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Viaggiare in moto

Viaggiare in moto, che si prova? Andare in moto in solitaria come è stato? Il Marocco in moto, “woowwww” ma hai mai avuto paura? Queste sono alcune tra le domande che al mio ritorno si sono presentate con più insistenza. Ho deciso di buttare a caldo due emozioni, senza pensarci troppo. Ho percorso 4500 chilometri, da Nord a sud del paese, poi a Est e infine ancora a Nord. Mi sono sempre sentito libero, la moto mi ha dato questa sensazione. Per chi mi conosce sa che questo in Marocco è il primo giro in moto in solitaria, il primo motoviaggio e sa inoltre che ho comprato la mia prima moto seria (un’africatwin RD04) lo scorso agosto. Molta paura alla partenza, paura di tutto, di qualsiasi stupidata. Una ruota che si buca, una caduta per terra una semplice borsa che si rompe. Fai l’assicurazione ma sai che se succede qualcosa di grave chi chiamerà il numero di telefono? La fai perché così ti dicono, ma quando poi sei in viaggio… più ci pensi e più capisci che serve a molto poco. Se dovessi definire con una parola il mio stato d’animo alla partenza, sceglierei PAURA senza dubbio alcuno! Inizio a ripetere la poesia di Martha Medeiros, “lentamente muore”. Allora inizia il motoviaggio, si percorrono i primi chilometri, si lascia alle spalle il cartello Milano. Nuovi i nomi dei paesi che attraversi e sconosciuti quelli che raggiungerai.

La sensazione di guidare sentendo il vento sul tuo viso, percepire il diverso odore della terra che stai attraversando, il freddo e il caldo, l’odore dell’asfalto che si bagna, il suono di un motore bicilindrico che spinge sotto di te. Scegliere la strada da seguire preoccupandosi poco del manto stradale. Asfalto o pietre, terra battuta o fango fa poca differenza. Sei tu e la strada, tu e la meta da raggiungere. Viaggiare da soli è più rischioso e anche se non lo sai te ne accorgi dopo pochi chilometri, a partire da ogni scelta che compi. Ogni percorso che scegli di seguire, ogni posto dove dovrai lasciare la tua moto. Il gruppo, il branco, gli amici danno sicurezza, è inutile negarlo. Ma se viaggi in gruppo rimani col gruppo. Parli la lingua del gruppo, mangi quello che vuole il gruppo e molto probabilmente perderai tante occasioni di incontro. La meraviglia del viaggio in solitaria in moto sta proprio qui! Parli con le persone del posto ed è solo con loro o con stranieri che non hai mai incontrato prima che devi “attaccare discorso”. Quando hai voglia di parlare, scambiare due semplici parole, anche le più banali “bella giornata oggi, eh?”, puoi solo farlo con persone che non conosci. Puoi immaginare che meraviglia? All’inizio è dura ma poi incominci a sentirti protagonista del mondo, senti che sei vivo, che tante sono le cose stupide che ci spacciano per importanti, che siamo pazzi a comprare tutto quando è di niente che abbiamo bisogno, senti che la vita è qualcosa di meraviglioso, che le persone sono storie viventi, che chiunque ha da raccontarti ed insegnarti qualcosa. Questo richiede fatica certo, non è immediato e tanto meno scontato. E’ la fatica di uscire dal proprio guscio, di mettere in gioco le proprie sicurezze, ciò che a casa da un senso al nostro essere. In viaggio, da soli, in moto, tutto cambia, tu cambi. Parti, scopri, intuisci e se hai coraggio elabori uno o forse più sogni. Basta un attimo per dimenticare tutto al ritorno a casa, ecco perché il bisogno di scrivere, ecco il perché di questo blog. Continua a leggere

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Tagazhoute

Pointe Imessouane

Lascio Sidi Kaouki, è tempo di farlo. Dopo un giorno e mezzo il salone che accoglie la mia moto verde/blu è diventato il mio ufficio. Computer sempre acceso e macchina fotografica sul tavolo, ho creato il mio bagno da Arnold’s.

Il mattino è fresco, mi lascio alle spalle Toto Cutugno. Da quando in albergo e al ristorante hanno scoperto che sono italiano ogni occasione è buona per far partire dal cellulare di turno “Buongiorno Italia gli spaghetti al dente e un partigiano come presidente”. Mi merito di più! Il vento mi attende fuori dalla porta pronto ad accarezzare di nuovo il mio viso rosso sempre più simile a carta vetra.

Il viaggio scorre tranquillo fino a Cap Tafelney, 30 km di strada deserta e ben asfaltata che mi fanno provare la gioia delle pieghe con la mia Africatwin rd04. Sembra di essere su un circuito costruito apposta per me ed il mio motoviaggio, non incontro nessuno solo qualche pecora e la solita capretta che mi guarda come fossi un marziano su una astronavicella ultrasonica.

Cap Tafelney è un villaggio di pescatori, “400 abitanti contando le campagne vicine”,“solo tre famiglie vivono qui tutto l’anno” dice Abdel, il proprietario dell’unico ristorante. Durante l’estate arrivano fino a 400 macchine e per loro va bene. Dall’alto, prima di arrivare, vedo una scena che sa di arcaico, due cavalli trascinano fuori dall’acqua una barca a remi appena arrivata carica di pesci. Riesco a tirar fuori la macchina e scattare. Sogno di avvicinarmi a loro e fotografare lo sforzo dei cavalli in la sintonia con l’uomo. Salgo sulla moto, tempo di arrivare giù in paese e la magia è già terminata, ho fatto troppo tardi. Lascio Cap Tafelney sereno, 400 metri e vedo davanti a me due strade per Poine Imessouane: la strada asfaltata e la mitica “piste”. Non ho dubbi, è il giorno giusto e sono qui anche per questo.

La “piste”, il sentiero che tutti percorrevano fino a prima dell’arrivo dell’asfalto, la vecchia strada (a volte ancora battuta) su cui passavano le carovane che si muovevano da un paese all’altro. La mia sarà lunga 50 km. Ho percorso qualche sterrato in Italia prima di venire qui in Marocco e ho trascorso una giornata in una cava di sabbia nel pavese.

Ho dimenticato un piccolo particolare. Qui sono solo è la concentrazione si decuplica. Sai che non devi sbagliare, pensi che anche il più piccolo errore, che in gruppo a pochi km da casa diventa motivo di sorrisi e sfottò alla fine della giornata, qui può trasformarsi in qualcosa di assolutamente spiacevole. Non sai quando passerà e se passerà qualcuno, pensi a cosa fare se ti si dovesse rompere la moto a causa di una caduta. E mentre tutti questi pensieri assolutamente non produttivi durante la tua “piste” non riescono ad abbandonarti, devi scegliere dove mettere la tua ruota anteriore, la marcia da innestare, il gas da dare e dove buttare il peso. I primi 10km vanno via lisci, poi arrivano sassi sempre più grossi. Se prima trovavi della terra tra un sasso e l’altro adesso non più, per pochi metri i sassi sono più appuntiti e ancora non riesci a toglierti dalla testa se cadi lì ti farai male, ma non puoi frenare altrimenti è peggio. Devi accelerare così la moto non si impasta, se provi a fermarti ti ritrovi a reggere sul tuo piede che non sai se e dove si appoggerà, circa 250 chili tra moto e bagagli. Meglio non pensarci, meglio non pensare a chi hai a casa. Altri 12 km passano in questo modo. Mi fermo nel primo punto in piano, ho sudato come un pazzo, a causa anche di tutte le protezioni che indosso, la maglietta è attaccata alla mia pelle, bevo dell’acqua e sento le gambe tremare, le braccia senza forza. Mi fermo, parcheggio la moto, scendo e tiro un urlo in mezzo alla mia pista. Nessuno a sentirmi, nemmeno la capra di prima. Adesso va meglio. Non me ne sono reso conto, e passata un’ora. Quasi 25km in un’ora. Adesso capisco la gente che parla di 8 ore in moto per tappe da 150km. Ancora pochi km di fatica e la “piste” ritorna semplice, forse è ancora ad un livello alto, ma meno rispetto all’inferno di prima. Acquisto sicurezza e allora mi accorgo che sono circondato da un paesaggio meraviglioso. Dietro di me Tafelney è lontana, davanti vedo già Imessouane, una delle punte di questa scogliera che da qui in avanti diventa meravigliosa. L’acqua cambia colore, riscopre l’azzurro, lo smeraldo e il turchese, abbandona il marrone di Essaouira dove le onde, senza sosta, costringono il fondale a danze dispari.

Pointe Imessouane è bella ma piccola. In pochi minuti visito il centro minuscolo e scatto qualche foto alle barche blu messe ad asciugare. Tre pescatori allargano reti, mi avvicino, saluto e scatto una foto. Il gesto delle tre mani all’unisono dice inequivocabilmente che la mia presenza non è gradita. Mi guardo intorno, non c’è altro, il solito gatto sdraiato e annoiato a causa del caldo intenso. Avrei dovuto dormire qui secondo i miei programmi. E’ troppo presto e l’adrenalina che dopo la prima “piste”gira ancora nel mio corpo, mi fa tornare in mente “no plan is a good plan”.

Giro la chiave, accendo il gps, si punta al sud. Il viaggio è piacevole, per 100 km alla mia destra sono in compagna dell’oceano, a sinistra colline marroni impreziosite da piccoli ciuffi color verde. Passo il Cap Rhir col suo faro costruito nel 1926 dagli spagnoli, il primo dell’isola. Pochi km dopo vedo delle belle onde, alcune macchine impreziosite da tavole da surf sul tetto e capelli biondi al vento. Mi fermo per fare qualche foto, non lo so ancora ma sono entrato nella zona che fino ad Agadir è meta di surfisti e “fricchettoni”. Lo “spot”, il termine tecnico che i surfisti di tutto il mondo mutuano dall’inglese per indicare un posto, è davvero bello. Le onde sono lunghe ed enormi, nell’acqua solo due sagome rese nere dalle mute, indispensabili per le fredde acque atlantiche di questo periodo, attirano gli sguardi di tutti i presenti. “This is Boilers” mi dice Dragan, ragazzone serbo, “è uno dei 15 spot più belli del mondo per surfare”. Lui è qui con altri 3 amici, ha 20 anni, vogliono imparare il surf. Sono a Tagazhoute, un paesino a 20km da lì. Decido di andare a visitarlo. Mi bastano pochi metri nel paese per decidere di accelerare e abbandonare quel posto. E’ un covo per turisti. Al mio ingresso vedo 20 mani alzarsi, tutte tengono una chiave, immagino vogliano affittarmi qualche stanza. Lungo la via principale vedo pelli bianco porcellana rese rosa dal sole marocchino, quel colore che a qualsiasi latitudine del pianeta con qualunque tipo di crema protettiva è sempre uguale, inconfondibile, un segno che dice subito da dove vieni: Inghilterra! Metto la quarta giro l’acceleratore, schiaccio la frizione questa volta è la quinta ad ingranare, via più veloci del vento! Mi fermo in una spiaggetta, moto d’acqua, cammelli, cavalli e sempre quelle porcellane rosate, questa volta devo fermarmi sia anche solo per capire bene da cosa fuggire. Tolgo il casco e lo appendo al manubrio, uno sguardo veloce in giro, posso lasciare tutto lì. Mi dirigo sul lungo mare ad osservare lo spettacolo a cui non ero più abituato e della cui assenza mi ero ubriacato a Sidi Kaouki e Tafelney.

Vedo alla mia destra un paio di occhialoni azzurro pastello sbucare dalle tendine di un pullmino con targa inglese. Il viso è proprio simpatico, potrebbe valere il motivo della sosta. Così sarà, è Simon da Londra, ex agente disoccupato a causa della crisi economica ad indicarmi dove passare la notte. E’ qui da 4 mesi, gira il mondo da quasi 3 anni, da quando ha perso il lavoro. Ha investito i suoi soldi nell’acquisto di questo vecchio Ford un tempo adibito a mezzo delle polizia della City. Con la ragazza l’ha rimesso a posto, dentro il soffitto e la tappezzeria ricordano la copertina di un LP della peggior disco anni 70. Il suo sorriso è bianco e coinvolgente, “insegno surf e gestisco una scuola di surf del paese”, “lo faccio in giro tra Spagna, Francia e Marocco”. Sono quasi le 5 del pomeriggio e ha una lezione, è la sveglia appesa al muro a forma di colomba il suo reminder. Giusto in tempo per sconsigliarmi il campeggio del paese che costa circa 7 euro a notte, decisamente caro per il Marocco. Gli chiedo, mentre mette la cera sulla tavola, se non ci sia per caso un posto non autorizzato ma sicuro dove piantare la mia tendina. Mi indica una strada in fondo sulla destra, “prendila per un km, quando vedrai molti di camper sai che sei arrivato”.

Lo spazio adibito a parcheggio è pieno di Camper con provenienza francese e tedesca. Mi piacerebbe trovare un italiano a cui chiedere informazioni sul posto. Sul campeggio in Marocco si racconta di tutto, quindi meglio andare sul sicuro. Mi sollevo in piedi per guardare meglio le targhe dei camper, sono fortunato, un Ford transit gran soleil ne ha una a fondo nero con numeri bianchi, la riconosco subito, è una vecchia targa italiana. Giro intorno al cabinato come un avvoltoio , cerco di farmi notare, il camper è infatti chiuso e non vorrei che i proprietari fossero al mare aspettando, come in point break, l’onda perfetta. Ancora un giro, un colpo di clacson e la porta si apre. Pantaloncini corti a righe, senza maglietta, sorriso incorniciato da un barbetta bionda e cannetta nella mano sinistra, “piacere Guido” e mi porge la destra. Chiedo un po’ di informazioni, è gentile, mi offre dell’acqua e una sedia. “Puoi montare la tenda di fianco a noi e anche lasciare i bagagli dentro il camper”. Sono felice, finalmente non dovrò condividere i miei pochi cm di tenda con i bagagli, gli stivali puzzolenti e i vestiti pieni della fatica della mia prima “piste” in terra marocchina.  Quando si viaggia in questo modo e soli, una sedia e un “ciao” acquistano un valore difficilmente valutabile. Stacco la prima cinghia e da lontano un colpo di clacson attira la nostra attenzione. Pochi secondi e alzando il braccio destro in segno di saluto mi dice “eccoli i nostri amici”. Davanti a noi due furgoni camperizzati e a seguire, facendosi largo nella scia di polvere lasciata dai due Mercedes 507D, il mezzo di Luic, un camion Renault lungo 12 metri per 8 tonnellate di peso. Sono finito nel bel mezzo di un gruppo di hippy composto da 3 francesi, 2 spagnoli con bimba di 6 mesi, un canadese e 2 italiani. Al momento di montare la tenda Alessio, il compagno di viaggio di Dario, mi si avvicina “abbiamo un letto che non usiamo nel camper, perché non ti butti lì anziché montare la tenda?” La mia moto è circondata dai camper e coccolata dalle stelle questa notte, mi sento al sicuro. La lingua della carovana è chiaramente il francese. Lo capiamo tutti poco ma i francesi fingono sempre di saper parlar solo la loro lingua. Poco importa, il pensiero vola a casa e la mia testa sul cuscino, sogno ancora la mia “piste”. Continua a leggere

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Givi e Clover cattivi sponsor

Come scrivevo nel post precedente non tutti gli sponsor sono poi sempre all’altezza della situazione. Due su tutti. La GIVI che all’inizio si dimostra disponibile nel fornirmi le borse laterali trekker ed il bauletto trekker per il mio motoviaggio in Marocco, ma decide, appena scopre che posseggo una africatwin RD04, di non sponsorizzarmi più dicendo, ufficialmente, che non esistono gli attacchi monokey GIVI per il mio modello (peccato che li abbiano a catalogo online) ma la realtà (vengo a scoprire dopo) è solamente per un motivo di immagine. Non vogliono legare il loro prodotto nuovo e fico ad una moto vecchia come un’Africatwin. Che cosa? Ma allora tutti quelli che danno i soldi alla GIVI possessori di Africatwin acquistando i loro bauletti e le loro borse? Io avessi una RD04, RD03 oppure RD07 o RD07/a li tartasserei di mail pretendendo le loro scuse e poi manderei indietro i bauletti in segno di protesta. Altra marca è la Clover. Dopo avermi promesso la spedizione di un completo crossover WP e 3 paia di guanti spariscono. Si avete capito bene volatilizzati! Mi fanno perdere tempo chiedendo che mandi loro il codice del prodotto, colore , il modello e poi semplicemente non rispondono più alle mail. La Clover azienda seria? Quando capita questo si rimane fregati poichè, essendo corretti, uno non prende due completi da marche diverse. Però adesso a 5 giorni dalla mia partenza che faccio? Porterò la mia giacchetta Acerbis usatissima e i mie pantaloni AXO del 2005 compagni di avventure fangose in OFF.

Quindi occhi aperti, non sempre è tutto oro ciò che luccica!!!

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Alleggerire un’Africatwin

Un’Africatwin più leggera,  un’Africatwin più maneggevole, più guidabile con un peso inferiore. Chiunque non sia un’armadio e abbia una statura da italiano nella media (170/175cm)  avrà provato fatica a spostare, manovrare, rialzare o semplicemente parcheggiare la bicilindrica di casa Honda. Si può abbinare solidità, comfort e guidabilità ad una moto più agile? Far perdere un pò di peso alla moto non è così difficile. Qualcuno sostiene di aver tolto 30, 40, persino 50kg. Ma sarà possibile? Sarà vero? Personalmente ho avuto modo di toccare e vedere la meravigliose realizzazioni delle Officine Ferrari, un Africatwin con quasi 50kg in meno, e poi  l’Africatwin realizzata da GP Mucci e Futarace usata da Tequila. Certo bisogna vedere cosa la moto diventi, quale la sua autonomia nella percorrenza dei km, la capacità di affrontare un viaggio più lungo, la possibilità di trasportare un passeggero per esempio o più semplicemente le valigie laterali. Navigando sulla rete ho trovato molti blog interessanti, molte modifiche accattivanti ma mai nessuno ha pensato di dire quanto pesino i pezzi tolti. Questo cosa significa? Un bel niente, se infatti tolgo 5kg di marmitta per rimetterne 4,5kg non ho alleggerito di granchè la mia moto, ma sapere quanto pesano i pezzi di un’Africatwin? Quanto pesa il serbatoio? E quanto pesa la marmitta originale? E quanto pesano le carene o i fianchetti posteriori?

La pompa della benzina di un’Africatwin per esempio? Oltre a dare i soliti problemi di poca affidabilità ogni 50.000km, ed essere difficilmente raggiungibile nei modelli RD04 pesa… Ma abbiate pazienza sotto trovate la lista di alcuni pezzi ed il peso relativo! 🙂 Continua a leggere

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Marmitta nuova, io monto X-Racing!

Finalmente è arrivato il momento di cambiare la marmitta alla mia Africatwin! La sua originale pesa 6,5kg , decisamente troppo pesante. Il peso è eccessivo, al giorno d’oggi si trovano marmitte che pesano  2kg con prestazioni migliori e con design più moderni e avvincenti. Quale marmitta scegliere per la nostra moto? La scelta varia in base a molti fattori. Di sicuro quello economico è importante così come pure quello legale ( la nostra marmitta è omologata oppure no?) e per concludere, oltre ovviamente alle prestazioni, l’aspetto estetico. Io da pochi giorni guido con una marmitta x-racing, che mi è stata donata da Claudio, il fondatore di x-racing per il mio viaggio in Marocco. I ragazzi di futarace me l’hanno montata e da allora la mia moto è cambiata. Il suono è potente, pastoso persino col db killer inserito. Il suono prodotto non attira l’attenzione dei tutori dell’ordine. Mi è capitato più volte di stare in fila al semaforo con i vigili di fianco ma nessuna reazione da parte loro. Senza db killer il sound cambia, accelerare è un piacere e la moto va, va molto di più!!! Anche col db killer la moto risponde meglio alle accelerate e la sensazione è quella di avere qualcosa di più sul motore a livello di cavalli.

Chiunque voglia prestarmene una per provare le differenze si faccia avanti, aziende comprese!!! Ecco alcuni scatti della marmitta sulla mia Africatwin RD04 Continua a leggere

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