Merzouga

Merzouga, le dune di Sabbia, erg Chebbi questa è la mia meta. Per chiunque possegga un’Africatwin è la Mecca , bisogna andarci almeno una volta nella vita. Mi sveglio presto sono emozionato, la colazione è a base di thè alla menta, marmellata, dolci marocchini. È un miracolo che riesca ancora a stare in piedi, in venti minuti ho assorbito infatti la dose di zucchero che un essere umano necessita in un’intera settimana. Erfoud è un posto strategico poiché si trova a metà tra le oasi del fiume Ziz e Merzouga. Mi dirigo a Nord al mattino verso le oasi, il tempo è nuvoloso e nonostante il saccarosio il mio umore non è dei migliori. “Che schifo vedere e fotografare delle dune di sabbia col cielo grigio e la luce piatta” e Rachid, il proprietario dell’albergo, ci mette il carico da novanta, “è prevista pioggia più tardi”. Fingo di non aver sentito, finisco i miei dolcetti e il thè facendo così la gioia del mio dentista a Milano.

Il fiume Ziz è ricco d’acqua e grande, andando verso Er Rachidia le oasi si trovano tutte sulla sinistra della strada, è davvero un peccato, l’unica strada che passa in mezzo ai paesini è bloccata causa lavori. “Non ci passano neanche i muli” mi dicono Abdu e Kamal, noi abitiamo lì. Sono sulla strada e aspettano un grand taxi. “Quando arriva?” chiedo ingenuo, “boh, appena arriva noi però siamo qui”. Non fa una piega e penso alla grande differenza che il tempo assume da noi ed in Africa. Mentre mi rispondono li osservo attentamente e mi accorgo che hanno lo stesso sorriso e gli stessi occhi. “Quanti anni avete?”, “trentadue e ventiquattro” mi dice il più grande, “siete fratelli?”, no “padre e figlio”. Faccio un rapido calcolo, la differenza è otto. Abdu ha avuto Kamal quando aveva otto anni, devo aver capito male e chiedo conferma, “yes, He is my father” mi dice Kamal sorridendo e passando ad un inglese striminzito. Chiaro che mi stanno prendendo in giro, loro devono passare il tempo in attesa del taxi, ringrazio e me ne vado. Credo poco a questa coppia di clown improvvisati e penso che la strada non sia chiusa, seguo il mio istinto e decido di prenderla. Percorro 400 metri e mi ritrovo nel mezzo di un villaggetto che mi riporta indietro di cento anni, dove tutti mi guardano come fossi un extraterrestre e dove naturalmente nessuno parla francese. Dopo tentativi vari mi sembra di capire che l’uomo con più denti tra i presenti mi dica di andare a destra. Vado, 40 metri e la strada è chiusa da una casa e un asino che legato con una zampa ad un sasso mangia dell’erba verde. Manovre miracolose per girare l’animale da duecentocinquanta chili che mi accompagna fedele da tre settimane ormai, ritorno nella piazzetta. Provo a richiedere, non ci capiamo prendo la strada più larga questa volta ma la scelta è sbagliata, cento metri e una montagna di sassi la blocca. Rimane la terza, questa volta non chiedo neanche, la seguo, è bella, passa sopra un ponticello, tra due case di terra, accarezza delle palme e inizia a stringersi. Si stringe ancora e dopo pochi metri ancora di più. Adesso ci passa solo la moto e forse due persone. Ancora un pò e davanti a me un bel canale pieno d’acqua, quello che le donne usano per lavare i panni. Forse papà e figlio avevano ragione? Forse davvero Abdu ad otto anni, mentre io giocavo col commodore 64, ha provato “l’estasi suprema che è propria dell’idillio dell’amore?”. Non lo saprò mai e mentre penso tutto questo arrivano i bambini del villaggio. L’evento deve essere speciale ai loro occhi, non capita d’altronde tutti i giorni di vedere un cretino vestito da astronauta nel fondo della stradina del bucato. Naturalmente la mia sudorazione aumenta al solo pensiero di dover girare la moto per tornare indietro, loro iniziano a ridere come pazzi. Non mi aiutano, mi guardano muovere la moto, lo show immagino sia tutto lì. Si divertono e forse hanno ragione, io l’uomo supertecnologico, arrivato dal paese dei nababbi, con tutina e zaino da capitan Harlock incastrato in un vicoletto che per loro altro non è che la strada della lavanderia. Tutto sarebbe fantastico se all’improvviso un bambino non lanciasse la geniale idea di pronunciare le due parole mitiche “donnez-moi”. Ho appena iniziato le mie manovre teso a non fare ribaltare la moto quando tutti i bambini iniziano la cantilena. Per un attimo immagino cosa possa essere l’inferno. Riesco ad uscirne, riprendo la strada maestra. Le oasi dello Ziz le vedo così, un po’ dall’alto e un po’ dalla strada. Parcheggio la moto, vado a piedi provo a fare qualche foto ma è una pessima idea, attiro tutti come il miele con le api. Me ne vado, osservo un po’ da lontano questo spettacolo immenso e stupefacente e punto a Sud verso Merzouga. Sessanta chilometri circa e raggiungo Rissani, bel paese con una porta meravigliosa e un circuito, da non perdere assolutamente, di tante piccole kasbah ancora abitate. C’è una strada che le attraversa tutte, sono molto povere e sporche, entrarci senza una guida è impensabile. Io naturalmente ci provo, ma vengo subito “accerchiato” da bambini. Mi corrono incontro da un improvvisato campo di calcio chi correndo, chi con la bici sollevando un polverone simile ad una tempesta di sabbia. Riesco a scattare d’istinto alcune foto. Si avvicina un ragazzotto di 15 anni che mi chiede subito cinquanta dirham! Cosa? Cinquanta dirham? Di solito ne vogliono uno, l’equivalente di 9 centesimi di euro. Questa volta ben quattro euro e mezzo?  Capisco, vedrò le kasbah solo da fuori questa volta. Hanno tutte la caratteristica di avere la porta d’ingresso sempre coloratissima, il resto è invece color fango impreziosito da sacchetti di plastica dalle mille tonalità portati lì dal vento del deserto. Proseguo, ancora quaranta chilometri e arrivo a Merzouga. Lungo la strada vedo avvicinarsi chilometro dopo chilometro la montagna di sabbia, è spettacolare. Sono fortunato poiché non ci sono turisti, percorro quindi tutta la strada in assoluta solitudine. Non incrocio una macchina. A pochi chilometri dal paesino una sfilza di cartelli pubblicitari distrugge come per magia il paesaggio. Sono le varie maison d’hotes o auberge che con i loro cartelloni danno all’ingresso del paesino un’aria un po’ Las Vegas. Le dune sono bellissime e con qualche minuto di sole, che il buon Dio mi regala, assumono una colorazione spettacolare. Scatto qualche foto e poi mi avventuro al loro interno. La sensazione è avvolgente, il silenzio, il mare di sabbia e davvero l’infinito. Mi butto per terra, la mia schiena sulla sabbia e il mio viso verso il cielo. Ho raggiunto Merzouga, l’erg Chebbi!

Ritorno alla moto e vedo, spuntato dal nulla, un ambulante che proprio a 3 metri dalla mia rd04 sta allestendo una micro bancarella. Mi guardo intorno e ci sono solo io, realizzo in pochi secondi di essere il fortunato destinatario di tutta l’operazione. Blocco subito tutto il suo lavoro dicendogli che non comprerò nulla, lui si rattrista un po’, ho ancora del tempo però e quindi scambio due chiacchiere. Gli faccio una foto e me ne faccio fare una in sella alla bicilindrica di casa Honda. Prometto di spedirgli la sua appena sarò a Milano rendendolo così felice. Chiama i suoi amici e iniziamo a parlare un po’ di Merzouga e dei problemi che nonostante tutto l’affliggono. Ci salutiamo, strette di mano e mi dirigo verso il mio alberghetto ad Erfoud. Dopo 20 minuti di strada non posso credere a ciò che vedo davanti a me. Un gruppo di poche persone cammina zaino in spalla. Inchiodo mi presento e subito inizio a fare domande. Scopro che sono giapponesi e arrivano da Tokyo. Sono in viaggio in Marocco da due settimane e hanno deciso di coprire la distanza Merzouga-Rissani (quaranta chilometri) a piedi. Passeranno la notte nel deserto probabilmente, si trovano infatti a venti chilometri circa dalla meta ed il tramonto, pallido e anonimo, è quasi al termine. Chissà se sanno della tragedia che ha avvolto il loro paese meraviglioso. Sono felici, ridono tra loro e sembrano sereni. Preferisco non dire nulla ma augurar loro semplicemente buon viaggio. Faccio un po’ di foto e loro, per non tradire la provenienza, in dieci secondi tirano fuori tutti una compattina e iniziano a fotografare questo italiano vestito di blu. Foto di gruppo con saluto giapponese e vedo l’erg Chebbi scomparire nel mio specchietto retrovisore sinistro. Adesso può iniziare il ritorno verso casa. Continua a leggere

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Marocco,cammello

La vedete questa foto? E’ la causa di quello che mi è successo qualche giorno fa. Adesso posso raccontarlo ho avuto tempo di interiorizzare. Non l’ho detto subito, non sapevo se scriverlo, molti di quelli che mi leggono avrebbero potuto preoccuparsi. Sono cose normali, in viaggio capitano, a volte finiscono peggio, hamdulilla, a me è andata bene. Sono su una di quelle strade lunghe chilometri con intorno hammada e di cui scrivevo giorni fa. Tengo il manubrio con entrambe le mani, è bello sentire il vento, il sole e il rumore del motore sotto, in mezzo alle mie gambe. I pensieri in quelle occasioni vanno di pari passo con ciò che hai attorno, sono liberi di muoversi e non hanno i vincoli. Non è come in città in cui tutto è stretto, limitato, qui senti che anche con la tua mente puoi osare, puoi andare oltre. Mentre come “the dude” sono sul mio tappeto su due ruote vedo davanti a me, come un miraggio, un cammello in mezzo alla strada. Come nei cartoni animati  strizzo i miei occhi per verificare che sia tutto vero. E’ proprio così, quella bestia enorme è semplicemente fra me e la continuazione del mio viaggio. Fantastico, finalmente succede qualcosa! Decelero, non vorrei che il cammello si spostasse. E’ perfettamente centrato, se avessi dovuto posizionarlo io non avrei potuto fare di meglio. Il cammello si gira, mi ha sentito, per quanto faccia piano con la moto ha già abbandonato la posizione perfetta che aveva. “Peccato” mi dico, si dirige sul fianco e poi si butta sulla sabbia a sinistra. Inizia a mangiare e ogni tanto mi guarda, ipnotico lo osservo, non ho mai visto da vicino un cammello vero, uno di quelli che non hanno corde, guinzagli, seggiolini per turisti sopra, tappeti e quant’altro. Siamo soli, io, lui e l’hammada, continuo a guardarlo, lui mangia, alza la testa e mi osserva e poi ripete il tutto. Tiro fuori la macchina fotografica, scatto la foto che vedete, è l’unica! All’improvviso da dietro sento una voce e vedo una persona corrermi incontro. È ancora abbastanza lontana, sembra una ragazza. Tipico vestito da pastore che tante volte ho visto in questi giorni, Djellaba, turbante in testa e bastone in mano. Arriva e si ferma davanti a me. Improvvisamente ho la sensazione più brutta che si possa sentire, capisco che se me ne vado in fretta faccio solo bene. Non so spiegarlo, lo sento. Incomincio a mettere via la macchina fotografica e la ragazza, un po’ più bassa di me con un viso non gradevole e una brutta cicatrice sulla guancia destra, mi dice che vuole qualcosa. Non riesco a capire perché, che cosa, da dove sia sbucata fuori. “Cazzo, fino a 10 secondi prima eravamo solo io il cammello e l’hammada!” In ogni caso sento tra tutto quello che dice, e di cui non capisco niente, la parola “argent”. Ci risiamo, “Je n’ai pas d’argent sur moi” le dico, ma immagino risultare poco credibile visto la moto che ho e la macchina fotografica che mi ha appena visto riposizionare nella custodia.

Regalandole un sorriso le dico che non ho soldi, giro la chiave nella toppa e accendo la moto. In quel momento capendo che me ne sto per andare via alza il bastone in alto. Dal suo viso e dal linguaggio non verbale intuisco che se non le do qualcosa mi tirerà una bastonata. Non ho il tempo di fare nulla, vedo il bastone abbassarsi su di me. Fortunatamente la ragazza, che nel frattempo ha alzato il tono della voce, sbaglia mira e tira una botta impressionante sulla mia moto che al volo si spegne. Lei inizia a correre via, io sono paralizzato e sento un brivido freddo corrermi giù per la schiena. Provo a riaccendere la moto ma non parte, lei continua ad allontanarsi. La moto non va, non ricordo neanche più cosa faccio, tocco qualche tasto, tiro una leva forse e la moto si accende, mi sento al sicuro adesso. Vedo che la mia freccia sinistra è rotta e il mio specchietto retrovisore spaccato. Lei ferma dietro una duna mi guarda, io adesso non mi muovo, la invito con la mano a venire indietro, ho una voglia irrefrenabile di darle una manica di mazzate per quello che ha fatto alla mia moto e per la paura che mi ha messo addosso. Mi guarda, sarà distante 40 metri. Alzo ancora il braccio e muovo la mano con gesto chiaro invitandola a ritornare. Non la vedo più, sparisce dietro la duna. “Ma vaffanculo” e ingrano la prima, ormai l’adrenalina incomincia ad andarsene via. Mentre la moto si muove e giro la mia testa verso il povero cammello sulla sinistra che ha assistito a tutta la scena e mi guarda, sento delle voci giungere da destra. Mi volto di scatto, dalla duna sbucano due ragazzi, maschi questa volta. Non ci penso neanche un secondo, ingrano tutte le marce che ho, faccio il record di accelerazione per un’Africatwin. Lascio sul campo una freccia anteriore e uno specchietto retrovisore originale Honda. Questa foto non è il massimo lo so, ma è l’unica che ho fatto quella mattina e si porta dietro una bella storia che adesso conoscete anche voi. Continua a leggere

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La valle del Draa, “donnez-moi” valley

Sono ad Erfoud, pochi km da Merzouga. Non distante da me l’erg Chebbi, le dune di sabbia più alte del Marocco. L’Algeria è molto vicina e prima della guerra civile, il confine tracciato nella sabbia su una duna nel Sahara, era attraversabile, oggi non più. Ho trascorso gli ultimi due giorni macinando chilometri su chilometri. Ieri ho riposato, non ho scattato nemmeno una foto, ho deciso di viaggiare solamente. Acceleratore, frizione e sosta alle pompe di benzina, niente più. Il vento in faccia come unico compagno. Sono stato fortunato, ho preso il mio “day-off” lungo il tratto più noioso dal punto di vista fotografico che abbia finora attraversato. Strada asfaltata, l’unica percorribile, da Trafaoute ad Igherm. Piccola sosta nel centro del paesino, acquisto pesce fritto e pane, lo mangio di gusto. Il pesce è gustoso e fresco, morbido tra i denti. Il pane ancora caldo è ciò di cui ho più bisogno. Ho freddo addosso, ho viaggiato per più di 90 km tra i 1700 e i 1900 metri di altitudine, è l’anti Atlante. Ho sottovalutato la montagna alla partenza e non indosso l’attrezzatura adatta. I chilometri non terminano mai su quelle curve con gradazioni impensabili. Sono le 11.30, divoro il mio pranzo sotto gli occhi dei passanti, regalo le lische ai molti gatti randagi che miagolano sotto i miei piedi. Questa volta vesto tutto il materiale che tucanourbano mi ha fornito, i guanti, i pantaloni antivento e la maglia. Compiono il loro mestiere a meraviglia, non ho più freddo e fino a Taliouine osservo il paesaggio che negli ultimi 30 km preavvisa ciò che mi aspetterà per i successivi 700 chilometri. Una strada con intorno hammada, il deserto marocchino, fatto di pietre e non sabbia come molti credono. Al di là delle dune di erg Chebbi e di Mhamid la sabbia è solo nella fantasia del turista. Raggiungo Taliouine, non merita una visita, mi fermo al primo distributore, faccio il pieno come sempre e sono di nuovo in marcia. La meta è Tazenakht, la raggiungo due ore prima del tramonto, decido di fermarmi all’hotel Zanaga. Costa poco, non chiede tanto e da ancora meno. Dopo tre giorni di campeggio desidero solo un letto comodo. Tratto e ottengo un buon prezzo comprensivo di doccia calda. In Marocco la doccia calda la paghi a parte perché spesso i boiler vanno a legna. Senza ospiti non mettono legna. Se dici di si devi attendere un po’, il tempo che la legna si accenda e scaldi il mega boiler. Aspetto, prendo la mia rivincita trasformando la doccia calda nell’hammam personale. Trenta minuti sotto il getto caldo, il caldo della legna, anche attraverso l’acqua puoi sentire la differenza. Recupero il mio guanto per il gommage che avevo in borsa dai tempi di Settat. Faccio uno scrubbing deciso, la mia pelle rinasce. Il mattino seguente mi sveglio presto, ho dormito 10 ore e ho voglia di vedere la sabbia. Mi concedo una pausa attraversando la valle del Draa, da Agdz (che si pronuncia Agadez) verso Zagora. La strada è asfaltata adesso, da entrambi i lati vecchie Kasbah ormai in rovina. Risalgono al XVII secolo, erano abitate dalle varie tribù della vallata. E’ un trionfo di palme, verde e mattoni di terra. Poco prima di Agdz mi fermo in un’oasi. Uso l’espressione oasi da quando ho più o meno l’età per parlare ma non ne ho mai vista una. Mi basta entrarci, attraverso uno sterrato dove passano solo i muli e i residenti per scoprire un nuovo mondo. Attorno c’è l’hammada, il nulla, rocce e tanto sole. Qui è il paradiso, fresco, verde e uccellini che cinguettano. Sembra di essere ad Hide park in primavera. Pochi metri fuori l’inferno, qui la pace. Donne piegate sul terreno raccolgono, seminano e innaffiano mentre intorno il rumore dell’acqua  nei canali è il simile al canto delle sirene di Ulisse. Chiudo gli occhi e immagino il valore che questi angoli avessero nel passato, quando con i cammelli per percorrere pochi chilometri occorrevano giorni. Il perché delle lotte per accaparrarseli e la tenacia di chi difendeva il proprio paradiso in terra con la vita. Apro gli occhi, immergo la mia mano nell’acqua fresca e trasparente del canale, devo riprendere il mio viaggio. La valle del Draa è meravigliosa, ti riporta indietro nel tempo. Le persone qui vivono allo stesso modo da 400 anni fa, non vedi troppe differenze. E’ facile immaginare come fosse qui secoli fa. Togli l’asfalto e qualche bicicletta mezza distrutta ed il gioco è fatto. I muli sono l’unico mezzo di trasporto, le donne velate si nascondono ad ogni occasione. Ceste stracolme di foraggio vengono trasportate sulle teste. Sono il cibo per gli animali che qui hanno poco da pascolare. Si vede che qui i turisti (e non i viaggiatori) hanno rovinato tutto. I bambini non sono normali. A qualsiasi età si nascondono dalla macchina fotografica, spariscono, corrono. Tu la metti via e loro arrivano. Non ti salutano neanche incominciano a pronunciare le due parole che potrebbero dare il nome alla valle:”donnez-moi”. Sentirò “donnez-moi” minimo 100 volte, il numero dei bambini che incontrerò. Donnez-moi bon bon” “donnez-moi stilo” “donnez-moi argent”. Solo questo sanno dire i bimbi niente di più. E’ così in tutto il Draa, ad Agdz, a Tamnougalt, a Timiderte, Tinzouline. Kasbah meravigliose rovinate dalla presenza di bimbi “donnez-moi”insistenti come api sul miele e guide che ti vedono da lontano e non ti mollano più. Dopo la prima kasbah, quella meravigliosa di Tamnougalt, non ne posso più. Sono davvero infastidito, non riesco a fotografare, mi seguono, mi sono addosso, mi chiedono e vogliono sempre vendermi qualcosa. Ovunque punto la macchina me li trovo davanti. Faccio brutte foto, voglio evitare la solita foto della Kasbah con il mulo in primo piano, ma è già tanto se non impazzisco. Come faccio a fare una foto con 10 persone intorno e il loro coro “Italiano?” “Espanol?” “Francais?” Deutsch?”, “donnez-moi stilo!”,”donnez-moi argent!”. Non do la colpa a loro, sono solo le vittime, ma a tutti quei turisti che non sanno viaggiare, che vogliono spaghetti ovunque vanno nel mondo, bagni profumati e hammam decorati con marmo di Carrara e vetro di Murano. Arrivano qui vestiti di tutto punto e mossi a pietà da due poveri occhietti incominciano a dare penne, dolcetti o soldi”. Quando si viaggia non si da nulla di materiale, si regala il tempo, non si corre come a casa nostra, si ascolta, si seguono i tempi dei locali, si parla con le persone, si cerca di capire condividendo. Se non vi piace mangiare e correre il rischio della dissenteria, dormire in lenzuola che di bianco non hanno nulla o aspettare un taxi che dovrete dividere con altre sette persone statevene a casa! Voi forse vi annoierete, il mondo vi ringrazierà!

Prima di uscire e percorrere i rimanenti 170 chilometri di nulla, mi fermo da Abdu Ramin. Vende datteri sulla strada, è uno tra i tanti venditori del frutto della palma che nella zona sono la principale fonte di sostentamento. Quasi tutti si buttano letteralmente sotto le macchine pur di attirare l’attenzione. Ne trovi uno ogni 200 metri. Abdu mi colpisce perché è seduto. Non si agita, non si mette in mezzo a tutti i costi. E’ un’eccezione nella giornata di oggi, mi viene naturale fermarmi solamente per dirgli che mi piace come fa. Quinta, quarta, terza, seconda e accosto. Spengo la moto. Abdu mi viene incontro mi stringe la mano “salam aleknum” “alekum salam”. Gli indico le scatole che ha lasciato sul banchetto, trattiamo, parliamo, compro. Spunto un prezzo buono, 20 dirham per mezzo chilo, pago i miei datteri e gliene offro uno. Rimane stupito, lo accetta, ne prendo uno anche io e mangiamo insieme. Non parla francese, la nostra comunicazione è tutta in quel masticare il frutto secco e dolce e nelle nostre mani che si stringono per salutarsi. La “donnez-moi” valley è alle mie spalle ormai. Giro il mio acceleratore passo per k’nob, Tazarine, Alnif e infine Rissani. Leggo la mia guida vicino ad una pattuglia della Gendarmerie Royale, evito così che si avvicinino finte guide locali. Saluto i poliziotti e riparto, non dormirò nella super turistica Merzouga, punto ad Erfoud, la città che prima della strada asfaltata per l’erg Chebbi era il punto strategico di partenza per l’escursioni nel deserto. Trovo un alberghetto super economico, tratto con Rachid il prezzo. 150 dirham per due notti con colazione compresa, doccia calda e parcheggio della moto nel garage adiacente. Sto diventando un ottimo mercante. L’hotel Merzouga sarà il mio letto e la mia doccia nei prossimi due giorni. Continua a leggere

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Tafraoute

La Valle dell’Almen. Ho pensato a lungo se venire qui indeciso sin dalla mia progettazione del viaggio a Milano. Avrei preferito evitare questa tappa per dirigermi subito verso il sud del Draa e dell’erg Chebbi in seguito. Se l’avessi fatto avrei commesso la stupidata più grossa di tutto il mio viaggio. Tafraoute è il paesino più famoso di tutta la vallata che senza ombra di dubbio è già motivo sufficiente per un viaggio in Marocco. Attorno a Tafraoute arroccati tra le montagne sorgono circa 26 paesini, alcuni interessanti altri meno. La cosa che ti colpisce da subito è il fatto che anche nel paesino più sperduto trovi sempre case troppo belle rispetto al tenore di vita del posto. Mi chiedo da subito come mai. E’ il proprietario del camping dove passo la notte, il camping Tazka, a risolvermi il dubbio. “ Qui tutti gli uomini emigrano, vanno in Francia oppure a lavorare in altri paesi del Marocco, soprattutto nel settore agricolo. Tornano qui da pensionati e con i soldi che hanno messo via si costruiscono case in stile europeo dove passare il resto dei loro giorni”. Si avete capito bene, non stanno qui per venti oppure trenta anni. Mi dice che così funziona, stanno tutti bene, nessuno si lamenta e non c’è motivo di cambiare le cose. Se lo dice lui… Io immediatamente penso alla mia ragazza che dopo soli 14 giorni in terra marocchina incomincia a richiedere la mia presenza. Finalmente mi spiego perchè non ci siano uomini in giro ma solo bambini e donne, tutte rigorosamente coperte di nero. Veli enormi che lasciano fuori solo gli occhi. Al mio saluto non rispondono e se solo fermo la moto ( la macchina è ancora riposta nella sacca) tirano il velo il più possibile e si voltano mostrandomi la loro nuca. Messaggio chiaro, non occorre avere studiato il berbero per capire cosa significhi. Ad ogni modo non sono i paesi con le loro case in stile Disneyworld, sempre con tonalità dal rosso porpora all’ocra, il vero motivo del motoviaggio, è la vallata con i suoi panorami mozzafiato a meritare la visita. Percorro circa 70 chilometri di strada anonima da quando lascio Aglou, ripasso da una Tiznit ancora sonnolenta ed è solo quando appare il cartello che indica 22 chilometri a Tafraoute che la magia inizia. Parcheggio subito la mia africatwin a bordo strada e tiro fuori la mia macchina fotografica. Faccio una panoramica e riparto. Curva successiva stessa scena. Vado avanti così fino a Tafraoute. Impiego circa un’ora per percorre quei 22 chilometri. L’aria è fresca e attorno solo il rumore del vento e di qualche uccellino. Non trovo un turista. A fine giornata di ritorno al campeggio avrò contato 8 macchine, due camper, 3 bici e qualche asino. Da quando sono partito ho visto pochissimi turisti. A parte i camper nelle aree attrezzate il Marocco è deserto, ogni tappa che compio sembra io stia svolgendo una gara a cronometro.

Decido che non posso fermarmi ad ogni curva e così riesco a raggiunger il famoso Chapeau Napoleon e le rocher peints del belga Jean Veràme. Avevo molti dubbi a proposito di quest’opera di Land art, sono sempre scettico sulla materia, l’idea di rovinare in modo perpetuo la natura intervendo in modo così aggressivo. Inoltre dalle foto che ho visto a casa qui le rocce sono dipinte di blu  rosa. Percorro un chilometro circa di strada sterrata e loro sono davanti a me dispersi nella valle. Mi devo ricredere, il paesaggio è incredibile, le enormi rocce levigate dalla natura con le loro nuove tinte accese, conferiscono un area quasi surreale al posto. Non trovo una guida cartacea della zona in paese e così mi avventuro per la vallata dopo aver lasciato tutto in campeggio. Dopo pochi km non so bene dove mi trovi. Vedo arrivare una Pegeout bianca e alzo il mio braccio. Si ferma Mohammed, è gentile, mi regala un sorriso e mi dice che a 3 km troverò un bivio, “tieni la sinistra per andare ad Ait-Mansour“. E’ il paesino più interessante all’interno delle gole interamente circondato da palme e con tanta acqua nei mesi invernali. Ringrazio, metto il casco ma vedo che Mohammed non si muove. Questa volta è lui ad alzare il braccio. La sua macchina non va. Tira fuori una chiave e cambia due candele. “Ho troppo Olio nel motore e si sporcano subito”. Apre il cofano, osservo quel motore e mi chiedo come la macchina possa semplicemente pensare di muoversi. Cambia le sue candele con due ancora più vecchie e più sporche. Lui ci crede, gli capita spesso mi fa capire, ci è abituato. Le mani nere come quelle di un meccanico vengono pulite sui pantaloni senza troppi complimenti. Mi chiede una piccola spinta. Gliela do, se d’altronde non si fosse fermato per rispondere alla mia domanda non avrebbe avuto questo problema. Chiave girata, seconda ingranata spingiamo entrambi, lui dall’abitacolo io da dietro. Pochi metri lascia la frizione e la Pegeout 504 riparte e si allontana. Una mano sbuca dal finestrino e si agita, immagino sia il suo grazie. Raggiungo le gole e mi attende un piccolo pezzo in sterrato semplice. Pochi chilometri e mi ricollego alla strada asfaltata. Percorro tutto l’altro lato della vallata, asini, ancora donne e bambini che ad ogni mio passaggio mi corrono incontro chiedendomi una mano oppure un colpo di clacson. Li rendo felici e, come i piloti della Parigi Dakar nei metri finali, mi alzo in piedi agitando il guanto azzurro un pò sudaticcio. Qualcuno osa di più e mi chiede di impennare la moto. Mi piacerebbe se solo sapessi farlo ed in ogni caso la mia Africatwin con i cavalli che ha non si alza neanche a pregare. Raggiungo il campeggio, il sole sta calando. Mi cambio i pantaloni e vado al ristorante Etoile de Agadir. Mangio la Tajine più buona da quando sono in Marocco. E’ con le mandorle e le prugne, ho fame oggi, ho guidato tanto. Concludo la cena con un buon thè alla menta, è ben fatto, dolce, saporito e alla giusta temperatura. Esiste modo migliore per prepararsi ad una scomoda notte in tenda sperando in un sonno ristoratore? Continua a leggere

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Sidi Ifni

il mio camping ad Aglou

Ultima tappa direzione Sud, meta Sidi Ifni. Consigliano i locali di non andare oltre, in tutto il sud c’è un po’ di fermento e da Soleterre per vie ufficiose mi dicono che a El Ayun c’è il coprifuoco da una settimana e non fanno entrare nessuno. Dal paradiso dei fricchettoni verso l’ex colonia spagnola sono circa 200 km di noia mortale. Il paesaggio è piatto e davvero dice molto poco. Appaiono le serre e alcuni negozi sulla strada che vendono concimi e fertilizzanti. La strada diventa una e trafficata fino a Tiznit, tutti devono passare da qui. Due cose tengono il mio cervello in fermento per tutta la durata del tragitto, le zaffate di cipolla trasportate  dai camion che da qui vanno verso il  Nord e la mia moto che da ieri non va per niente. Scoppietta, singhiozza e non riesco ad andare a più di 80 chilometri orari. Va ma molto male, non dovrebbe lasciarmi a piedi ma mi fa perdere la gioia del viaggio, il desiderio di fermarmi per fotografare. Non so cosa fare, sono nella zona sbagliata, qui di moto ne sanno poco. Smanettano solo sui loro perfidi cinquantini di fattura cinese. E’ nelle zone desertiche dove la Parigi-Dakar passava fino a pochi anni fa che trovi meccanici coi fiocchi. Qui siamo lontani e l’idea che possano armeggiare sulla mia moto sapendone meno di me non mi alletta. Decido lo stesso di andare a sud, se tutto andrà male, termino lì il mio viaggio e provo a tornare a Nord verso Tangeri per imbarcare la mia Africatwin.

La moto peggiora chilometro dopo chilometro, quando il gps segna -60 a destinazione sono le cinque del pomeriggio. Sono ad Aglou, località di mare di turismo prettamente marocchino. Qui ormai di turisti c’è ne pochi, solamente camper con targhe francesi con a bordo coppie di una certa età. Passano il loro tempo in  veicoli super accessoriati all’interno dei camping concedendosi breve escursioni giornaliere. Ebbene sia, la moto mi costringe a questa non voluta Miami marocchina. Entrando mi accolgono 20 persone intente a giocare a bocce. Mi dirigo alla reception, 40 dirham al giorno, tutto compreso. Il campeggio è nuovo di pacca, i bagni ottimi, docce supercalde ed inoltre è disponibile il wifi che qui pronunciano “uifi”. Gli ospiti in ogni caso trattano tutto come se fosse casa loro. Questa sarà la mia officina, da qui dovrò ripartire con la moto funzionante, altrimenti il vitello grasso, che di sicuro si sgozzerà al mio ritorno a casa, avrà 14 giorni di vita in meno. Faccio una doccia eterna e mi attacco al “uifi” per comunicare ai ragazzi del forum quello che mi è successo e chiedere aiuto. Tutti sono gentilissimi, Gianfranco, Miky, Perez, captain america e molti altri, nel giro di poche ore arrivano mille consigli su come e cosa fare. Decido di andare a mangiare, orami sono al sicuro, circondato da persone che sento a pelle da domani mi prenderanno in simpatia pensando al fatto che potrei essere uno dei loro figli rimasti” a la maison”.

La tajine d’agnello è ottima e non è quindi quella la causa che non mi fa chiudere occhio tutta la notte. Penso alla moto, ai carburatori che non ho mai smontato e che molti mi dicono possano essere la causa. Si parla di membrana da cambiare. Ho letto tutto il manuale a casa prima di partire e l’ho portato in formato pdf qui con me nel mio computer. Sono 4 del mattino, la tenda è minuscola, accendo il piccolo portatile e faccio doppio clic su “Manuale officina Honda”. Il file si apre, è tempo di studiare. Da domani ci sono solo io a riparare il guasto, o lo faccio, o resto qui in questo paradiso della terza età a vita. All’alba sono già operativo, smonto i fianchetti e inizio l’operazione. Tolgo pezzi che a Milano avrei avuto solamente paura a toccare e inizio a prendere ancora più confidenza con la mia RD04. Passano due ore e già i primi curiosi sono intorno a me. I progressi sperati non arrivano ed in più sono costretto, per buona creanza, ad interagire in francese. Posizionarsi vicino al bagno la sera prima è stata un’ottima mossa per quanto riguarda la pulizia personale, pessima poiché al risveglio mattutino dopo solo 15 minuti, tutto il campeggio sa che c’è un giovane ragazzo italiano con la moto in panne. Passano pochi minuti e arriva Michel, parigino sui 70. Appassionato di moto ha un figlio che ha corso il rally di Tunisia.

Svita di qui, spurga di là, stringi di su ma cambia poco, la Tunisia è lontana da dove siamo noi ed in ogni caso è il figlio ad aver corso il Rally.

Passano proprio tutti oggi, curiosi o semplicemente persone sulla via della “purificazione corporale”.

La moto ha un guizzo di costanza, devo provarla, forse abbiamo risolto. Decido di andare a Sidi Ifni, 60 chilometri da qui. Lascio tutto in campeggi oe porto con me solo l’essenziale. Bello viaggiare leggeri dopo 2 settimane sembra quasi un miracolo. Passo alcune spiagge meravigliose come quella di Legzira e Mirleft. Bellissima la sua vecchia Kasbah distrutta in cima al monte.Raggiungo Sidi Ifni, scatto qualche foto. La città è piccolina e il centro storico minuscolo. Della dominazione spagnola rimangono una piazza carina e pulita e poche case ancora bianche e blu. Il tutto s ivisita foto comprese in 20 minuti. Ho raggiunto il mio Sud, ma la moto ancora non c’è. Mi ha illuso i primi 20 km, adesso spero di riuscire a tornare a casa. Faccio tutto in seconda, se solo metto la terza e do gas tutto muore. Le salite sono un’angoscia. Questi 60 chilometri di costa sono molto belli un sacco di stradine che partono e vanno verso il mare ma con la mia moto prego solo di arrivare alla mia nuova casa. Vado lento come una lumaca ma arrivo, pochi metri prima di entrare in campeggio ho un lampo. E se fosse la pompa della benzina? L’ho cambiata prima di partire però ne ho una di scorta, tentare non nuoce e poi in cuor mio sento che anche il vitello grasso me lo consiglia. Cambio la pompa, la moto rinasce a vita nuova! Gioia intorno a me, tra gli abitanti della piccola Miami. Sono le otto di sera. Questa sera decido di festeggiare con una cena da re. Faccio una doccia e mi dirigo all’unico ristorante sul lungo mare. Esco dal campeggio, il deserto intorno a me, percorro i pochi metri ma una triste sorpresa mi attende, il ristorante ha già chiuso. Alle otto di sera? Ripiego nel negozio di alimentari, trovo solo patatine e delle deliziose sardine in scatole. Da queste parti sono buonissime e costano pochissimo. Speravo in qualcosa di più ma la gioia è troppo grande e fa passare tutto in secondo piano. Ancora le stelle in tenda e ancora un pensiero a casa e alla gentilezza degli abitanti di questa cittadella della terza età. Non hanno sostituito casa, ma per poche ore ne hanno tenuto lontano il pensiero. Merci beaucoup! Continua a leggere

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Tagazhoute

Pointe Imessouane

Lascio Sidi Kaouki, è tempo di farlo. Dopo un giorno e mezzo il salone che accoglie la mia moto verde/blu è diventato il mio ufficio. Computer sempre acceso e macchina fotografica sul tavolo, ho creato il mio bagno da Arnold’s.

Il mattino è fresco, mi lascio alle spalle Toto Cutugno. Da quando in albergo e al ristorante hanno scoperto che sono italiano ogni occasione è buona per far partire dal cellulare di turno “Buongiorno Italia gli spaghetti al dente e un partigiano come presidente”. Mi merito di più! Il vento mi attende fuori dalla porta pronto ad accarezzare di nuovo il mio viso rosso sempre più simile a carta vetra.

Il viaggio scorre tranquillo fino a Cap Tafelney, 30 km di strada deserta e ben asfaltata che mi fanno provare la gioia delle pieghe con la mia Africatwin rd04. Sembra di essere su un circuito costruito apposta per me ed il mio motoviaggio, non incontro nessuno solo qualche pecora e la solita capretta che mi guarda come fossi un marziano su una astronavicella ultrasonica.

Cap Tafelney è un villaggio di pescatori, “400 abitanti contando le campagne vicine”,“solo tre famiglie vivono qui tutto l’anno” dice Abdel, il proprietario dell’unico ristorante. Durante l’estate arrivano fino a 400 macchine e per loro va bene. Dall’alto, prima di arrivare, vedo una scena che sa di arcaico, due cavalli trascinano fuori dall’acqua una barca a remi appena arrivata carica di pesci. Riesco a tirar fuori la macchina e scattare. Sogno di avvicinarmi a loro e fotografare lo sforzo dei cavalli in la sintonia con l’uomo. Salgo sulla moto, tempo di arrivare giù in paese e la magia è già terminata, ho fatto troppo tardi. Lascio Cap Tafelney sereno, 400 metri e vedo davanti a me due strade per Poine Imessouane: la strada asfaltata e la mitica “piste”. Non ho dubbi, è il giorno giusto e sono qui anche per questo.

La “piste”, il sentiero che tutti percorrevano fino a prima dell’arrivo dell’asfalto, la vecchia strada (a volte ancora battuta) su cui passavano le carovane che si muovevano da un paese all’altro. La mia sarà lunga 50 km. Ho percorso qualche sterrato in Italia prima di venire qui in Marocco e ho trascorso una giornata in una cava di sabbia nel pavese.

Ho dimenticato un piccolo particolare. Qui sono solo è la concentrazione si decuplica. Sai che non devi sbagliare, pensi che anche il più piccolo errore, che in gruppo a pochi km da casa diventa motivo di sorrisi e sfottò alla fine della giornata, qui può trasformarsi in qualcosa di assolutamente spiacevole. Non sai quando passerà e se passerà qualcuno, pensi a cosa fare se ti si dovesse rompere la moto a causa di una caduta. E mentre tutti questi pensieri assolutamente non produttivi durante la tua “piste” non riescono ad abbandonarti, devi scegliere dove mettere la tua ruota anteriore, la marcia da innestare, il gas da dare e dove buttare il peso. I primi 10km vanno via lisci, poi arrivano sassi sempre più grossi. Se prima trovavi della terra tra un sasso e l’altro adesso non più, per pochi metri i sassi sono più appuntiti e ancora non riesci a toglierti dalla testa se cadi lì ti farai male, ma non puoi frenare altrimenti è peggio. Devi accelerare così la moto non si impasta, se provi a fermarti ti ritrovi a reggere sul tuo piede che non sai se e dove si appoggerà, circa 250 chili tra moto e bagagli. Meglio non pensarci, meglio non pensare a chi hai a casa. Altri 12 km passano in questo modo. Mi fermo nel primo punto in piano, ho sudato come un pazzo, a causa anche di tutte le protezioni che indosso, la maglietta è attaccata alla mia pelle, bevo dell’acqua e sento le gambe tremare, le braccia senza forza. Mi fermo, parcheggio la moto, scendo e tiro un urlo in mezzo alla mia pista. Nessuno a sentirmi, nemmeno la capra di prima. Adesso va meglio. Non me ne sono reso conto, e passata un’ora. Quasi 25km in un’ora. Adesso capisco la gente che parla di 8 ore in moto per tappe da 150km. Ancora pochi km di fatica e la “piste” ritorna semplice, forse è ancora ad un livello alto, ma meno rispetto all’inferno di prima. Acquisto sicurezza e allora mi accorgo che sono circondato da un paesaggio meraviglioso. Dietro di me Tafelney è lontana, davanti vedo già Imessouane, una delle punte di questa scogliera che da qui in avanti diventa meravigliosa. L’acqua cambia colore, riscopre l’azzurro, lo smeraldo e il turchese, abbandona il marrone di Essaouira dove le onde, senza sosta, costringono il fondale a danze dispari.

Pointe Imessouane è bella ma piccola. In pochi minuti visito il centro minuscolo e scatto qualche foto alle barche blu messe ad asciugare. Tre pescatori allargano reti, mi avvicino, saluto e scatto una foto. Il gesto delle tre mani all’unisono dice inequivocabilmente che la mia presenza non è gradita. Mi guardo intorno, non c’è altro, il solito gatto sdraiato e annoiato a causa del caldo intenso. Avrei dovuto dormire qui secondo i miei programmi. E’ troppo presto e l’adrenalina che dopo la prima “piste”gira ancora nel mio corpo, mi fa tornare in mente “no plan is a good plan”.

Giro la chiave, accendo il gps, si punta al sud. Il viaggio è piacevole, per 100 km alla mia destra sono in compagna dell’oceano, a sinistra colline marroni impreziosite da piccoli ciuffi color verde. Passo il Cap Rhir col suo faro costruito nel 1926 dagli spagnoli, il primo dell’isola. Pochi km dopo vedo delle belle onde, alcune macchine impreziosite da tavole da surf sul tetto e capelli biondi al vento. Mi fermo per fare qualche foto, non lo so ancora ma sono entrato nella zona che fino ad Agadir è meta di surfisti e “fricchettoni”. Lo “spot”, il termine tecnico che i surfisti di tutto il mondo mutuano dall’inglese per indicare un posto, è davvero bello. Le onde sono lunghe ed enormi, nell’acqua solo due sagome rese nere dalle mute, indispensabili per le fredde acque atlantiche di questo periodo, attirano gli sguardi di tutti i presenti. “This is Boilers” mi dice Dragan, ragazzone serbo, “è uno dei 15 spot più belli del mondo per surfare”. Lui è qui con altri 3 amici, ha 20 anni, vogliono imparare il surf. Sono a Tagazhoute, un paesino a 20km da lì. Decido di andare a visitarlo. Mi bastano pochi metri nel paese per decidere di accelerare e abbandonare quel posto. E’ un covo per turisti. Al mio ingresso vedo 20 mani alzarsi, tutte tengono una chiave, immagino vogliano affittarmi qualche stanza. Lungo la via principale vedo pelli bianco porcellana rese rosa dal sole marocchino, quel colore che a qualsiasi latitudine del pianeta con qualunque tipo di crema protettiva è sempre uguale, inconfondibile, un segno che dice subito da dove vieni: Inghilterra! Metto la quarta giro l’acceleratore, schiaccio la frizione questa volta è la quinta ad ingranare, via più veloci del vento! Mi fermo in una spiaggetta, moto d’acqua, cammelli, cavalli e sempre quelle porcellane rosate, questa volta devo fermarmi sia anche solo per capire bene da cosa fuggire. Tolgo il casco e lo appendo al manubrio, uno sguardo veloce in giro, posso lasciare tutto lì. Mi dirigo sul lungo mare ad osservare lo spettacolo a cui non ero più abituato e della cui assenza mi ero ubriacato a Sidi Kaouki e Tafelney.

Vedo alla mia destra un paio di occhialoni azzurro pastello sbucare dalle tendine di un pullmino con targa inglese. Il viso è proprio simpatico, potrebbe valere il motivo della sosta. Così sarà, è Simon da Londra, ex agente disoccupato a causa della crisi economica ad indicarmi dove passare la notte. E’ qui da 4 mesi, gira il mondo da quasi 3 anni, da quando ha perso il lavoro. Ha investito i suoi soldi nell’acquisto di questo vecchio Ford un tempo adibito a mezzo delle polizia della City. Con la ragazza l’ha rimesso a posto, dentro il soffitto e la tappezzeria ricordano la copertina di un LP della peggior disco anni 70. Il suo sorriso è bianco e coinvolgente, “insegno surf e gestisco una scuola di surf del paese”, “lo faccio in giro tra Spagna, Francia e Marocco”. Sono quasi le 5 del pomeriggio e ha una lezione, è la sveglia appesa al muro a forma di colomba il suo reminder. Giusto in tempo per sconsigliarmi il campeggio del paese che costa circa 7 euro a notte, decisamente caro per il Marocco. Gli chiedo, mentre mette la cera sulla tavola, se non ci sia per caso un posto non autorizzato ma sicuro dove piantare la mia tendina. Mi indica una strada in fondo sulla destra, “prendila per un km, quando vedrai molti di camper sai che sei arrivato”.

Lo spazio adibito a parcheggio è pieno di Camper con provenienza francese e tedesca. Mi piacerebbe trovare un italiano a cui chiedere informazioni sul posto. Sul campeggio in Marocco si racconta di tutto, quindi meglio andare sul sicuro. Mi sollevo in piedi per guardare meglio le targhe dei camper, sono fortunato, un Ford transit gran soleil ne ha una a fondo nero con numeri bianchi, la riconosco subito, è una vecchia targa italiana. Giro intorno al cabinato come un avvoltoio , cerco di farmi notare, il camper è infatti chiuso e non vorrei che i proprietari fossero al mare aspettando, come in point break, l’onda perfetta. Ancora un giro, un colpo di clacson e la porta si apre. Pantaloncini corti a righe, senza maglietta, sorriso incorniciato da un barbetta bionda e cannetta nella mano sinistra, “piacere Guido” e mi porge la destra. Chiedo un po’ di informazioni, è gentile, mi offre dell’acqua e una sedia. “Puoi montare la tenda di fianco a noi e anche lasciare i bagagli dentro il camper”. Sono felice, finalmente non dovrò condividere i miei pochi cm di tenda con i bagagli, gli stivali puzzolenti e i vestiti pieni della fatica della mia prima “piste” in terra marocchina.  Quando si viaggia in questo modo e soli, una sedia e un “ciao” acquistano un valore difficilmente valutabile. Stacco la prima cinghia e da lontano un colpo di clacson attira la nostra attenzione. Pochi secondi e alzando il braccio destro in segno di saluto mi dice “eccoli i nostri amici”. Davanti a noi due furgoni camperizzati e a seguire, facendosi largo nella scia di polvere lasciata dai due Mercedes 507D, il mezzo di Luic, un camion Renault lungo 12 metri per 8 tonnellate di peso. Sono finito nel bel mezzo di un gruppo di hippy composto da 3 francesi, 2 spagnoli con bimba di 6 mesi, un canadese e 2 italiani. Al momento di montare la tenda Alessio, il compagno di viaggio di Dario, mi si avvicina “abbiamo un letto che non usiamo nel camper, perché non ti butti lì anziché montare la tenda?” La mia moto è circondata dai camper e coccolata dalle stelle questa notte, mi sento al sicuro. La lingua della carovana è chiaramente il francese. Lo capiamo tutti poco ma i francesi fingono sempre di saper parlar solo la loro lingua. Poco importa, il pensiero vola a casa e la mia testa sul cuscino, sogno ancora la mia “piste”. Continua a leggere

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Sidi Kaouki

Vado verso il sud, faccio tappa a Sidi Kaouki. Lo senti il sud, cambia il paesaggio, ti lasci alle spalle il verde rigoglioso delle zone di Settat e incomincia la sabbia. Il Sahara è ancora lontano, ma ci pensa il vento ad accorciare le distanze. Sidi Kaouki è il nome del religioso venuto qui secoli fa. Il marabutto dove è presente la sua bara domina la baia e da il nome a questo paesino di circa 100 abitanti. Il vento è forte non si ferma mai, “è solo d’inverno che è così”, mi dice Aziz il ragazzo dell’albergo-ristorante dove decido di fermarmi per i prossimi due giorni. Il caldo è forte. Col vento si percepisce meno, ma nonostante la crema il viso brucia e la pelle diventa rossa. Sono davanti al mare e la mia stanza doppia in stile berbero nonostante i 250 dirham viene via con 150 inclusa la colazione e la moto parcheggiata nel salone. Ne approfitterò per rilassarmi un po’, fare il bucato, scrivere qualche post e aggiustare le foto. Sidi kaouki è il paradiso, relax, sole e voglia di fare niente. La spiaggia si estende per chilometri. Resa rovente dal sole, che non smette mai di battere, si perde a vista d’occhio. Compaiono i primi copricapo di color indaco, quello dei tuareg. E’ bello pensare che in fondo sulla sinistra a qualche centinaio di chilometri c’è il deserto, la Mauritania, il  Mali, nomi che evocano sogni al solo nominarli. Arrivare qui non è stato semplice, il vento molto forte mi faceva tenere a fatica la strada, ogni macchina stracarica di gente e materiali incrociata era una preghiera ecumenica recitata in sanscrito. Mi sono fermato in diversi paesini, alcuni meravigliosi come Moulay Bouzerktoun e Souira Kedima, la spiaggia di lalla fatna, altri angoscianti  e surreali come Bhaibah. A sidi Kaouki la gente si muove coperta da Djellabe per proteggersi dal sole e dal vento. Gli unici indifesi sono gli animali, i cani per primi. Non hanno un bell’aspetto, non si muovono più ormai di fronte alle frustate in faccia che ti regala il misto sabbia vento, si sdraiano per terra e attendono con pazienza chissà che cosa. I gatti non sono da meno, il loro pelo ricorda gli spazzolini da denti stra usati ormai pronti per essere cestinati. Le mucche sempre magrine, rispetto a quelle svizzere od olandesi a cui siamo abituati, si alternano ad asinelli (il vero mezzo di trasporto marocchino) e cavalli. Due in particolare sono belli, si trovano davanti alla gendermarie royale del paesino, saranno i loro mezzi di trasporto?

Parcheggio la mia africatwin rd04 nel salone, stringo le mani a tutti, “salam alekum” senza badare a spese e finalmente vado in camera a lasciare i miei bagagli. La moto è in buone condizioni , ha fatto i suoi primi 1200 km e la sua prima piccola caduta sulla sabbia del paese deserto e spaventoso di Bhaibah, la Mont Sant-Michel del luogo. Dopo Genova e il rumore di ferraglia al carter destro (grazie Giorgio alias Perez) non ho ancora avuto bisogno “dell’aiuto da casa”. Domani un po’ di revisione alla catena, controllo olio e acqua, pulizia filtro dell’aria.

Il tramonto è meraviglioso, il marabutto di Sidi Kaouki mi chiama e non posso resistere. Nonostante la stanchezza per il lungo viaggio prendo la mia canon e corro fuori a fotografare come un bimbo a cui abbiano appena regalato un apparecchio fotografico. Davvero in fotografia è la luce a fare la differenza. E’ difficile resistere quando hai una buona luce, sai che dopo un’ora la stessa scena non ci sarà più, prenderà il suo posto la sorella più povera, quella senza significato, con luci piatte e contrasti inesistenti.

Finita la doccia vado in salone dove un bel camino e già acceso. L’ambiente è ulteriormente scaldato da una musica meravigliosa che esce dalle casse di un improbabile stereo. “Salif Keita, musicista del Mali” mi dicono. Ma certo, Gnaoua festival, come non pensarci prima! Sono a pochi km da Essaouira dove ogni anno a Maggio si tiene il più bel festival di musica africana dell’intero continente africano. La musica, con sonorità a noi totalmente ignote, è misto di musiche tribali berbere e tuareg mi dicono e mi porta ancora una volta in posti mai visitati ma solo sognati. Un rumorino alla pancia mi ricorda che sono un essere umano e che per immaginarmi meglio il Mali e la Mauritania ho bisogno di una pancia piena. Esco, vado a cercare gli altri due unici ristoranti esistenti a parte quello in cui mi trovo. Opto per il primo che trovo, mi piace e non voglio dar tutto ad una sola persona, meglio diversificare no? Mi convince l’atmosfera. E’ ovviamente deserto, mezzo buio, solo delle candele ad illuminare e qualcuno che gioca a carte al suo interno. Chiedo a cosa stiano giocando e soprattutto il nome, mentre tiro fuori il taccuino mi rispondono “ramìn”, va beh lo metto via, non credo di dimenticarlo facilmente. Scoprirò alla fine del viaggio che siamo mezzi arabi? Dalle casse mezze funzionanti esce musica di Jack Johnson, stile del ristorante “make love not war”, una tavola mezza distrutta come insegna. E’ il mio posto, decido di fidarmi! Scelta perfetta, cena a base di sardine alla griglie (sono nel posto giusto) e thè alla menta a un prezzo che preferisco non dire. Sono molto stanco, la pelle un po’ tirata per il sole ed il vento ma assolutamente felice. Mi manca casa, gli affetti, gli amici ma fa parte del gioco, me ne faccio una ragione e come ogni volta che mi capita penso a voi, a cosa scrivervi e a come rendervi partecipi del mio viaggio o meglio motoviaggio 🙂

La mia Africatwin al tramonto

Cammelli ritornano a casa

La mia camera a Sidi Kaouki

Accoglienza al ristorante

Dal mio tavolo mentre attendo le sardine

la mia moto parcheggiata nel salone

Aggiustando la moto

Stazione di Polizia

 

Stendendo i panni

Stendino marocchino

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Oualidia

Oualidia ha una mezzaluna di sabbia che la rende tipica. E’ forse l’unico posto della costa atlantica marocchina dove le correnti sono calme e le onde quasi inesistenti. Arrivo alle 14 dopo aver lasciato Settat, il vento fortissimo mi da il “bienvenue” sulla costa. Qui a Oualidia mi dicono il vento è forte tutto il giorno con esclusione della sera e della mattina. In questo periodo dell’anno ci sono pochissime persone e d’altronde, nonostante i 26 gradi, è pur sempre il loro inverno. Le poche persone che incontro sono coperte come se si trovassero nella steppa siberiana sotto lo zero, io maniche corte e cappellino. Arrivato punto immediatamente al campeggio, lo raggiungo in un attimo ma c’è un piccolissimo problema. Il campeggio è chiuso e non esiste più. Lo stanno rifacendo nuovo e riaprirà l’anno prossimo in un altro sito (speriamo almeno qui siano più puntuali della linea 3 della metro di Milano). “Pas problem” “avant de la plage, avant de la plage” mi dicono i muratori. Ci vado, davanti alla spiaggia pochi camper parcheggiati e un sorvegliante con tanto di pettorina giallo fosforescente. Sono arrivato nel campeggio provvisorio di Oualidia. “Combien pour la nuit?” il mio francese ormai non si ferma davanti a niente 😉 30 dirham mi risponde ma i suoi occhi dicono chiaramente che ha sparato in alto, pochi secondi e chiudiamo a 20 dirham (circa 1,80 euro) stretta di mano e vado a scegliere il posto dove posizionarmi per la notte. Adil, il guardiano giallo fosforescente ha 27 anni, mi vede un po’ spaesato e mi consiglia di posizionare la mia tendina super tecnologica nel posto che solitamente occupa lui insieme al suo materassino bucato e due copertone sintetiche made in China.

Ok mi fido, in Marocco più passa il tempo più capisco che è fondamentale, se senti che la persona che hai di fronte è una buona persona, fidarti ti apre mondi che altrimenti sono praticamente inaccessibili. Monto la tenda e arrivano suoi amici che mi offrono di tutto, tajine di pesce, sardine grigliate, couscous di carne con prezzi ovviamente da turista. Prendo Adil per la spalla “mangi qui stasera?” “ Facciamo così, io compro il cibo per una tajine per noi due e tu cucini, ti va?”. I suoi occhi si illuminano, messaggio universale di “affare fatto”! 10 minuti al mercato, 35 dirham spesi e abbiamo tutto il necessario. Passiamo da casa sua per prendere la tajine, del pane fatto a mano da sua mamma e l’immancabile thè alla menta. L’ospitalità di questo popolo è immensa! “Ho 8 fratelli, io sono il più grande” dice Adil, stesso lavoro del papà, lui però sorveglia la casa di un riccone di Marrakech. “E’ un buon lavoro il guardiano a Oualidia?”, “non tanto però ci permette di mangiare”. Ha una ragazza di 20 anni, vorrebbe sposarla ma non ha i soldi, dovrebbe dare qualcosa alla famiglia della sua fidanzata e comprare la casa tanto per iniziare. “Sono un buon mussulmano, prego 5 volte al giorno” continua, dicendo che le religioni sono simili, il messaggio è sempre semplice, niente guerre, amore e amici, “un Dio che vuole la guerra non è un buon Dio”. Et voilà, lezione semplice di Teologia da un sorvegliante nel parcheggio abusivo di Oualidia. Chiedo ancora qualcosa e mi spiega come prega e mi fa vedere. Si spoglia di fianco alla mia tenda, spegniamo entrambi le torce da testa, davanti a me una scena senza tempo. Adil genuflesso tocca il terreno per 3 volte col capo, sulla sua testa un manto di stelle, il rumore del mare in sottofondo e la luna riflessa sul calmo mare della baia della mezzaluna. Mi unisco a lui in silenzio, cerco di non fiatare e mi chiedo se davvero alla fine, in ogni angolo del mondo, non desideriamo tutti la stessa cosa: pace, qualcuno da mare e che ci ami e degli amici con cui ridere. Continua a leggere

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Settat, la fiera degli animali

il mercato degli animali di Settat

“Ti piacciono le bestie?” “Allora domani non devi assolutamente perderti il mercato degli animali” mi dice Valeria. E’ uno dei più grandi del Marocco, si comprano e si vendono bestie alla maniera antica”. Come dire di no? A letto presto quindi, poche ore di sonno e la mia sveglia attraverso la musica di Cesaria Evora mi ricorda dell’appuntamento preso con Chadidja, la donna che fa le pulizie in casa di Valeria. E’ mattino presto, l’aria è ancora frizzante e il mio pile è di grande aiuto. Bisogna andare presto perché alle 9 di mattina già non c’è più niente, “il faut trop chaud” e tutti se ne vanno a casa mi fa capire con le mani. 10 minuti di cammino e un odore forte di cacca di cavallo giunge alle mie narici. Ci siamo, inizia l’avventura. Pochi metri e cammino già su un soffice terreno dalle tonalità cangianti, nessun dubbio è cacca! Mi hanno detto di fare attenzione perché il posto è molto pericoloso. A me non sembra, mi sento al sicuro, circondato da persone che pensano a vendere e comprare bestie e non ad un fotografo mezzo insonnolito. Forse non trovano in me nulla di “interessante” poiché  sono vestito come loro se non peggio a causa del mio motoviaggio. Sono circondato da sorrisi e gente che si mette in posa spontaneamente. Chadidja fa fatica a seguirmi, non  aveva mai accompagnato un fotografo evidentemente messo in un posto così pieno di particolarità. Quando mi raggiunge mi dice di fotografare le bestie e non le persone per evitare problemi, le dico che è tutto ok e le mostro alcune delle foto che ho già fatto. Sorride e capisce di aver perso la battaglia. Ci sono mucche, capre, agnelli, cavalli e cammelli. Sembra di tornare indietro di un bel po’ di anni. L’odore ti colpisce da subito, acre, intenso ti si attacca addosso e non vuol andar più via. Passano i minuti e ci si abitua. All’ingresso ci accoglie una corsa di cavalli, serve per provarne la velocità, provano a spiegarmi, e soprattutto lo stato di salute. Faccio il giro del mercato, mucche con sacchi di plastica sulla testa, agnelli con gambe legate e buttate per terra, montoni su carretti improvvisati pronti per essere portati via per il macello, cavalli troppo magri e cammelli diversi rispetto a quelli pigri e ciccioni che ho visto nelle località turistiche marocchine, sempre adornati di tutto punto e pronti per accompagnare turisti su improbabili dune alte 50cm vicino alle spiagge. Ci sono molti bambini, forse accompagnano i padri imparando il mestiere che sarà loro e dei loro figli ancora. Tutti fanno la pipì ovunque non c’è molta differenza da questo punto di vista tra uomo e animale. Siamo un po’ stanchi e ci spostiamo nella zona dove si vende il cibo e dove delle tende improvvisate servono del thè, la bevanda nazionale per eccellenza. Chadidja mi dice qualcosa in arabo, mi sembra mi chieda se voglia qualcosa da mangiare. Ci avviciniamo ad una montagnetta alta circa 80 cm, otto persone la circondano. Sulla parte alta avvolti dai fumi dell’olio fritto ci sono due vecchietti simili a santoni indiani. Gettano, con l’arte di chi compie questo gesto da una vita, dei perfetti anelli di colore giallognolo in un pentolone gigantesco pieno di olio bollente. Dico di si, penso non ci sia alcun rischio a mangiarle, l’olio friggendo ammazza tutti i germi possibili e immaginabili e visto il posto in cui mi trovo credo ce ne siano parecchi. Mentre ancora immagino i germi che muoiono lottando in maniera impari contro l’intrepido olio scaldato dalla legna mi ritrovo in mano una ciambella calda e croccante color del deserto. Chiedo il nome di quello che sto mangiando mixando il mio francese scarso ed il mio arabo appreso in Egitto circa 10 anni fa. “Sfinch” e mi fa capire essere la loro frittella di pane. Dentro di me un sorriso enorme mi fa pensare alla sfince siciliane che mia mamma prepara sempre e che altro non sono che frittelle coperte di zucchero. Quante cose in comune col mondo arabo, segni di un passato condiviso che il presente vuole cancellare. Occorre viaggiare per saperlo e scrivere per non dimenticarlo. Il sole incomincia ad alzarsi, inizia il caldo. Gli odori grazie alla temperatura diventano più intensi ed io ho fotografato abbastanza. Sulla via del ritorno ci fermiamo ad una bancarella e compriamo un oggetto che mi servirà domani sera. E’ un guanto per il gommage, domani andrò all’hammam della città. Ho chiesto di provarne uno e subito mi è stato chiesto “quello per turisti oppure quello che usiamo noi marocchini?”. In quale dei due secondo voi domani sera farò il mio bagnetto e mi farò raschiare la schiena? Continua a leggere

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Settat, soleterre

Bancarella sulla strada

Sono a Settat , una cittadina 70 km più a sud di Casablanca. Qui ha sede soleterre, la ONG grazie alla quale nei prossimi giorni avrò modo di conoscere il Marocco a cui pochi turisti possono accedere: quello delle donne e dei poveri. Valeria, la coordinatrice in loco è una ragazza siciliana, molto accogliente e simpatica. Arrivo a Settat nel tardo pomeriggio sono quasi le 16. Sono passate  5 ore da quando ho lasciato Asilah. Entrato in città mi accoglie il canto incomprensibile del muezzin dal minareto simile ad un allarme bomba dei film sulla seconda guerra mondiale. Qualche sms con il mio contatto in loco per individuare esattamente l’ubicazione del palazzo, e vedo apparire davanti a me un sorriso seguito da una gigantesca e bionda chioma riccia che poco ha di marocchino. “Piacere sono Valeria”. E’ gentile, accogliente e da subito disponibile. Tolgo le borse Tucanourbano dalla mia Africatwin, controllo i tasselli delle mie Mitas E09 per verificarne l’usura dopo i 500km di autostrada e metto catena e blocca disco. Andiamo al secondo piano del palazzo, mi presenta Mohammed e Aicha e poi mi lascia, “ho la fisioterapia, mi dispiace tanto, è per la mia spalla sinistra ci vediamo tra un’ora”.

Mi metto a mio agio, faccio una doccia e metto in carica tutta la mia attrezzatura elettronica. Preparò un buon caffè, l’ora è passata e Valeria ritorna con la sua spalla nuova di zecca. “ Sei un viaggiatore e di sicuro saprai che i miglior posti dove mangiare in Marocco sono le stazioni di servizio! Quella dove andiamo è piena di camionisti e puttane spero non sia un problema”. Valeria ha già capito che amo il Marocco vero e sono qui per questo. “Nessun problema, andiamo!”. Detto fatto, ed in meno di 10 minuti arriviamo al Mexico, una stazione di servizio all’ingresso di Settat. Scendiamo dalla macchina e davanti a me vedo subito un macellaio con delle bestie appese a dei ganci, un angolo con carboni e griglie e tajine a volontà. Sono affamato e pronto a deliziarmi al paradiso dei camionisti. Ordiniamo pollo allo spiedo, riso e salade marocaine. Mangiamo di gusto e per il solito thè alla menta, immancabile in terra marocchina, ci spostiamo al bar. Due comode poltroncine, un tavolo e un bel vassoio con teiera e bicchieri. Valeria è una ragazza molto intelligente e appassionata del proprio lavoro. E’ la sua vita e lo puoi vedere nei suoi occhi, nel modo in cui ti racconta del suo passato. Prima studente, tenta la fortuna a Londra iniziando come cameriera fino a raggiungere un buon posto e un buono stipendio in una nota azienda. Non è la sua vita, non è il suo sentiero. Entra in contatto con il mondo della cooperazione e sente il suo cuore battere forte, capisce che quella è la strada. Lascia tutto, torna nella sua Sicilia a Catania e da lì parte. Sceglie di seguire un master in cooperazione internazionale a Bologna. All’inizio Africa sub sahariana, Guinea Bissau, Angola, Tanzania. Poi il sud America in Perù, a Lima. Il sud America è meraviglioso ma si sente attratta dall’Africa, non riesce a dimenticarla. E’ il mal d’Africa, è dentro di lei. “Amo la vitalità di quei posti, sembra senza fine” “in Italia invece…” si emoziona pensando a Benigni a Sanremo, l’ha visto in televisione. “Davvero ha toccato le corde giuste, è un’artista vero di cui andare fieri”. Ha ragione e decido che non voglio incazzarmi, per una volta non voglio parlare male del torpore che noi italiani stiamo vivendo, il nostro essere addormentati, addomesticati come i serpenti di Djemaa el Fna a Marrakech. Si parla di donne, di velo, di islam e di “donne oggetto” occidentali che si identificano col proprio corpo convinte di essere più libere di donne nascoste da un velo in nome di Allah. “Ma perché  il Marocco se si ami l’Africa nera?” Si può davvero parlar di mal d’Africa e venire in Marocco? “Si” mi dice lei e non ha dubbi, “anche in Marocco c’è l’Africa, più di quanto si possa credere, bisogna solo cercarla”. E’ tardi ormai, il thè è finito, i camionisti se ne vanno e si spengono i carboni delle tajine. Alzo lo sguardo e davanti a me una madonna marocchina con vestiti multicolori allatta un bambino troppo grande per succhiare ancora da una tetta. Troverò anche io l’Africa nera? Continua a leggere

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