualche riflesso dei vetri colorati. Mi alzo, dopo un giorno sotto l’acqua i miei vestiti sono umidi e le mie borse necessitano di sole e calore! Spalanco la porta, pochi secondi affinchè i miei occhi si abituino alla luce, e davanti a me un blu e un panorama che la sera prima non avevo assolutamente notato. Sono ad Ait- Benhaddou, una delle Kasbah meglio conservate di tutto l’Atlas, qui hanno girato diversi film registi famosi, Ridley Scott col suo “Il gladiatore” su tutti. Non vedo ancora la kasbah, dista dieci minuti a piedi, ma davanti a me lo spettacolo dell’Atlas innevato accompagnato da un’aria fresca e frizzante tipica del dopo tempesta. Mi volto sulla destra, come lucertole al sole, i muratori che lavorano al rifacimento di una stanza sono appoggiati al muro godendo del calore che il sole regala. Corro in camera, prendo la macchina e chiedo il permesso di fotografarli. Sono indecisi qualcuno si, qualcuno no, schiaccio il tasto, si apre l’otturatore, immortalati e con me per sempre. Rachid arriva col suo sorriso, in terrazza è pronto il tavolo con la mia colazione, mi porta un caffè nero, niente a che vedere col nostro italiano, ma buono e confortante appena svegli.

Arriva anche Abdou, entrambi gentili e sorridenti come al mio arrivo. Ho digerito senza problemi l’ottimo couscous con verdure e manzo che mi hanno servito la sera precedente, mi sento un leone, la luce è bella ed io riposato dopo ore di pioggia, freddo e fango. Come una brava massaia marocchina stendo tutto quello che posseggo sul muro caldo. Visto da fuori l’albergo sembra una delle tante case che ho visto nelle zone agricole intorno a Settat sempre con i loro tappeti appesi ad asciugare. I proprietari non fanno una piega, anzi mi aiutano a sistemarli, benedetta accoglienza marocchina! Prendo la mia canon e mi dirigo a visitare la Kasbah. Rachid mi guida per un pezzo “adesso vai a destra, tout droit”. Cammino pochi metri e davanti a me una meraviglia che ha il potere di lasciarmi senza parole per pochi secondi. Il fiume ai piedi del vecchio centro abitato è pieno e reso marrone a causa delle piogge abbondanti dei due giorni precedenti. Un servizio a pagamento permette con gli asini di percorrere i venti metri di acqua che mi dividono dalla kasbah. Nel punto più alto non credo superi i 40 cm. Osservo il tragitto che i berberi fanno fare ai loro asini per trasportare i turisti che a fatica riescono a cavalcarli. Osservo le loro zampe, non si immergono mai troppo. Studio la traiettoria, osservo i miei stivali, non mi hanno mai tradito e non lo faranno neanche in questa circostanza. Cammino nel fiume, scatto qualche foto, raggiungo l’altra sponda con i piedi perfettamente asciutti. Gli sguardi dei condottieri di asini mi hanno seguito dal primo passo. Con la macchina fotografica in mano speravano forse in una mia caduta per poter dire “ecco ciuccio italiano, prendevi l’asino e ti risparmiavi questa belle figura di m….”. Invece supero il guado, arrivo, saluto e incasso la vittoria. Pago 10 dirham e visito questo gioiello del XVI sec, perfetto esempio di pisè, la tecnica che usano tuttora per costruire le case. I mattoni sono realizzati con un misto di fango, paglia e sassolini di fiume. Tengono bene, la kasbah lo conferma e qui d’altronde non piove molto. I due giorni precedenti sono stati i primi dall’inizio dell’anno. “Sono proprio stato fortunato” mi dice Aziz dal bar dove scatto le prime foto, “senza pioggia il fiume sarebbe stato secco”. Eh già proprio una bella fortuna, peccato che per giungere qui abbia visto l’inferno! Impiego un’ora circa a scattare fotografie e ritorno in albergo. Preparo per l’ennesima volta i miei bagagli asciutti e sono pronto a partire. Nel frattempo la strada a Tizi-n-tichka è stata riaperta. Decido lo stesso di seguire il percorso giallo sulla mia mappa, quello che ieri mi sconsigliavano tutti. Il sole è davvero forte e se un po’ d’acqua dovrà esserci questo caldo di sicuro l’asciugherà. Naturalmente la previsione è sbagliata, non so dove porti quella strada, non so che alla fine della stessa raggiungerò i 2270 metri e sarò in mezzo alla neve. Percorro i primi chilometri in un paesaggio stupendo, questa è di sicuro la strada più bella che abbia percorso da quando ho iniziato questo motoviaggio. Complice la luce, complice il pisè che con tutto quel sole dona alla vallata un aspetto che non avevo mai notato in nessuno dei miei viaggi. Sono davvero sereno e sto bene, il paesaggio è meraviglioso, la moto, un’africatwin rd04 del 1991, regala solo emozioni e ormai dopo aver raggiunto i 4000 chilometri in terra marocchina con il mio motoviaggio sento sia arrivato il momento di darle un nome. Ci pensavo già da giorni ma il numero 4000 sul mio gps mi fa capire che non c’è più tempo da perdere. Mi fermo, siamo soli io e lei, la mia compagna, colei che ha retto il mio sedere per un mese senza sosta. Mefishmuskì ,ecco il suo nome, da oggi sarà Mefishmuskì. “Non c’è problema” vuol dire in marocchino ed in effetti a parte la pompa della benzina (non originale Honda tra l’altro, ma da me adattata da un piaggio Beverly 250) non mi ha mai dato un problema. Non potrebbe esistere nome migliore, prendo dell’acqua marroncina da una pozzanghera e la battezzo. Jallah, è tempo di andare! Davanti a me il paesaggio inizia a cambiare, ho già percorso quarantacinque chilometri, ne mancano ancora quindici alla tappa intermedia e le montagne di neve che al mattino vedevo in lontananza mi sono molto vicine, troppo vicine, in poche parole ci sono dentro. Davanti a me dopo pochi metri il primo guado. Se a valle l’acqua grazie al sole era evaporata, qui grazie allo stesso sole è la nave a sciogliersi e a rendere i simpatici rivoletti d’acqua fiumiciattoli. Ne attraverserò tre durante i rimanenti chilometri. Ogni volta la stessa scena. Fermo la moto, scendo a sondare con i miei stivali il fondo e l’altezza, fattibili. Ripenso a tutto quello che ho visto nei video su come guadare, dove tenere il peso e mi sento sicuro. Ho inoltre applicato la tecnica di Chris Scott e il suo Overland Sahara: “meglio stivali bagnati che moto e tutto il resto bagnato”. Pronti a partire! Al primo guado un po’ mi tremano le gambe, accendo la moto, innesto la prima ma passa qualche secondo prima di rilasciare la frizione, mi faccio forza e accarezzo il serbatoio di Mefishmuskì con la mia mano sinistra come fosse un purosangue. Rilascio la frizione, ho già studiato dove far passare la moto, va tutto bene, peso indietro e sguardo avanti, passo il piccolo guado, io e Mefishmuskì siamo ancora più uniti.

Raggiungo i 2270 metri, Tiz-n-tichka, intorno a me solo la neve e qualche venditore di rocce troppo colorate e troppo fosforescenti per essere vere. Ho raggiunto il punto più alto di questo motoviaggio e sono a centonove chilometri da Marrakech. L’orologio segna le due del pomeriggio, duecentoottanta chilometri mi separano da Settat, il quartier generale di Soleterre. Sento quel posto come fosse casa mia, decido che passerò lì la notte, una bella doccia calda, cibo italiano e se sarò fortunato una birra. Percorro pochi chilometri e le nubi che negli ultimi minuti avevano deciso di assumere la tonalità grigia, iniziano a scaricare in terra acqua e ancora acqua. Rimetto il completo antipioggia tucanourbano e la copertura arancione alle mie sacche laterali. Inizio la discesa a valle con una certezza:questa pioggia inizia proprio a rompere le palle! Continua a leggere

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Nuvole Marocco

Ho lasciato Erfoud. Il cielo è nuvoloso, non promette bene oggi. Seduto nell’atrio dell’hotel osservo il cielo grigio e decido, pensando all’ acqua che di sicuro prenderò, come disporre i miei bagagli. Mentre mangio del pane fresco accompagnato da un ottimo olio d’oliva (la colazione del posto) vedo nel bar di fronte a me dei ragazzi giocare a biliardo. Indossano lo zainetto come fosse un’armatura, non lo tolgono neanche per eseguire i colpi più difficili. Già ieri li avevo notati, escono di casa qualche minuto prima ed impiegano così il tempo che precede il suono della campanella. Penso ai miei tempi quando ogni minuto primo dell’ingresso del professore era un tesoro da utilizzare al meglio per ripassare, copiare, ed in molti casi studiare. Vicino al mio liceo non c’era nessuna sala da biliardo aperta al mattino così presto e non so se in ogni caso avrebbero fatto entrare dei mocciosetti come noi. Intingo nel liquido verde la mollica, la mangio di gusto assaporando fino alla fine l’aroma che il pane col suo calore risveglia nell’olio. Prendo la mia macchina fotografica e mi dirigo verso il tavolo verde. Osservo i ragazzi per un po’, loro si incuriosiscono, sono sempre vestito da astronauta blu e stringo tra le mani una macchina fotografica equivalente allo stipendio medio di un anno marocchino. Chiedo se posso fare qualche scatto. Sono un po’ diffidenti ma si lasciano convincere dal mio sorriso e da qualche consiglio che do su come tenere la stecca. Il cielo è sempre più grigio, preferisco partire, oggi mi aspettano tanti chilometri.

Decido di seguire una strada secondaria, mi farà accorciare di cinquanta chilometri circa e mi permetterà forse di trovare un po’ meno asfalto, il mio motoviaggio oggi ha voglia di un po’ d’avventura. Supero il paesino di Jorf e alcuni simpatici piccoli vulcani iniziano a costeggiare per un chilometro circa da entrambi i lati la strada. Sono gli antichi pozzi da cui gli abitanti di queste zone prendevano l’acqua da portare ai loro villaggi. Adesso sono un’attrazione turistica, tende berbere montate all’ingresso e persone vestite con coloratissime djellabe. Scatto una foto e mi allontano prima di essere fermato da qualcuno per il solito rituale di domande teso a vendermi qualcosa. Raggiungo Tinejdad, tappa intermedia prima di Tinerhir città bella , con una meravigliosa kasbah in pisè, da qui iniziano i quattordici chilometri che portano alle gole del Todra. A metà strada tra le due città inizia la pioggia, quella sottile quasi impercettibile che in siciliano si definisce “assuppa viddranu”. È la pioggia che il contadino al mattino non considera neanche, non merita un ombrello o alcun tipo di protezione. Però lei c’è, sempre presente e costante. A fine giornata di ritorno dai campi dopo molte ore di lavoro, lei ha completamente inzuppato (assuppatu appunto) il contadino (lu viddranu). Raggiungo Tinehrhir e la pioggia è già mutata in pioggia normale che in moto naturalmente aumenta, a causa della velocità, il suo potere “inzuppante”. Decido di percorrere lo stesso i chilometri che mi separano dalle gole che raggiungono i 2000 metri. La scelta non è delle più intelligenti, salendo la pioggia si intensifica e lo spettacolo delle gole è orrendo, luce pessima e acqua talmente forte da non permettermi di tirar fuori la macchina fotografica. I venti minuti impiegati per raggiungere le gole hanno nel frattempo trasformato la strada che mi attende al ritorno in un pantano unico. Tutto diventa marrone grazie al fango che inizia a colare dalle pareti e  le buche si trasformano in simpatiche lagune. Il segno di quanto impraticabile sia il percorso anche per i camperisti più intraprendenti è la scomparsa dai punti strategici di tutti i bambini sempre pronti a vendere qualsiasi cosa. Il tempo raddoppia per percorrere i chilometri che mi separano dalla città e ormai sono ad un livello superiore rispetto all’inzuppamento del contadino siciliano. Con questo tempo raggiungo Boulmane-du-dades e Skoura. Città meravigliose che con la pioggia perdono tutto il loro fascino e i loro colori. A causa del tempo infame decido di non visitare le gole del Dades. Dovrei percorrere centoventi chilometri tra andata e ritorno e vedermi forse riproporre lo stesso schifoso spettacolo di quelle del Todra? No grazie, decido senza esitazioni che sarà per un’altra volta. Punto a Ouarzazate, la città è molto interessante, le abitazioni hanno lo stile che si incontra nelle kasbah presenti nella meravigliosa strada che la collega a Boulmane-du-dades. La pioggia non smette mai, la mia maschera è completamente inzuppata e inizio a sentire l’acqua persino all’interno del casco. Sono le quattro del pomeriggio, sono a soli trentadue chilometri da Ait-Benhaddou, la perla di tutto l’Atlas. Devo decidere cosa fare. Il tempo continuerà schifoso per tutta la sera immagino e se domani dovesse migliorare preferirei svegliarmi ed essere già pronto per visitare la città. Mi fermo per fare il pieno. Mentre riempio il serbatoio della Transalp che ho montato sulla mia Africatwin chiedo informazioni al benzinaio. Brutte notizie. La strada che va a Marrakech è interrotta all’altezza di Tizi-n-Tichka causa la frana di una montagna, e la strada secondaria, che si percorreva prima dell’apertura dell’autostrada, è assolutamente sconsigliata con questo tempo anche ad una moto come la mia. Questo significa che non posso proseguire a Nord verso Tanger passando da Marrakech. Se tutto continua così dovrò tornare indietro e arrivare a Nord di Tizi-n-Tichka da Est. Guardo la cartina, significano circa trecento chilometri in più. Non voglio pensarci, sono già  super bagnato, non saranno trenta chilometri a fare la differenza ed in ogni caso non voglio perdermi la perla dell’Atlas che conserva la Kasbah più bella. Percorro i primi venti su una strada piana, asfaltata e piena d’acqua. All’improvviso un cartello indica la svolta a destra, dodici chilometri ad Ait-Benhaddou, l’inizio della famosa strada sconsigliata in casa di maltempo. Avrò ancora luce per due ore faccio in tempo a rischiare e male che vada tornare indietro e dormire a Ouarzazate. Dopo i primi duecento metri la strada è un inferno, fango al posto dell’asfalto e schizzi dalla pozzanghere marroni provenienti dai 4×4 che scendono a valle. La mia maschera è marrone e lo stesso per la mia tuta tucanourbano. Le mie ossa sono umide e sento acqua corrermi lungo la schiena. Non ne posso davvero più, mi aspettavo un clima decisamente diverso. Percorro gli ultimi chilometri tenendo il pensiero fisso alla doccia calda che farò a qualunque costo. Questa sera albergo, non importa quanto pagherò, ho bisogno di riposarmi, mangiare e asciugare tutto quello che sta viaggiando con me. Raggiungo Ait-Benhaddou, sono in uno stato pietoso, mi fermo all’hotel Ksar, ho letto la recensione sulla guida Rough guides. Mi vedono arrivare, son gentilissimi da subito. Vengono fuori a prima ancora di parlare di soldi, mossi forse a pietà dal mio stato, mi offrono un tetto e mi propongono di vedere la camera. La vedo, è bella e pulita, tratto per essere gentile e assecondare la loro cultura, prezzo fissato con tanto di cena e prima colazione. “Avete doccia calda?” chiedo impaziente, “si tutta quella che vuoi” mi dice Abdou, il proprietario. Hamdulillah, potrò rinascere. Rachid è gentilissimo, mi accompagna fuori, si bagna insieme a me e mi aiuta a portare dentro tutti i bagagli dalla moto e infine a metterla all’interno del cortile, al riparo da acqua ed eventuali malintenzionati. Mi spoglio, mi fiondo nella doccia, sono ad Ait-Benhaddou, mi aspettavo qualcosa di diverso, un po’ meno camel trophy. Sotto l’acqua calda il mio corpo inizia a rigenerarsi, rinasco e penso alla cena. Ho fame e ho voglia di scrivere per non dimenticare niente di questa giornata. Ancora una volta l’accoglienza di questo popolo è meravigliosa, esco dalla doccia, mi asciugo e raggiungo il salone per vedere in che posto sono finito. Mentre osservo gli splendidi interni arriva Rachid con del thè alla menta caldo e zuccherato. Et voilà mesdames et monsieur, Ait-Benhaddou. Continua a leggere

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Manifestazioni Marocco



In queste settimana di motoviaggio in Marocco ho assistito ad alcune manifestazioni. Le ho viste a Settat, Tiznit, Erfoud e Merzouga. Niente a che vedere con ciò che ha infiammato tutta l’aerea del Maghreb ma semplici manifestazioni di protesta. Il problema comune a tutte le manifestazioni è sempre lo stesso: la richiesta di lavoro. In Marocco ci sono moltissimi giovani, più che in Italia, lo vedi girando che non è un paese di vecchi. Molti studiano e molti si laureano, per loro non c’è futuro, non c’è nulla da fare. Chiedono lavoro a chi li governa prima di pensare ad emigrare. Nessuno di tutti i manifestanti da me incontrati ha mai espresso dubbi o perplessità sull’attuale re Mohammed VI. A Merzouga è diverso, tutti hanno in mano stampe del re. Le agitano verso il cielo gridando come pazzi. Sono curioso, ho forse finalmente trovato qualcuno che protesta contro il giovane successore di Hassan II? D’altronde questo è un regno, è lui che nomina il primo ministro ed i ministri per cui, se qualcosa non va, non occorre essere degli esperti di geopolitica per capire che forse… Mi avvicino e domando, ma la risposta arriva secca e sincera “no,no, il re è buono, ha fatto e fa ancora tanto per noi, spesso investe i suoi soldi” mi dice Hammed, “semplicemente teniamo le stampe in mano perché gli vogliamo bene”. I suoi soldi, ma come li ha fatti il re questi soldi? Che lavoro fa il re? Non sono affari miei, sono un ospite, sono un turista mi ripeto. La manifestazione si svolge in maniera assolutamente pacifica e tranquilla. Le grida lanciate al vento, in mezzo al deserto a pochi passi dalle dune che tutti vengono a visitare troveranno ascolto? Gli abitanti del villaggio si lamentano con il governatore sentendosi abbandonati. “Non abbiamo un ufficio dove pagare le bollette per esempio e dobbiamo fare quaranta chilometri e andare a Rissani per ogni stupidata”, “un’alluvione nel 2006 ha creato danni al paese ma nessuno è mai intervenuto facendo qualcosa e le nostre case sono ancora in situazione pessime” dice Amin. Qui gli unici soldi che arrivano li prendono gli stranieri, loro investono e solo loro portano a casa qualcosa, per noi nulla!”.

E’ una manifestazione a cui partecipano tutti, donne, bambini, uomini e giovani. Saranno un centinaio, alzano mani, gridano la loro rabbia, cantano canzoni seguendo la voce di chi stringe in mano il megafono. Nelle precedenti manifestazioni a cui ho assistito non ho mai fotografato, sono qui con un visto da turista e questo vorrei fare. Questa volta è diverso, mi guardo in giro, sento una voce dentro che mi spinge ad andare. Parcheggio la moto, chiedo a dei francesi che osservano da lontano di essere i guardiani della mia Africatwin. Prendo la mia macchina e avvicino il leader del gruppo, chiedo se posso fotografare. Attorno a me nessuno a farlo, nemmeno un cellulare o una stupida compattina. I suoi occhi si illuminano e dicono molto di più del suo spagnolo essenziale. Mi chiede di fotografare e di raccontare i loro problemi. Lo Faccio, per la prima volta sento che qualcuno ha bisogno del mio lavoro. Gli prometto che creerò un post sul mio blog per dare voce alla loro richiesta, non è molto e non credo che i governatore lo leggerà, ma lui è felice. Mi lascia la sua mail e mi chiede di scrivergli quando avrò postato qualcosa. Ciò che chiedono è il minimo. Servizi soprattutto, in una città che essendo molto turistica attira persone e anche molti soldi. Ho visto tanti, troppi paesi in Marocco in cui manca tutto, manca molto, spesso l’essenziale. Ancora si cammino sul fango e l’asfalto non sempre ricopre le vie che collegano gli edifici. Non esistono collegamenti efficienti, bambini tutti i giorni compiono chilometri a piedi per raggiungere le scuole. L’analfabetismo femminile soprattutto nelle zone rurali raggiunge anche il settanta per cento, i bambini sempre in quelle zone lavorano come fossero grandi. La gente chiede semplicemente di essere ascoltata. Se, inshallah, questo post servirà a qualcosa sarà solo merito degli abitanti del paesino di Merzouga. Continua a leggere

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Tafraoute

La Valle dell’Almen. Ho pensato a lungo se venire qui indeciso sin dalla mia progettazione del viaggio a Milano. Avrei preferito evitare questa tappa per dirigermi subito verso il sud del Draa e dell’erg Chebbi in seguito. Se l’avessi fatto avrei commesso la stupidata più grossa di tutto il mio viaggio. Tafraoute è il paesino più famoso di tutta la vallata che senza ombra di dubbio è già motivo sufficiente per un viaggio in Marocco. Attorno a Tafraoute arroccati tra le montagne sorgono circa 26 paesini, alcuni interessanti altri meno. La cosa che ti colpisce da subito è il fatto che anche nel paesino più sperduto trovi sempre case troppo belle rispetto al tenore di vita del posto. Mi chiedo da subito come mai. E’ il proprietario del camping dove passo la notte, il camping Tazka, a risolvermi il dubbio. “ Qui tutti gli uomini emigrano, vanno in Francia oppure a lavorare in altri paesi del Marocco, soprattutto nel settore agricolo. Tornano qui da pensionati e con i soldi che hanno messo via si costruiscono case in stile europeo dove passare il resto dei loro giorni”. Si avete capito bene, non stanno qui per venti oppure trenta anni. Mi dice che così funziona, stanno tutti bene, nessuno si lamenta e non c’è motivo di cambiare le cose. Se lo dice lui… Io immediatamente penso alla mia ragazza che dopo soli 14 giorni in terra marocchina incomincia a richiedere la mia presenza. Finalmente mi spiego perchè non ci siano uomini in giro ma solo bambini e donne, tutte rigorosamente coperte di nero. Veli enormi che lasciano fuori solo gli occhi. Al mio saluto non rispondono e se solo fermo la moto ( la macchina è ancora riposta nella sacca) tirano il velo il più possibile e si voltano mostrandomi la loro nuca. Messaggio chiaro, non occorre avere studiato il berbero per capire cosa significhi. Ad ogni modo non sono i paesi con le loro case in stile Disneyworld, sempre con tonalità dal rosso porpora all’ocra, il vero motivo del motoviaggio, è la vallata con i suoi panorami mozzafiato a meritare la visita. Percorro circa 70 chilometri di strada anonima da quando lascio Aglou, ripasso da una Tiznit ancora sonnolenta ed è solo quando appare il cartello che indica 22 chilometri a Tafraoute che la magia inizia. Parcheggio subito la mia africatwin a bordo strada e tiro fuori la mia macchina fotografica. Faccio una panoramica e riparto. Curva successiva stessa scena. Vado avanti così fino a Tafraoute. Impiego circa un’ora per percorre quei 22 chilometri. L’aria è fresca e attorno solo il rumore del vento e di qualche uccellino. Non trovo un turista. A fine giornata di ritorno al campeggio avrò contato 8 macchine, due camper, 3 bici e qualche asino. Da quando sono partito ho visto pochissimi turisti. A parte i camper nelle aree attrezzate il Marocco è deserto, ogni tappa che compio sembra io stia svolgendo una gara a cronometro.

Decido che non posso fermarmi ad ogni curva e così riesco a raggiunger il famoso Chapeau Napoleon e le rocher peints del belga Jean Veràme. Avevo molti dubbi a proposito di quest’opera di Land art, sono sempre scettico sulla materia, l’idea di rovinare in modo perpetuo la natura intervendo in modo così aggressivo. Inoltre dalle foto che ho visto a casa qui le rocce sono dipinte di blu  rosa. Percorro un chilometro circa di strada sterrata e loro sono davanti a me dispersi nella valle. Mi devo ricredere, il paesaggio è incredibile, le enormi rocce levigate dalla natura con le loro nuove tinte accese, conferiscono un area quasi surreale al posto. Non trovo una guida cartacea della zona in paese e così mi avventuro per la vallata dopo aver lasciato tutto in campeggio. Dopo pochi km non so bene dove mi trovi. Vedo arrivare una Pegeout bianca e alzo il mio braccio. Si ferma Mohammed, è gentile, mi regala un sorriso e mi dice che a 3 km troverò un bivio, “tieni la sinistra per andare ad Ait-Mansour“. E’ il paesino più interessante all’interno delle gole interamente circondato da palme e con tanta acqua nei mesi invernali. Ringrazio, metto il casco ma vedo che Mohammed non si muove. Questa volta è lui ad alzare il braccio. La sua macchina non va. Tira fuori una chiave e cambia due candele. “Ho troppo Olio nel motore e si sporcano subito”. Apre il cofano, osservo quel motore e mi chiedo come la macchina possa semplicemente pensare di muoversi. Cambia le sue candele con due ancora più vecchie e più sporche. Lui ci crede, gli capita spesso mi fa capire, ci è abituato. Le mani nere come quelle di un meccanico vengono pulite sui pantaloni senza troppi complimenti. Mi chiede una piccola spinta. Gliela do, se d’altronde non si fosse fermato per rispondere alla mia domanda non avrebbe avuto questo problema. Chiave girata, seconda ingranata spingiamo entrambi, lui dall’abitacolo io da dietro. Pochi metri lascia la frizione e la Pegeout 504 riparte e si allontana. Una mano sbuca dal finestrino e si agita, immagino sia il suo grazie. Raggiungo le gole e mi attende un piccolo pezzo in sterrato semplice. Pochi chilometri e mi ricollego alla strada asfaltata. Percorro tutto l’altro lato della vallata, asini, ancora donne e bambini che ad ogni mio passaggio mi corrono incontro chiedendomi una mano oppure un colpo di clacson. Li rendo felici e, come i piloti della Parigi Dakar nei metri finali, mi alzo in piedi agitando il guanto azzurro un pò sudaticcio. Qualcuno osa di più e mi chiede di impennare la moto. Mi piacerebbe se solo sapessi farlo ed in ogni caso la mia Africatwin con i cavalli che ha non si alza neanche a pregare. Raggiungo il campeggio, il sole sta calando. Mi cambio i pantaloni e vado al ristorante Etoile de Agadir. Mangio la Tajine più buona da quando sono in Marocco. E’ con le mandorle e le prugne, ho fame oggi, ho guidato tanto. Concludo la cena con un buon thè alla menta, è ben fatto, dolce, saporito e alla giusta temperatura. Esiste modo migliore per prepararsi ad una scomoda notte in tenda sperando in un sonno ristoratore? Continua a leggere

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Sidi Ifni

il mio camping ad Aglou

Ultima tappa direzione Sud, meta Sidi Ifni. Consigliano i locali di non andare oltre, in tutto il sud c’è un po’ di fermento e da Soleterre per vie ufficiose mi dicono che a El Ayun c’è il coprifuoco da una settimana e non fanno entrare nessuno. Dal paradiso dei fricchettoni verso l’ex colonia spagnola sono circa 200 km di noia mortale. Il paesaggio è piatto e davvero dice molto poco. Appaiono le serre e alcuni negozi sulla strada che vendono concimi e fertilizzanti. La strada diventa una e trafficata fino a Tiznit, tutti devono passare da qui. Due cose tengono il mio cervello in fermento per tutta la durata del tragitto, le zaffate di cipolla trasportate  dai camion che da qui vanno verso il  Nord e la mia moto che da ieri non va per niente. Scoppietta, singhiozza e non riesco ad andare a più di 80 chilometri orari. Va ma molto male, non dovrebbe lasciarmi a piedi ma mi fa perdere la gioia del viaggio, il desiderio di fermarmi per fotografare. Non so cosa fare, sono nella zona sbagliata, qui di moto ne sanno poco. Smanettano solo sui loro perfidi cinquantini di fattura cinese. E’ nelle zone desertiche dove la Parigi-Dakar passava fino a pochi anni fa che trovi meccanici coi fiocchi. Qui siamo lontani e l’idea che possano armeggiare sulla mia moto sapendone meno di me non mi alletta. Decido lo stesso di andare a sud, se tutto andrà male, termino lì il mio viaggio e provo a tornare a Nord verso Tangeri per imbarcare la mia Africatwin.

La moto peggiora chilometro dopo chilometro, quando il gps segna -60 a destinazione sono le cinque del pomeriggio. Sono ad Aglou, località di mare di turismo prettamente marocchino. Qui ormai di turisti c’è ne pochi, solamente camper con targhe francesi con a bordo coppie di una certa età. Passano il loro tempo in  veicoli super accessoriati all’interno dei camping concedendosi breve escursioni giornaliere. Ebbene sia, la moto mi costringe a questa non voluta Miami marocchina. Entrando mi accolgono 20 persone intente a giocare a bocce. Mi dirigo alla reception, 40 dirham al giorno, tutto compreso. Il campeggio è nuovo di pacca, i bagni ottimi, docce supercalde ed inoltre è disponibile il wifi che qui pronunciano “uifi”. Gli ospiti in ogni caso trattano tutto come se fosse casa loro. Questa sarà la mia officina, da qui dovrò ripartire con la moto funzionante, altrimenti il vitello grasso, che di sicuro si sgozzerà al mio ritorno a casa, avrà 14 giorni di vita in meno. Faccio una doccia eterna e mi attacco al “uifi” per comunicare ai ragazzi del forum quello che mi è successo e chiedere aiuto. Tutti sono gentilissimi, Gianfranco, Miky, Perez, captain america e molti altri, nel giro di poche ore arrivano mille consigli su come e cosa fare. Decido di andare a mangiare, orami sono al sicuro, circondato da persone che sento a pelle da domani mi prenderanno in simpatia pensando al fatto che potrei essere uno dei loro figli rimasti” a la maison”.

La tajine d’agnello è ottima e non è quindi quella la causa che non mi fa chiudere occhio tutta la notte. Penso alla moto, ai carburatori che non ho mai smontato e che molti mi dicono possano essere la causa. Si parla di membrana da cambiare. Ho letto tutto il manuale a casa prima di partire e l’ho portato in formato pdf qui con me nel mio computer. Sono 4 del mattino, la tenda è minuscola, accendo il piccolo portatile e faccio doppio clic su “Manuale officina Honda”. Il file si apre, è tempo di studiare. Da domani ci sono solo io a riparare il guasto, o lo faccio, o resto qui in questo paradiso della terza età a vita. All’alba sono già operativo, smonto i fianchetti e inizio l’operazione. Tolgo pezzi che a Milano avrei avuto solamente paura a toccare e inizio a prendere ancora più confidenza con la mia RD04. Passano due ore e già i primi curiosi sono intorno a me. I progressi sperati non arrivano ed in più sono costretto, per buona creanza, ad interagire in francese. Posizionarsi vicino al bagno la sera prima è stata un’ottima mossa per quanto riguarda la pulizia personale, pessima poiché al risveglio mattutino dopo solo 15 minuti, tutto il campeggio sa che c’è un giovane ragazzo italiano con la moto in panne. Passano pochi minuti e arriva Michel, parigino sui 70. Appassionato di moto ha un figlio che ha corso il rally di Tunisia.

Svita di qui, spurga di là, stringi di su ma cambia poco, la Tunisia è lontana da dove siamo noi ed in ogni caso è il figlio ad aver corso il Rally.

Passano proprio tutti oggi, curiosi o semplicemente persone sulla via della “purificazione corporale”.

La moto ha un guizzo di costanza, devo provarla, forse abbiamo risolto. Decido di andare a Sidi Ifni, 60 chilometri da qui. Lascio tutto in campeggi oe porto con me solo l’essenziale. Bello viaggiare leggeri dopo 2 settimane sembra quasi un miracolo. Passo alcune spiagge meravigliose come quella di Legzira e Mirleft. Bellissima la sua vecchia Kasbah distrutta in cima al monte.Raggiungo Sidi Ifni, scatto qualche foto. La città è piccolina e il centro storico minuscolo. Della dominazione spagnola rimangono una piazza carina e pulita e poche case ancora bianche e blu. Il tutto s ivisita foto comprese in 20 minuti. Ho raggiunto il mio Sud, ma la moto ancora non c’è. Mi ha illuso i primi 20 km, adesso spero di riuscire a tornare a casa. Faccio tutto in seconda, se solo metto la terza e do gas tutto muore. Le salite sono un’angoscia. Questi 60 chilometri di costa sono molto belli un sacco di stradine che partono e vanno verso il mare ma con la mia moto prego solo di arrivare alla mia nuova casa. Vado lento come una lumaca ma arrivo, pochi metri prima di entrare in campeggio ho un lampo. E se fosse la pompa della benzina? L’ho cambiata prima di partire però ne ho una di scorta, tentare non nuoce e poi in cuor mio sento che anche il vitello grasso me lo consiglia. Cambio la pompa, la moto rinasce a vita nuova! Gioia intorno a me, tra gli abitanti della piccola Miami. Sono le otto di sera. Questa sera decido di festeggiare con una cena da re. Faccio una doccia e mi dirigo all’unico ristorante sul lungo mare. Esco dal campeggio, il deserto intorno a me, percorro i pochi metri ma una triste sorpresa mi attende, il ristorante ha già chiuso. Alle otto di sera? Ripiego nel negozio di alimentari, trovo solo patatine e delle deliziose sardine in scatole. Da queste parti sono buonissime e costano pochissimo. Speravo in qualcosa di più ma la gioia è troppo grande e fa passare tutto in secondo piano. Ancora le stelle in tenda e ancora un pensiero a casa e alla gentilezza degli abitanti di questa cittadella della terza età. Non hanno sostituito casa, ma per poche ore ne hanno tenuto lontano il pensiero. Merci beaucoup! Continua a leggere

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Settat, soleterre

Bancarella sulla strada

Sono a Settat , una cittadina 70 km più a sud di Casablanca. Qui ha sede soleterre, la ONG grazie alla quale nei prossimi giorni avrò modo di conoscere il Marocco a cui pochi turisti possono accedere: quello delle donne e dei poveri. Valeria, la coordinatrice in loco è una ragazza siciliana, molto accogliente e simpatica. Arrivo a Settat nel tardo pomeriggio sono quasi le 16. Sono passate  5 ore da quando ho lasciato Asilah. Entrato in città mi accoglie il canto incomprensibile del muezzin dal minareto simile ad un allarme bomba dei film sulla seconda guerra mondiale. Qualche sms con il mio contatto in loco per individuare esattamente l’ubicazione del palazzo, e vedo apparire davanti a me un sorriso seguito da una gigantesca e bionda chioma riccia che poco ha di marocchino. “Piacere sono Valeria”. E’ gentile, accogliente e da subito disponibile. Tolgo le borse Tucanourbano dalla mia Africatwin, controllo i tasselli delle mie Mitas E09 per verificarne l’usura dopo i 500km di autostrada e metto catena e blocca disco. Andiamo al secondo piano del palazzo, mi presenta Mohammed e Aicha e poi mi lascia, “ho la fisioterapia, mi dispiace tanto, è per la mia spalla sinistra ci vediamo tra un’ora”.

Mi metto a mio agio, faccio una doccia e metto in carica tutta la mia attrezzatura elettronica. Preparò un buon caffè, l’ora è passata e Valeria ritorna con la sua spalla nuova di zecca. “ Sei un viaggiatore e di sicuro saprai che i miglior posti dove mangiare in Marocco sono le stazioni di servizio! Quella dove andiamo è piena di camionisti e puttane spero non sia un problema”. Valeria ha già capito che amo il Marocco vero e sono qui per questo. “Nessun problema, andiamo!”. Detto fatto, ed in meno di 10 minuti arriviamo al Mexico, una stazione di servizio all’ingresso di Settat. Scendiamo dalla macchina e davanti a me vedo subito un macellaio con delle bestie appese a dei ganci, un angolo con carboni e griglie e tajine a volontà. Sono affamato e pronto a deliziarmi al paradiso dei camionisti. Ordiniamo pollo allo spiedo, riso e salade marocaine. Mangiamo di gusto e per il solito thè alla menta, immancabile in terra marocchina, ci spostiamo al bar. Due comode poltroncine, un tavolo e un bel vassoio con teiera e bicchieri. Valeria è una ragazza molto intelligente e appassionata del proprio lavoro. E’ la sua vita e lo puoi vedere nei suoi occhi, nel modo in cui ti racconta del suo passato. Prima studente, tenta la fortuna a Londra iniziando come cameriera fino a raggiungere un buon posto e un buono stipendio in una nota azienda. Non è la sua vita, non è il suo sentiero. Entra in contatto con il mondo della cooperazione e sente il suo cuore battere forte, capisce che quella è la strada. Lascia tutto, torna nella sua Sicilia a Catania e da lì parte. Sceglie di seguire un master in cooperazione internazionale a Bologna. All’inizio Africa sub sahariana, Guinea Bissau, Angola, Tanzania. Poi il sud America in Perù, a Lima. Il sud America è meraviglioso ma si sente attratta dall’Africa, non riesce a dimenticarla. E’ il mal d’Africa, è dentro di lei. “Amo la vitalità di quei posti, sembra senza fine” “in Italia invece…” si emoziona pensando a Benigni a Sanremo, l’ha visto in televisione. “Davvero ha toccato le corde giuste, è un’artista vero di cui andare fieri”. Ha ragione e decido che non voglio incazzarmi, per una volta non voglio parlare male del torpore che noi italiani stiamo vivendo, il nostro essere addormentati, addomesticati come i serpenti di Djemaa el Fna a Marrakech. Si parla di donne, di velo, di islam e di “donne oggetto” occidentali che si identificano col proprio corpo convinte di essere più libere di donne nascoste da un velo in nome di Allah. “Ma perché  il Marocco se si ami l’Africa nera?” Si può davvero parlar di mal d’Africa e venire in Marocco? “Si” mi dice lei e non ha dubbi, “anche in Marocco c’è l’Africa, più di quanto si possa credere, bisogna solo cercarla”. E’ tardi ormai, il thè è finito, i camionisti se ne vanno e si spengono i carboni delle tajine. Alzo lo sguardo e davanti a me una madonna marocchina con vestiti multicolori allatta un bambino troppo grande per succhiare ancora da una tetta. Troverò anche io l’Africa nera? Continua a leggere

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