Archivi del mese: marzo 2011

Viaggiare in moto, grazie a tutti!

Per i più attenti, in mezzo piccolina la mia moto

Il mio primo viaggio in solitaria è terminato da una settimana.Viaggiare in moto sulla mia Africatwin rd04 (Mefishmuskì per gli amici) è stato meraviglioso. Adesso è tempo di ringraziamenti prima di partire col nuovo progetto. Un grazie speciale va a chi mi ha letto in questo mese. Siete stati circa 6000, si avete capito bene 6-0-0-0-, inutile dire quanto questo mi spinga ad andare avanti nella speranza che voi possiate essere sempre di più. Un grazie speciale va ai miei amici e alla loro telefonata con skype mentre mi trovavo a Sidi Ifni alle prese con la pompa di benzina. Un grazie speciale a Giorgio e al forum Africatwin, tutti preziosi in quei momenti di paura. Pochi giorni prima di partire Roberto di OnlyBike a Milano, si è offerto di darmi per il viaggio in prestito nel caso ne avessi bisogno un regolatore di tensione e una membrana del carbutore. Grazie a Dio le ho riconsegnate senza bisogno di doverli usare. Mi hanno dato forza e sicurezza durante il motoviaggio, grazie Roberto di cuore. Ancora grazie a Claudio di Xracing, la sua marmitta ha lavorato in maniera superba e senza db killer col suo sound rotondo e corposo è stato musica per le mie orecchie. Spero voglia anche aiutarmi nel prossimo progetto. Grazie a Soleterre, per l’aiuto ma soprattutto per l’opportunità che mi ha dato di vedere un Marocco diverso da quello turistico, il Marocco fatto di persone “normali”, persone che non vedono per prima cosa in te il turista da spennare. Grazie a Marco 1 e Marco 2 di Futa Race, col loro check prima della partenza mi hanno fatto lasciare l’Italia con più sicurezza. Se siete a Bologna o nelle zone andate a trovarli e portate un saluto a Topo, il cane di Marco. Sono bravi, competenti e sempre pronti alla giusta risata. Il grazie più grande alla Tucanourbano, in questi giorni sto lavorando alle foto che darò loro. Non m istancherò mai di dirlo, grazie ai loro prodotti il mio viaggio è stato reso possibile e confortevole. Tutto quello che mi hanno fornito non hanno mai tradito, non ha mai ceduto di un colpo, sempre all’altezza della situazione. Spero di poterli avere ancora con me a bordo nel prossimo motoviaggio.

Dovevo andarci?

Una domanda che non mi fa dormire da quando sono tornato, il camping a Bhaibah, posto dimenticato da Dio ma non dal vento. Questa è l’indicazione che trovai sulla strada, ma voi ci avreste dormito?

Grazie di cuore a tutti, questo blog esiste anche grazie a voi!
Daniele & Mefishmuskì

Annunci

2 commenti

Archiviato in I miei motoviaggi

Viaggiare in moto

Viaggiare in moto, che si prova? Andare in moto in solitaria come è stato? Il Marocco in moto, “woowwww” ma hai mai avuto paura? Queste sono alcune tra le domande che al mio ritorno si sono presentate con più insistenza. Ho deciso di buttare a caldo due emozioni, senza pensarci troppo. Ho percorso 4500 chilometri, da Nord a sud del paese, poi a Est e infine ancora a Nord. Mi sono sempre sentito libero, la moto mi ha dato questa sensazione. Per chi mi conosce sa che questo in Marocco è il primo giro in moto in solitaria, il primo motoviaggio e sa inoltre che ho comprato la mia prima moto seria (un’africatwin RD04) lo scorso agosto. Molta paura alla partenza, paura di tutto, di qualsiasi stupidata. Una ruota che si buca, una caduta per terra una semplice borsa che si rompe. Fai l’assicurazione ma sai che se succede qualcosa di grave chi chiamerà il numero di telefono? La fai perché così ti dicono, ma quando poi sei in viaggio… più ci pensi e più capisci che serve a molto poco. Se dovessi definire con una parola il mio stato d’animo alla partenza, sceglierei PAURA senza dubbio alcuno! Inizio a ripetere la poesia di Martha Medeiros, “lentamente muore”. Allora inizia il motoviaggio, si percorrono i primi chilometri, si lascia alle spalle il cartello Milano. Nuovi i nomi dei paesi che attraversi e sconosciuti quelli che raggiungerai.

La sensazione di guidare sentendo il vento sul tuo viso, percepire il diverso odore della terra che stai attraversando, il freddo e il caldo, l’odore dell’asfalto che si bagna, il suono di un motore bicilindrico che spinge sotto di te. Scegliere la strada da seguire preoccupandosi poco del manto stradale. Asfalto o pietre, terra battuta o fango fa poca differenza. Sei tu e la strada, tu e la meta da raggiungere. Viaggiare da soli è più rischioso e anche se non lo sai te ne accorgi dopo pochi chilometri, a partire da ogni scelta che compi. Ogni percorso che scegli di seguire, ogni posto dove dovrai lasciare la tua moto. Il gruppo, il branco, gli amici danno sicurezza, è inutile negarlo. Ma se viaggi in gruppo rimani col gruppo. Parli la lingua del gruppo, mangi quello che vuole il gruppo e molto probabilmente perderai tante occasioni di incontro. La meraviglia del viaggio in solitaria in moto sta proprio qui! Parli con le persone del posto ed è solo con loro o con stranieri che non hai mai incontrato prima che devi “attaccare discorso”. Quando hai voglia di parlare, scambiare due semplici parole, anche le più banali “bella giornata oggi, eh?”, puoi solo farlo con persone che non conosci. Puoi immaginare che meraviglia? All’inizio è dura ma poi incominci a sentirti protagonista del mondo, senti che sei vivo, che tante sono le cose stupide che ci spacciano per importanti, che siamo pazzi a comprare tutto quando è di niente che abbiamo bisogno, senti che la vita è qualcosa di meraviglioso, che le persone sono storie viventi, che chiunque ha da raccontarti ed insegnarti qualcosa. Questo richiede fatica certo, non è immediato e tanto meno scontato. E’ la fatica di uscire dal proprio guscio, di mettere in gioco le proprie sicurezze, ciò che a casa da un senso al nostro essere. In viaggio, da soli, in moto, tutto cambia, tu cambi. Parti, scopri, intuisci e se hai coraggio elabori uno o forse più sogni. Basta un attimo per dimenticare tutto al ritorno a casa, ecco perché il bisogno di scrivere, ecco il perché di questo blog. Continua a leggere

8 commenti

Archiviato in I miei motoviaggi

Tanger med, si ritorna a casa

A Settat trovo tutto, una doccia calda, un piatto di lenticchie e pollo caldi e una birra marocchina. Mi riprendo per bene. Un sonno corroborante e sono pronto per l’ultima tappa, quella che mi condurrà al porto di Tanger Med e da lì, ancora con GNV sul traghetto Excellent, verso Genova. Parto al mattino presto, circa quattrocentocinquanta chilometri a destinazione. Il traghetto è a mezzanotte per cui ho tutto il tempo che mi serve. Il sole caldo e intenso mi accompagna per i primi cento chilometri, poi le nuvole assumono ancora il colore grigio e qualche goccia arriva a molestare l’umore. L’idea di salire a bordo nave bagnato come un pulcino non mi alletta granchè. Vesto ancora la mia protezione dalla pioggia e seguo la strada. Al primo casello non sono sicuro sulla strada da seguire. Vorrei percorrere la route National e non l’autoroute. Mi fermo pochi metri prima della gare de peage dove due poliziotti in motocicletta controllano il traffico. Gentilissimi mi accolgono con saluto militare, mi spiegano la strada da seguire. Uno dei due, quello che non parla osserva la mia moto. La mia africatwin non è bella a vedersi tutta ricoperta di fango, il suono della marmitta x-racing che monto è forte e molto brum brum a causa del db killer che ho rimosso in tutta la mia permanenza in Marocco. Faccio il simpatico, non vorrei mi rompessero come in Italia per qualche irregolarità. Memorizzo le informazioni e sono pronto a partire. Saluto con un sorriso finto ma cordiale e all’improvviso il poliziotto silenzioso alza il braccio e con tono serio mi intima “Attendez-vous”. “Azz ci siamo” dico dentro di me, si avvicina e con faccia seria mi chiede di dove sia. Rispondo Italia e all’improvviso inizia a cantare “lasciatemi cantaaaaare, con il chitarro in maaaano, sono un italiano, italiano vero”. Scoppia in una risata e mi augura “bonne route”. Stramaledetto Toto Cutugno, rido anche io per tirarmi via un po’ di tensione, una bella stretta di mano, solita domanda “Inter o Milan?”, ormai rispondo Reggina così blocco subito la discussione calcistica e si parte. Il viaggio scorre con qualche pioggia e qualche schiarita fino al porto di Tanger Med. Al mio arrivo mancano ancora 8 ore prima dell’imbarco. Gli ultimi cento chilometri sono stati caratterizzati da tanto vento e un po’ di sole che mi hanno permesso di asciugarmi completamente. All’arrivo al porto, cerco una tettoia dove ripararmi dalle prossime piogge che a guardare il cielo di sicuro arriveranno. L’unico posto è all’interno dell’area dogana di fianco ad alcuni muratori che lavorano all’ampliamento del porto. Con la faccia simile al gatto con gli stivali in Shrek 2 chiedo al poliziotto di poter entrare e percorrere dieci metri per potermi riparare. I miei occhi evidentemente funzionano, “io controllo questo posto, lì io non c’entro” mi dice in perfetto stile “io non ho visto niente”. Ottimo, mi attrezzo di sana pazienza pronto a passare le prossime 6 ore lì osservando la gente lavorare e le nuvole passare. Tempeste di pioggia si alternano ad un timido sole che fa capolino dalle nuvole. Durante un breve acquazzone tutti i muratori si riparano con me sotto la tettoia. Dieci minuti di pioggia e si parla, solite domande e tanti sorrisi mista a reale curiosità. Vengono da tutte le parti del Marocco, lavorano per diverse aziende. Il lavoro è buono e soprattutto garantito per un po’ visto i lunghi lavori che attendono il porto. Ancora qualche domande, la pioggia termina ed un fischietto richiama i giovani operai all’ordine, si torna a lavorare! Passano cinque minuti e uno di loro torna con un bicchiere di thè alla menta, “Whiskey marocchino, ne vuoi un po’?” Fantastici i marocchini, ovunque hanno thè e persino i muratori me ne portano un bicchiere, mi commuovo e credo non possa esistere modo più bello per salutare questo popolo e la loro accoglienza. Lo bevo di gusto, sarà l’ultimo qui in Marocco, lo gusto fino alla fine provando a memorizzare quel gusto che d’ora in avanti porterò con me. Passano le ore e ci fanno spostare davanti alla nave attendendo di essere imbarcati. Manca ancora un’ora e io ho gli ultimi trenta dirham nel mio portafogli. Sulla sinistra vedo un piccolo prefabbricato da cui escono dipendenti portuali. Bottiglie di plastica e bibite parcheggiate all’ingresso, che sia un bar? Mi avvicino pronto a spendere le ultime monete che a casa verrebbero persi in qualche cassetto dello studio. All’ingresso il proprietario sta buttando appena fatte, delle omelette sul piatto di un cliente. Lo sguardo mi cade proprio lì, su quelle opere d’arte color giallo simili a quelle che la mia mamma fa tanto buone. Pezzi di formaggio fuso le decorano. “Le vuoi anche tu?” mi dice il cliente e non so cosa rispondere, mi hanno preso un po’ alla sprovvista. Fuori fa freschino, le uova sono fumanti e l’attesa si protrarrà ancora a lungo. “Combien?” è la mia domanda, “venti dirham con pane olive e la bibita”. Incredibile, meno di due euro per tutto quel ben di  Dio? Dico di si senza esitazioni. Rompe quattro uova e prepara un’omelette meravigliosa e profumata. Prepara le olive un piattino e mi da un pane caldo e saporito. Mi siedo di fianco a colui che me l’ha consigliata, scambio due chiacchiere e dopo un po’ mi saluta, è un poliziotto di frontiera deve tornare al lavoro. Lo rincontrerò due ore dopo circa, sarà lui a dovermi controllare prima dell’imbarco. Ci riconosciamo, si avvicina, mi tira una pacca sulle spalle e mi chiede se le uova fossero buone, “oui, tres bonnes” dico io. “Bonne route” e un sorriso, questo è il mio controllo prima dell’imbarco. Adesso mi attendono 56 ore di noia e poi di nuovo l’Italia.

Il Marocco mi mancherà tanto, sono partito da venti minuti e ne sento la mancanza già adesso mentre vedo le sue coste scomparire all’orizzonte. Continua a leggere

11 commenti

Archiviato in I miei motoviaggi

Ait-Benhaddou

Il mattino è benedetto da un sole caldo qui ad Ait benhaddou. Lo vedo entrare nella mia stanza attraverso una fessura tra le tende. Non credo ai miei occhi, nel dormiveglia confondo il giallo con qualche riflesso dei vetri colorati. Mi alzo, dopo un giorno sotto l’acqua i miei vestiti sono umidi e le mie borse necessitano di sole e calore! Spalanco la porta, pochi secondi affinchè i miei occhi si abituino alla luce, e davanti a me un blu e un panorama che la sera prima non avevo assolutamente notato. Sono ad Ait- Benhaddou, una delle Kasbah meglio conservate di tutto l’Atlas, qui hanno girato diversi film registi famosi, Ridley Scott col suo “Il gladiatore” su tutti. Non vedo ancora la kasbah, dista dieci minuti a piedi, ma davanti a me lo spettacolo dell’Atlas innevato accompagnato da un’aria fresca e frizzante tipica del dopo tempesta. Mi volto sulla destra, come lucertole al sole, i muratori che lavorano al rifacimento di una stanza sono appoggiati al muro godendo del calore che il sole regala. Corro in camera, prendo la macchina e chiedo il permesso di fotografarli. Sono indecisi qualcuno si, qualcuno no, schiaccio il tasto, si apre l’otturatore, immortalati e con me per sempre. Rachid arriva col suo sorriso, in terrazza è pronto il tavolo con la mia colazione, mi porta un caffè nero, niente a che vedere col nostro italiano, ma buono e confortante appena svegli.

Arriva anche Abdou, entrambi gentili e sorridenti come al mio arrivo. Ho digerito senza problemi l’ottimo couscous con verdure e manzo che mi hanno servito la sera precedente, mi sento un leone, la luce è bella ed io riposato dopo ore di pioggia, freddo e fango. Come una brava massaia marocchina stendo tutto quello che posseggo sul muro caldo. Visto da fuori l’albergo sembra una delle tante case che ho visto nelle zone agricole intorno a Settat sempre con i loro tappeti appesi ad asciugare. I proprietari non fanno una piega, anzi mi aiutano a sistemarli, benedetta accoglienza marocchina! Prendo la mia canon e mi dirigo a visitare la Kasbah. Rachid mi guida per un pezzo “adesso vai a destra, tout droit”. Cammino pochi metri e davanti a me una meraviglia che ha il potere di lasciarmi senza parole per pochi secondi. Il fiume ai piedi del vecchio centro abitato è pieno e reso marrone a causa delle piogge abbondanti dei due giorni precedenti. Un servizio a pagamento permette con gli asini di percorrere i venti metri di acqua che mi dividono dalla kasbah. Nel punto più alto non credo superi i 40 cm. Osservo il tragitto che i berberi fanno fare ai loro asini per trasportare i turisti che a fatica riescono a cavalcarli. Osservo le loro zampe, non si immergono mai troppo. Studio la traiettoria, osservo i miei stivali, non mi hanno mai tradito e non lo faranno neanche in questa circostanza. Cammino nel fiume, scatto qualche foto, raggiungo l’altra sponda con i piedi perfettamente asciutti. Gli sguardi dei condottieri di asini mi hanno seguito dal primo passo. Con la macchina fotografica in mano speravano forse in una mia caduta per poter dire “ecco ciuccio italiano, prendevi l’asino e ti risparmiavi questa belle figura di m….”. Invece supero il guado, arrivo, saluto e incasso la vittoria. Pago 10 dirham e visito questo gioiello del XVI sec, perfetto esempio di pisè, la tecnica che usano tuttora per costruire le case. I mattoni sono realizzati con un misto di fango, paglia e sassolini di fiume. Tengono bene, la kasbah lo conferma e qui d’altronde non piove molto. I due giorni precedenti sono stati i primi dall’inizio dell’anno. “Sono proprio stato fortunato” mi dice Aziz dal bar dove scatto le prime foto, “senza pioggia il fiume sarebbe stato secco”. Eh già proprio una bella fortuna, peccato che per giungere qui abbia visto l’inferno! Impiego un’ora circa a scattare fotografie e ritorno in albergo. Preparo per l’ennesima volta i miei bagagli asciutti e sono pronto a partire. Nel frattempo la strada a Tizi-n-tichka è stata riaperta. Decido lo stesso di seguire il percorso giallo sulla mia mappa, quello che ieri mi sconsigliavano tutti. Il sole è davvero forte e se un po’ d’acqua dovrà esserci questo caldo di sicuro l’asciugherà. Naturalmente la previsione è sbagliata, non so dove porti quella strada, non so che alla fine della stessa raggiungerò i 2270 metri e sarò in mezzo alla neve. Percorro i primi chilometri in un paesaggio stupendo, questa è di sicuro la strada più bella che abbia percorso da quando ho iniziato questo motoviaggio. Complice la luce, complice il pisè che con tutto quel sole dona alla vallata un aspetto che non avevo mai notato in nessuno dei miei viaggi. Sono davvero sereno e sto bene, il paesaggio è meraviglioso, la moto, un’africatwin rd04 del 1991, regala solo emozioni e ormai dopo aver raggiunto i 4000 chilometri in terra marocchina con il mio motoviaggio sento sia arrivato il momento di darle un nome. Ci pensavo già da giorni ma il numero 4000 sul mio gps mi fa capire che non c’è più tempo da perdere. Mi fermo, siamo soli io e lei, la mia compagna, colei che ha retto il mio sedere per un mese senza sosta. Mefishmuskì ,ecco il suo nome, da oggi sarà Mefishmuskì. “Non c’è problema” vuol dire in marocchino ed in effetti a parte la pompa della benzina (non originale Honda tra l’altro, ma da me adattata da un piaggio Beverly 250) non mi ha mai dato un problema. Non potrebbe esistere nome migliore, prendo dell’acqua marroncina da una pozzanghera e la battezzo. Jallah, è tempo di andare! Davanti a me il paesaggio inizia a cambiare, ho già percorso quarantacinque chilometri, ne mancano ancora quindici alla tappa intermedia e le montagne di neve che al mattino vedevo in lontananza mi sono molto vicine, troppo vicine, in poche parole ci sono dentro. Davanti a me dopo pochi metri il primo guado. Se a valle l’acqua grazie al sole era evaporata, qui grazie allo stesso sole è la nave a sciogliersi e a rendere i simpatici rivoletti d’acqua fiumiciattoli. Ne attraverserò tre durante i rimanenti chilometri. Ogni volta la stessa scena. Fermo la moto, scendo a sondare con i miei stivali il fondo e l’altezza, fattibili. Ripenso a tutto quello che ho visto nei video su come guadare, dove tenere il peso e mi sento sicuro. Ho inoltre applicato la tecnica di Chris Scott e il suo Overland Sahara: “meglio stivali bagnati che moto e tutto il resto bagnato”. Pronti a partire! Al primo guado un po’ mi tremano le gambe, accendo la moto, innesto la prima ma passa qualche secondo prima di rilasciare la frizione, mi faccio forza e accarezzo il serbatoio di Mefishmuskì con la mia mano sinistra come fosse un purosangue. Rilascio la frizione, ho già studiato dove far passare la moto, va tutto bene, peso indietro e sguardo avanti, passo il piccolo guado, io e Mefishmuskì siamo ancora più uniti.

Raggiungo i 2270 metri, Tiz-n-tichka, intorno a me solo la neve e qualche venditore di rocce troppo colorate e troppo fosforescenti per essere vere. Ho raggiunto il punto più alto di questo motoviaggio e sono a centonove chilometri da Marrakech. L’orologio segna le due del pomeriggio, duecentoottanta chilometri mi separano da Settat, il quartier generale di Soleterre. Sento quel posto come fosse casa mia, decido che passerò lì la notte, una bella doccia calda, cibo italiano e se sarò fortunato una birra. Percorro pochi chilometri e le nubi che negli ultimi minuti avevano deciso di assumere la tonalità grigia, iniziano a scaricare in terra acqua e ancora acqua. Rimetto il completo antipioggia tucanourbano e la copertura arancione alle mie sacche laterali. Inizio la discesa a valle con una certezza:questa pioggia inizia proprio a rompere le palle! Continua a leggere

7 commenti

Archiviato in I miei motoviaggi

Nuvole Marocco

Ho lasciato Erfoud. Il cielo è nuvoloso, non promette bene oggi. Seduto nell’atrio dell’hotel osservo il cielo grigio e decido, pensando all’ acqua che di sicuro prenderò, come disporre i miei bagagli. Mentre mangio del pane fresco accompagnato da un ottimo olio d’oliva (la colazione del posto) vedo nel bar di fronte a me dei ragazzi giocare a biliardo. Indossano lo zainetto come fosse un’armatura, non lo tolgono neanche per eseguire i colpi più difficili. Già ieri li avevo notati, escono di casa qualche minuto prima ed impiegano così il tempo che precede il suono della campanella. Penso ai miei tempi quando ogni minuto primo dell’ingresso del professore era un tesoro da utilizzare al meglio per ripassare, copiare, ed in molti casi studiare. Vicino al mio liceo non c’era nessuna sala da biliardo aperta al mattino così presto e non so se in ogni caso avrebbero fatto entrare dei mocciosetti come noi. Intingo nel liquido verde la mollica, la mangio di gusto assaporando fino alla fine l’aroma che il pane col suo calore risveglia nell’olio. Prendo la mia macchina fotografica e mi dirigo verso il tavolo verde. Osservo i ragazzi per un po’, loro si incuriosiscono, sono sempre vestito da astronauta blu e stringo tra le mani una macchina fotografica equivalente allo stipendio medio di un anno marocchino. Chiedo se posso fare qualche scatto. Sono un po’ diffidenti ma si lasciano convincere dal mio sorriso e da qualche consiglio che do su come tenere la stecca. Il cielo è sempre più grigio, preferisco partire, oggi mi aspettano tanti chilometri.

Decido di seguire una strada secondaria, mi farà accorciare di cinquanta chilometri circa e mi permetterà forse di trovare un po’ meno asfalto, il mio motoviaggio oggi ha voglia di un po’ d’avventura. Supero il paesino di Jorf e alcuni simpatici piccoli vulcani iniziano a costeggiare per un chilometro circa da entrambi i lati la strada. Sono gli antichi pozzi da cui gli abitanti di queste zone prendevano l’acqua da portare ai loro villaggi. Adesso sono un’attrazione turistica, tende berbere montate all’ingresso e persone vestite con coloratissime djellabe. Scatto una foto e mi allontano prima di essere fermato da qualcuno per il solito rituale di domande teso a vendermi qualcosa. Raggiungo Tinejdad, tappa intermedia prima di Tinerhir città bella , con una meravigliosa kasbah in pisè, da qui iniziano i quattordici chilometri che portano alle gole del Todra. A metà strada tra le due città inizia la pioggia, quella sottile quasi impercettibile che in siciliano si definisce “assuppa viddranu”. È la pioggia che il contadino al mattino non considera neanche, non merita un ombrello o alcun tipo di protezione. Però lei c’è, sempre presente e costante. A fine giornata di ritorno dai campi dopo molte ore di lavoro, lei ha completamente inzuppato (assuppatu appunto) il contadino (lu viddranu). Raggiungo Tinehrhir e la pioggia è già mutata in pioggia normale che in moto naturalmente aumenta, a causa della velocità, il suo potere “inzuppante”. Decido di percorrere lo stesso i chilometri che mi separano dalle gole che raggiungono i 2000 metri. La scelta non è delle più intelligenti, salendo la pioggia si intensifica e lo spettacolo delle gole è orrendo, luce pessima e acqua talmente forte da non permettermi di tirar fuori la macchina fotografica. I venti minuti impiegati per raggiungere le gole hanno nel frattempo trasformato la strada che mi attende al ritorno in un pantano unico. Tutto diventa marrone grazie al fango che inizia a colare dalle pareti e  le buche si trasformano in simpatiche lagune. Il segno di quanto impraticabile sia il percorso anche per i camperisti più intraprendenti è la scomparsa dai punti strategici di tutti i bambini sempre pronti a vendere qualsiasi cosa. Il tempo raddoppia per percorrere i chilometri che mi separano dalla città e ormai sono ad un livello superiore rispetto all’inzuppamento del contadino siciliano. Con questo tempo raggiungo Boulmane-du-dades e Skoura. Città meravigliose che con la pioggia perdono tutto il loro fascino e i loro colori. A causa del tempo infame decido di non visitare le gole del Dades. Dovrei percorrere centoventi chilometri tra andata e ritorno e vedermi forse riproporre lo stesso schifoso spettacolo di quelle del Todra? No grazie, decido senza esitazioni che sarà per un’altra volta. Punto a Ouarzazate, la città è molto interessante, le abitazioni hanno lo stile che si incontra nelle kasbah presenti nella meravigliosa strada che la collega a Boulmane-du-dades. La pioggia non smette mai, la mia maschera è completamente inzuppata e inizio a sentire l’acqua persino all’interno del casco. Sono le quattro del pomeriggio, sono a soli trentadue chilometri da Ait-Benhaddou, la perla di tutto l’Atlas. Devo decidere cosa fare. Il tempo continuerà schifoso per tutta la sera immagino e se domani dovesse migliorare preferirei svegliarmi ed essere già pronto per visitare la città. Mi fermo per fare il pieno. Mentre riempio il serbatoio della Transalp che ho montato sulla mia Africatwin chiedo informazioni al benzinaio. Brutte notizie. La strada che va a Marrakech è interrotta all’altezza di Tizi-n-Tichka causa la frana di una montagna, e la strada secondaria, che si percorreva prima dell’apertura dell’autostrada, è assolutamente sconsigliata con questo tempo anche ad una moto come la mia. Questo significa che non posso proseguire a Nord verso Tanger passando da Marrakech. Se tutto continua così dovrò tornare indietro e arrivare a Nord di Tizi-n-Tichka da Est. Guardo la cartina, significano circa trecento chilometri in più. Non voglio pensarci, sono già  super bagnato, non saranno trenta chilometri a fare la differenza ed in ogni caso non voglio perdermi la perla dell’Atlas che conserva la Kasbah più bella. Percorro i primi venti su una strada piana, asfaltata e piena d’acqua. All’improvviso un cartello indica la svolta a destra, dodici chilometri ad Ait-Benhaddou, l’inizio della famosa strada sconsigliata in casa di maltempo. Avrò ancora luce per due ore faccio in tempo a rischiare e male che vada tornare indietro e dormire a Ouarzazate. Dopo i primi duecento metri la strada è un inferno, fango al posto dell’asfalto e schizzi dalla pozzanghere marroni provenienti dai 4×4 che scendono a valle. La mia maschera è marrone e lo stesso per la mia tuta tucanourbano. Le mie ossa sono umide e sento acqua corrermi lungo la schiena. Non ne posso davvero più, mi aspettavo un clima decisamente diverso. Percorro gli ultimi chilometri tenendo il pensiero fisso alla doccia calda che farò a qualunque costo. Questa sera albergo, non importa quanto pagherò, ho bisogno di riposarmi, mangiare e asciugare tutto quello che sta viaggiando con me. Raggiungo Ait-Benhaddou, sono in uno stato pietoso, mi fermo all’hotel Ksar, ho letto la recensione sulla guida Rough guides. Mi vedono arrivare, son gentilissimi da subito. Vengono fuori a prima ancora di parlare di soldi, mossi forse a pietà dal mio stato, mi offrono un tetto e mi propongono di vedere la camera. La vedo, è bella e pulita, tratto per essere gentile e assecondare la loro cultura, prezzo fissato con tanto di cena e prima colazione. “Avete doccia calda?” chiedo impaziente, “si tutta quella che vuoi” mi dice Abdou, il proprietario. Hamdulillah, potrò rinascere. Rachid è gentilissimo, mi accompagna fuori, si bagna insieme a me e mi aiuta a portare dentro tutti i bagagli dalla moto e infine a metterla all’interno del cortile, al riparo da acqua ed eventuali malintenzionati. Mi spoglio, mi fiondo nella doccia, sono ad Ait-Benhaddou, mi aspettavo qualcosa di diverso, un po’ meno camel trophy. Sotto l’acqua calda il mio corpo inizia a rigenerarsi, rinasco e penso alla cena. Ho fame e ho voglia di scrivere per non dimenticare niente di questa giornata. Ancora una volta l’accoglienza di questo popolo è meravigliosa, esco dalla doccia, mi asciugo e raggiungo il salone per vedere in che posto sono finito. Mentre osservo gli splendidi interni arriva Rachid con del thè alla menta caldo e zuccherato. Et voilà mesdames et monsieur, Ait-Benhaddou. Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in I miei motoviaggi

Manifestazioni Marocco



In queste settimana di motoviaggio in Marocco ho assistito ad alcune manifestazioni. Le ho viste a Settat, Tiznit, Erfoud e Merzouga. Niente a che vedere con ciò che ha infiammato tutta l’aerea del Maghreb ma semplici manifestazioni di protesta. Il problema comune a tutte le manifestazioni è sempre lo stesso: la richiesta di lavoro. In Marocco ci sono moltissimi giovani, più che in Italia, lo vedi girando che non è un paese di vecchi. Molti studiano e molti si laureano, per loro non c’è futuro, non c’è nulla da fare. Chiedono lavoro a chi li governa prima di pensare ad emigrare. Nessuno di tutti i manifestanti da me incontrati ha mai espresso dubbi o perplessità sull’attuale re Mohammed VI. A Merzouga è diverso, tutti hanno in mano stampe del re. Le agitano verso il cielo gridando come pazzi. Sono curioso, ho forse finalmente trovato qualcuno che protesta contro il giovane successore di Hassan II? D’altronde questo è un regno, è lui che nomina il primo ministro ed i ministri per cui, se qualcosa non va, non occorre essere degli esperti di geopolitica per capire che forse… Mi avvicino e domando, ma la risposta arriva secca e sincera “no,no, il re è buono, ha fatto e fa ancora tanto per noi, spesso investe i suoi soldi” mi dice Hammed, “semplicemente teniamo le stampe in mano perché gli vogliamo bene”. I suoi soldi, ma come li ha fatti il re questi soldi? Che lavoro fa il re? Non sono affari miei, sono un ospite, sono un turista mi ripeto. La manifestazione si svolge in maniera assolutamente pacifica e tranquilla. Le grida lanciate al vento, in mezzo al deserto a pochi passi dalle dune che tutti vengono a visitare troveranno ascolto? Gli abitanti del villaggio si lamentano con il governatore sentendosi abbandonati. “Non abbiamo un ufficio dove pagare le bollette per esempio e dobbiamo fare quaranta chilometri e andare a Rissani per ogni stupidata”, “un’alluvione nel 2006 ha creato danni al paese ma nessuno è mai intervenuto facendo qualcosa e le nostre case sono ancora in situazione pessime” dice Amin. Qui gli unici soldi che arrivano li prendono gli stranieri, loro investono e solo loro portano a casa qualcosa, per noi nulla!”.

E’ una manifestazione a cui partecipano tutti, donne, bambini, uomini e giovani. Saranno un centinaio, alzano mani, gridano la loro rabbia, cantano canzoni seguendo la voce di chi stringe in mano il megafono. Nelle precedenti manifestazioni a cui ho assistito non ho mai fotografato, sono qui con un visto da turista e questo vorrei fare. Questa volta è diverso, mi guardo in giro, sento una voce dentro che mi spinge ad andare. Parcheggio la moto, chiedo a dei francesi che osservano da lontano di essere i guardiani della mia Africatwin. Prendo la mia macchina e avvicino il leader del gruppo, chiedo se posso fotografare. Attorno a me nessuno a farlo, nemmeno un cellulare o una stupida compattina. I suoi occhi si illuminano e dicono molto di più del suo spagnolo essenziale. Mi chiede di fotografare e di raccontare i loro problemi. Lo Faccio, per la prima volta sento che qualcuno ha bisogno del mio lavoro. Gli prometto che creerò un post sul mio blog per dare voce alla loro richiesta, non è molto e non credo che i governatore lo leggerà, ma lui è felice. Mi lascia la sua mail e mi chiede di scrivergli quando avrò postato qualcosa. Ciò che chiedono è il minimo. Servizi soprattutto, in una città che essendo molto turistica attira persone e anche molti soldi. Ho visto tanti, troppi paesi in Marocco in cui manca tutto, manca molto, spesso l’essenziale. Ancora si cammino sul fango e l’asfalto non sempre ricopre le vie che collegano gli edifici. Non esistono collegamenti efficienti, bambini tutti i giorni compiono chilometri a piedi per raggiungere le scuole. L’analfabetismo femminile soprattutto nelle zone rurali raggiunge anche il settanta per cento, i bambini sempre in quelle zone lavorano come fossero grandi. La gente chiede semplicemente di essere ascoltata. Se, inshallah, questo post servirà a qualcosa sarà solo merito degli abitanti del paesino di Merzouga. Continua a leggere

7 commenti

Archiviato in I miei motoviaggi

Merzouga

Merzouga, le dune di Sabbia, erg Chebbi questa è la mia meta. Per chiunque possegga un’Africatwin è la Mecca , bisogna andarci almeno una volta nella vita. Mi sveglio presto sono emozionato, la colazione è a base di thè alla menta, marmellata, dolci marocchini. È un miracolo che riesca ancora a stare in piedi, in venti minuti ho assorbito infatti la dose di zucchero che un essere umano necessita in un’intera settimana. Erfoud è un posto strategico poiché si trova a metà tra le oasi del fiume Ziz e Merzouga. Mi dirigo a Nord al mattino verso le oasi, il tempo è nuvoloso e nonostante il saccarosio il mio umore non è dei migliori. “Che schifo vedere e fotografare delle dune di sabbia col cielo grigio e la luce piatta” e Rachid, il proprietario dell’albergo, ci mette il carico da novanta, “è prevista pioggia più tardi”. Fingo di non aver sentito, finisco i miei dolcetti e il thè facendo così la gioia del mio dentista a Milano.

Il fiume Ziz è ricco d’acqua e grande, andando verso Er Rachidia le oasi si trovano tutte sulla sinistra della strada, è davvero un peccato, l’unica strada che passa in mezzo ai paesini è bloccata causa lavori. “Non ci passano neanche i muli” mi dicono Abdu e Kamal, noi abitiamo lì. Sono sulla strada e aspettano un grand taxi. “Quando arriva?” chiedo ingenuo, “boh, appena arriva noi però siamo qui”. Non fa una piega e penso alla grande differenza che il tempo assume da noi ed in Africa. Mentre mi rispondono li osservo attentamente e mi accorgo che hanno lo stesso sorriso e gli stessi occhi. “Quanti anni avete?”, “trentadue e ventiquattro” mi dice il più grande, “siete fratelli?”, no “padre e figlio”. Faccio un rapido calcolo, la differenza è otto. Abdu ha avuto Kamal quando aveva otto anni, devo aver capito male e chiedo conferma, “yes, He is my father” mi dice Kamal sorridendo e passando ad un inglese striminzito. Chiaro che mi stanno prendendo in giro, loro devono passare il tempo in attesa del taxi, ringrazio e me ne vado. Credo poco a questa coppia di clown improvvisati e penso che la strada non sia chiusa, seguo il mio istinto e decido di prenderla. Percorro 400 metri e mi ritrovo nel mezzo di un villaggetto che mi riporta indietro di cento anni, dove tutti mi guardano come fossi un extraterrestre e dove naturalmente nessuno parla francese. Dopo tentativi vari mi sembra di capire che l’uomo con più denti tra i presenti mi dica di andare a destra. Vado, 40 metri e la strada è chiusa da una casa e un asino che legato con una zampa ad un sasso mangia dell’erba verde. Manovre miracolose per girare l’animale da duecentocinquanta chili che mi accompagna fedele da tre settimane ormai, ritorno nella piazzetta. Provo a richiedere, non ci capiamo prendo la strada più larga questa volta ma la scelta è sbagliata, cento metri e una montagna di sassi la blocca. Rimane la terza, questa volta non chiedo neanche, la seguo, è bella, passa sopra un ponticello, tra due case di terra, accarezza delle palme e inizia a stringersi. Si stringe ancora e dopo pochi metri ancora di più. Adesso ci passa solo la moto e forse due persone. Ancora un pò e davanti a me un bel canale pieno d’acqua, quello che le donne usano per lavare i panni. Forse papà e figlio avevano ragione? Forse davvero Abdu ad otto anni, mentre io giocavo col commodore 64, ha provato “l’estasi suprema che è propria dell’idillio dell’amore?”. Non lo saprò mai e mentre penso tutto questo arrivano i bambini del villaggio. L’evento deve essere speciale ai loro occhi, non capita d’altronde tutti i giorni di vedere un cretino vestito da astronauta nel fondo della stradina del bucato. Naturalmente la mia sudorazione aumenta al solo pensiero di dover girare la moto per tornare indietro, loro iniziano a ridere come pazzi. Non mi aiutano, mi guardano muovere la moto, lo show immagino sia tutto lì. Si divertono e forse hanno ragione, io l’uomo supertecnologico, arrivato dal paese dei nababbi, con tutina e zaino da capitan Harlock incastrato in un vicoletto che per loro altro non è che la strada della lavanderia. Tutto sarebbe fantastico se all’improvviso un bambino non lanciasse la geniale idea di pronunciare le due parole mitiche “donnez-moi”. Ho appena iniziato le mie manovre teso a non fare ribaltare la moto quando tutti i bambini iniziano la cantilena. Per un attimo immagino cosa possa essere l’inferno. Riesco ad uscirne, riprendo la strada maestra. Le oasi dello Ziz le vedo così, un po’ dall’alto e un po’ dalla strada. Parcheggio la moto, vado a piedi provo a fare qualche foto ma è una pessima idea, attiro tutti come il miele con le api. Me ne vado, osservo un po’ da lontano questo spettacolo immenso e stupefacente e punto a Sud verso Merzouga. Sessanta chilometri circa e raggiungo Rissani, bel paese con una porta meravigliosa e un circuito, da non perdere assolutamente, di tante piccole kasbah ancora abitate. C’è una strada che le attraversa tutte, sono molto povere e sporche, entrarci senza una guida è impensabile. Io naturalmente ci provo, ma vengo subito “accerchiato” da bambini. Mi corrono incontro da un improvvisato campo di calcio chi correndo, chi con la bici sollevando un polverone simile ad una tempesta di sabbia. Riesco a scattare d’istinto alcune foto. Si avvicina un ragazzotto di 15 anni che mi chiede subito cinquanta dirham! Cosa? Cinquanta dirham? Di solito ne vogliono uno, l’equivalente di 9 centesimi di euro. Questa volta ben quattro euro e mezzo?  Capisco, vedrò le kasbah solo da fuori questa volta. Hanno tutte la caratteristica di avere la porta d’ingresso sempre coloratissima, il resto è invece color fango impreziosito da sacchetti di plastica dalle mille tonalità portati lì dal vento del deserto. Proseguo, ancora quaranta chilometri e arrivo a Merzouga. Lungo la strada vedo avvicinarsi chilometro dopo chilometro la montagna di sabbia, è spettacolare. Sono fortunato poiché non ci sono turisti, percorro quindi tutta la strada in assoluta solitudine. Non incrocio una macchina. A pochi chilometri dal paesino una sfilza di cartelli pubblicitari distrugge come per magia il paesaggio. Sono le varie maison d’hotes o auberge che con i loro cartelloni danno all’ingresso del paesino un’aria un po’ Las Vegas. Le dune sono bellissime e con qualche minuto di sole, che il buon Dio mi regala, assumono una colorazione spettacolare. Scatto qualche foto e poi mi avventuro al loro interno. La sensazione è avvolgente, il silenzio, il mare di sabbia e davvero l’infinito. Mi butto per terra, la mia schiena sulla sabbia e il mio viso verso il cielo. Ho raggiunto Merzouga, l’erg Chebbi!

Ritorno alla moto e vedo, spuntato dal nulla, un ambulante che proprio a 3 metri dalla mia rd04 sta allestendo una micro bancarella. Mi guardo intorno e ci sono solo io, realizzo in pochi secondi di essere il fortunato destinatario di tutta l’operazione. Blocco subito tutto il suo lavoro dicendogli che non comprerò nulla, lui si rattrista un po’, ho ancora del tempo però e quindi scambio due chiacchiere. Gli faccio una foto e me ne faccio fare una in sella alla bicilindrica di casa Honda. Prometto di spedirgli la sua appena sarò a Milano rendendolo così felice. Chiama i suoi amici e iniziamo a parlare un po’ di Merzouga e dei problemi che nonostante tutto l’affliggono. Ci salutiamo, strette di mano e mi dirigo verso il mio alberghetto ad Erfoud. Dopo 20 minuti di strada non posso credere a ciò che vedo davanti a me. Un gruppo di poche persone cammina zaino in spalla. Inchiodo mi presento e subito inizio a fare domande. Scopro che sono giapponesi e arrivano da Tokyo. Sono in viaggio in Marocco da due settimane e hanno deciso di coprire la distanza Merzouga-Rissani (quaranta chilometri) a piedi. Passeranno la notte nel deserto probabilmente, si trovano infatti a venti chilometri circa dalla meta ed il tramonto, pallido e anonimo, è quasi al termine. Chissà se sanno della tragedia che ha avvolto il loro paese meraviglioso. Sono felici, ridono tra loro e sembrano sereni. Preferisco non dire nulla ma augurar loro semplicemente buon viaggio. Faccio un po’ di foto e loro, per non tradire la provenienza, in dieci secondi tirano fuori tutti una compattina e iniziano a fotografare questo italiano vestito di blu. Foto di gruppo con saluto giapponese e vedo l’erg Chebbi scomparire nel mio specchietto retrovisore sinistro. Adesso può iniziare il ritorno verso casa. Continua a leggere

11 commenti

Archiviato in I miei motoviaggi

Marocco,cammello

La vedete questa foto? E’ la causa di quello che mi è successo qualche giorno fa. Adesso posso raccontarlo ho avuto tempo di interiorizzare. Non l’ho detto subito, non sapevo se scriverlo, molti di quelli che mi leggono avrebbero potuto preoccuparsi. Sono cose normali, in viaggio capitano, a volte finiscono peggio, hamdulilla, a me è andata bene. Sono su una di quelle strade lunghe chilometri con intorno hammada e di cui scrivevo giorni fa. Tengo il manubrio con entrambe le mani, è bello sentire il vento, il sole e il rumore del motore sotto, in mezzo alle mie gambe. I pensieri in quelle occasioni vanno di pari passo con ciò che hai attorno, sono liberi di muoversi e non hanno i vincoli. Non è come in città in cui tutto è stretto, limitato, qui senti che anche con la tua mente puoi osare, puoi andare oltre. Mentre come “the dude” sono sul mio tappeto su due ruote vedo davanti a me, come un miraggio, un cammello in mezzo alla strada. Come nei cartoni animati  strizzo i miei occhi per verificare che sia tutto vero. E’ proprio così, quella bestia enorme è semplicemente fra me e la continuazione del mio viaggio. Fantastico, finalmente succede qualcosa! Decelero, non vorrei che il cammello si spostasse. E’ perfettamente centrato, se avessi dovuto posizionarlo io non avrei potuto fare di meglio. Il cammello si gira, mi ha sentito, per quanto faccia piano con la moto ha già abbandonato la posizione perfetta che aveva. “Peccato” mi dico, si dirige sul fianco e poi si butta sulla sabbia a sinistra. Inizia a mangiare e ogni tanto mi guarda, ipnotico lo osservo, non ho mai visto da vicino un cammello vero, uno di quelli che non hanno corde, guinzagli, seggiolini per turisti sopra, tappeti e quant’altro. Siamo soli, io, lui e l’hammada, continuo a guardarlo, lui mangia, alza la testa e mi osserva e poi ripete il tutto. Tiro fuori la macchina fotografica, scatto la foto che vedete, è l’unica! All’improvviso da dietro sento una voce e vedo una persona corrermi incontro. È ancora abbastanza lontana, sembra una ragazza. Tipico vestito da pastore che tante volte ho visto in questi giorni, Djellaba, turbante in testa e bastone in mano. Arriva e si ferma davanti a me. Improvvisamente ho la sensazione più brutta che si possa sentire, capisco che se me ne vado in fretta faccio solo bene. Non so spiegarlo, lo sento. Incomincio a mettere via la macchina fotografica e la ragazza, un po’ più bassa di me con un viso non gradevole e una brutta cicatrice sulla guancia destra, mi dice che vuole qualcosa. Non riesco a capire perché, che cosa, da dove sia sbucata fuori. “Cazzo, fino a 10 secondi prima eravamo solo io il cammello e l’hammada!” In ogni caso sento tra tutto quello che dice, e di cui non capisco niente, la parola “argent”. Ci risiamo, “Je n’ai pas d’argent sur moi” le dico, ma immagino risultare poco credibile visto la moto che ho e la macchina fotografica che mi ha appena visto riposizionare nella custodia.

Regalandole un sorriso le dico che non ho soldi, giro la chiave nella toppa e accendo la moto. In quel momento capendo che me ne sto per andare via alza il bastone in alto. Dal suo viso e dal linguaggio non verbale intuisco che se non le do qualcosa mi tirerà una bastonata. Non ho il tempo di fare nulla, vedo il bastone abbassarsi su di me. Fortunatamente la ragazza, che nel frattempo ha alzato il tono della voce, sbaglia mira e tira una botta impressionante sulla mia moto che al volo si spegne. Lei inizia a correre via, io sono paralizzato e sento un brivido freddo corrermi giù per la schiena. Provo a riaccendere la moto ma non parte, lei continua ad allontanarsi. La moto non va, non ricordo neanche più cosa faccio, tocco qualche tasto, tiro una leva forse e la moto si accende, mi sento al sicuro adesso. Vedo che la mia freccia sinistra è rotta e il mio specchietto retrovisore spaccato. Lei ferma dietro una duna mi guarda, io adesso non mi muovo, la invito con la mano a venire indietro, ho una voglia irrefrenabile di darle una manica di mazzate per quello che ha fatto alla mia moto e per la paura che mi ha messo addosso. Mi guarda, sarà distante 40 metri. Alzo ancora il braccio e muovo la mano con gesto chiaro invitandola a ritornare. Non la vedo più, sparisce dietro la duna. “Ma vaffanculo” e ingrano la prima, ormai l’adrenalina incomincia ad andarsene via. Mentre la moto si muove e giro la mia testa verso il povero cammello sulla sinistra che ha assistito a tutta la scena e mi guarda, sento delle voci giungere da destra. Mi volto di scatto, dalla duna sbucano due ragazzi, maschi questa volta. Non ci penso neanche un secondo, ingrano tutte le marce che ho, faccio il record di accelerazione per un’Africatwin. Lascio sul campo una freccia anteriore e uno specchietto retrovisore originale Honda. Questa foto non è il massimo lo so, ma è l’unica che ho fatto quella mattina e si porta dietro una bella storia che adesso conoscete anche voi. Continua a leggere

21 commenti

Archiviato in I miei motoviaggi

La valle del Draa, “donnez-moi” valley

Sono ad Erfoud, pochi km da Merzouga. Non distante da me l’erg Chebbi, le dune di sabbia più alte del Marocco. L’Algeria è molto vicina e prima della guerra civile, il confine tracciato nella sabbia su una duna nel Sahara, era attraversabile, oggi non più. Ho trascorso gli ultimi due giorni macinando chilometri su chilometri. Ieri ho riposato, non ho scattato nemmeno una foto, ho deciso di viaggiare solamente. Acceleratore, frizione e sosta alle pompe di benzina, niente più. Il vento in faccia come unico compagno. Sono stato fortunato, ho preso il mio “day-off” lungo il tratto più noioso dal punto di vista fotografico che abbia finora attraversato. Strada asfaltata, l’unica percorribile, da Trafaoute ad Igherm. Piccola sosta nel centro del paesino, acquisto pesce fritto e pane, lo mangio di gusto. Il pesce è gustoso e fresco, morbido tra i denti. Il pane ancora caldo è ciò di cui ho più bisogno. Ho freddo addosso, ho viaggiato per più di 90 km tra i 1700 e i 1900 metri di altitudine, è l’anti Atlante. Ho sottovalutato la montagna alla partenza e non indosso l’attrezzatura adatta. I chilometri non terminano mai su quelle curve con gradazioni impensabili. Sono le 11.30, divoro il mio pranzo sotto gli occhi dei passanti, regalo le lische ai molti gatti randagi che miagolano sotto i miei piedi. Questa volta vesto tutto il materiale che tucanourbano mi ha fornito, i guanti, i pantaloni antivento e la maglia. Compiono il loro mestiere a meraviglia, non ho più freddo e fino a Taliouine osservo il paesaggio che negli ultimi 30 km preavvisa ciò che mi aspetterà per i successivi 700 chilometri. Una strada con intorno hammada, il deserto marocchino, fatto di pietre e non sabbia come molti credono. Al di là delle dune di erg Chebbi e di Mhamid la sabbia è solo nella fantasia del turista. Raggiungo Taliouine, non merita una visita, mi fermo al primo distributore, faccio il pieno come sempre e sono di nuovo in marcia. La meta è Tazenakht, la raggiungo due ore prima del tramonto, decido di fermarmi all’hotel Zanaga. Costa poco, non chiede tanto e da ancora meno. Dopo tre giorni di campeggio desidero solo un letto comodo. Tratto e ottengo un buon prezzo comprensivo di doccia calda. In Marocco la doccia calda la paghi a parte perché spesso i boiler vanno a legna. Senza ospiti non mettono legna. Se dici di si devi attendere un po’, il tempo che la legna si accenda e scaldi il mega boiler. Aspetto, prendo la mia rivincita trasformando la doccia calda nell’hammam personale. Trenta minuti sotto il getto caldo, il caldo della legna, anche attraverso l’acqua puoi sentire la differenza. Recupero il mio guanto per il gommage che avevo in borsa dai tempi di Settat. Faccio uno scrubbing deciso, la mia pelle rinasce. Il mattino seguente mi sveglio presto, ho dormito 10 ore e ho voglia di vedere la sabbia. Mi concedo una pausa attraversando la valle del Draa, da Agdz (che si pronuncia Agadez) verso Zagora. La strada è asfaltata adesso, da entrambi i lati vecchie Kasbah ormai in rovina. Risalgono al XVII secolo, erano abitate dalle varie tribù della vallata. E’ un trionfo di palme, verde e mattoni di terra. Poco prima di Agdz mi fermo in un’oasi. Uso l’espressione oasi da quando ho più o meno l’età per parlare ma non ne ho mai vista una. Mi basta entrarci, attraverso uno sterrato dove passano solo i muli e i residenti per scoprire un nuovo mondo. Attorno c’è l’hammada, il nulla, rocce e tanto sole. Qui è il paradiso, fresco, verde e uccellini che cinguettano. Sembra di essere ad Hide park in primavera. Pochi metri fuori l’inferno, qui la pace. Donne piegate sul terreno raccolgono, seminano e innaffiano mentre intorno il rumore dell’acqua  nei canali è il simile al canto delle sirene di Ulisse. Chiudo gli occhi e immagino il valore che questi angoli avessero nel passato, quando con i cammelli per percorrere pochi chilometri occorrevano giorni. Il perché delle lotte per accaparrarseli e la tenacia di chi difendeva il proprio paradiso in terra con la vita. Apro gli occhi, immergo la mia mano nell’acqua fresca e trasparente del canale, devo riprendere il mio viaggio. La valle del Draa è meravigliosa, ti riporta indietro nel tempo. Le persone qui vivono allo stesso modo da 400 anni fa, non vedi troppe differenze. E’ facile immaginare come fosse qui secoli fa. Togli l’asfalto e qualche bicicletta mezza distrutta ed il gioco è fatto. I muli sono l’unico mezzo di trasporto, le donne velate si nascondono ad ogni occasione. Ceste stracolme di foraggio vengono trasportate sulle teste. Sono il cibo per gli animali che qui hanno poco da pascolare. Si vede che qui i turisti (e non i viaggiatori) hanno rovinato tutto. I bambini non sono normali. A qualsiasi età si nascondono dalla macchina fotografica, spariscono, corrono. Tu la metti via e loro arrivano. Non ti salutano neanche incominciano a pronunciare le due parole che potrebbero dare il nome alla valle:”donnez-moi”. Sentirò “donnez-moi” minimo 100 volte, il numero dei bambini che incontrerò. Donnez-moi bon bon” “donnez-moi stilo” “donnez-moi argent”. Solo questo sanno dire i bimbi niente di più. E’ così in tutto il Draa, ad Agdz, a Tamnougalt, a Timiderte, Tinzouline. Kasbah meravigliose rovinate dalla presenza di bimbi “donnez-moi”insistenti come api sul miele e guide che ti vedono da lontano e non ti mollano più. Dopo la prima kasbah, quella meravigliosa di Tamnougalt, non ne posso più. Sono davvero infastidito, non riesco a fotografare, mi seguono, mi sono addosso, mi chiedono e vogliono sempre vendermi qualcosa. Ovunque punto la macchina me li trovo davanti. Faccio brutte foto, voglio evitare la solita foto della Kasbah con il mulo in primo piano, ma è già tanto se non impazzisco. Come faccio a fare una foto con 10 persone intorno e il loro coro “Italiano?” “Espanol?” “Francais?” Deutsch?”, “donnez-moi stilo!”,”donnez-moi argent!”. Non do la colpa a loro, sono solo le vittime, ma a tutti quei turisti che non sanno viaggiare, che vogliono spaghetti ovunque vanno nel mondo, bagni profumati e hammam decorati con marmo di Carrara e vetro di Murano. Arrivano qui vestiti di tutto punto e mossi a pietà da due poveri occhietti incominciano a dare penne, dolcetti o soldi”. Quando si viaggia non si da nulla di materiale, si regala il tempo, non si corre come a casa nostra, si ascolta, si seguono i tempi dei locali, si parla con le persone, si cerca di capire condividendo. Se non vi piace mangiare e correre il rischio della dissenteria, dormire in lenzuola che di bianco non hanno nulla o aspettare un taxi che dovrete dividere con altre sette persone statevene a casa! Voi forse vi annoierete, il mondo vi ringrazierà!

Prima di uscire e percorrere i rimanenti 170 chilometri di nulla, mi fermo da Abdu Ramin. Vende datteri sulla strada, è uno tra i tanti venditori del frutto della palma che nella zona sono la principale fonte di sostentamento. Quasi tutti si buttano letteralmente sotto le macchine pur di attirare l’attenzione. Ne trovi uno ogni 200 metri. Abdu mi colpisce perché è seduto. Non si agita, non si mette in mezzo a tutti i costi. E’ un’eccezione nella giornata di oggi, mi viene naturale fermarmi solamente per dirgli che mi piace come fa. Quinta, quarta, terza, seconda e accosto. Spengo la moto. Abdu mi viene incontro mi stringe la mano “salam aleknum” “alekum salam”. Gli indico le scatole che ha lasciato sul banchetto, trattiamo, parliamo, compro. Spunto un prezzo buono, 20 dirham per mezzo chilo, pago i miei datteri e gliene offro uno. Rimane stupito, lo accetta, ne prendo uno anche io e mangiamo insieme. Non parla francese, la nostra comunicazione è tutta in quel masticare il frutto secco e dolce e nelle nostre mani che si stringono per salutarsi. La “donnez-moi” valley è alle mie spalle ormai. Giro il mio acceleratore passo per k’nob, Tazarine, Alnif e infine Rissani. Leggo la mia guida vicino ad una pattuglia della Gendarmerie Royale, evito così che si avvicinino finte guide locali. Saluto i poliziotti e riparto, non dormirò nella super turistica Merzouga, punto ad Erfoud, la città che prima della strada asfaltata per l’erg Chebbi era il punto strategico di partenza per l’escursioni nel deserto. Trovo un alberghetto super economico, tratto con Rachid il prezzo. 150 dirham per due notti con colazione compresa, doccia calda e parcheggio della moto nel garage adiacente. Sto diventando un ottimo mercante. L’hotel Merzouga sarà il mio letto e la mia doccia nei prossimi due giorni. Continua a leggere

8 commenti

Archiviato in I miei motoviaggi

Tafraoute

La Valle dell’Almen. Ho pensato a lungo se venire qui indeciso sin dalla mia progettazione del viaggio a Milano. Avrei preferito evitare questa tappa per dirigermi subito verso il sud del Draa e dell’erg Chebbi in seguito. Se l’avessi fatto avrei commesso la stupidata più grossa di tutto il mio viaggio. Tafraoute è il paesino più famoso di tutta la vallata che senza ombra di dubbio è già motivo sufficiente per un viaggio in Marocco. Attorno a Tafraoute arroccati tra le montagne sorgono circa 26 paesini, alcuni interessanti altri meno. La cosa che ti colpisce da subito è il fatto che anche nel paesino più sperduto trovi sempre case troppo belle rispetto al tenore di vita del posto. Mi chiedo da subito come mai. E’ il proprietario del camping dove passo la notte, il camping Tazka, a risolvermi il dubbio. “ Qui tutti gli uomini emigrano, vanno in Francia oppure a lavorare in altri paesi del Marocco, soprattutto nel settore agricolo. Tornano qui da pensionati e con i soldi che hanno messo via si costruiscono case in stile europeo dove passare il resto dei loro giorni”. Si avete capito bene, non stanno qui per venti oppure trenta anni. Mi dice che così funziona, stanno tutti bene, nessuno si lamenta e non c’è motivo di cambiare le cose. Se lo dice lui… Io immediatamente penso alla mia ragazza che dopo soli 14 giorni in terra marocchina incomincia a richiedere la mia presenza. Finalmente mi spiego perchè non ci siano uomini in giro ma solo bambini e donne, tutte rigorosamente coperte di nero. Veli enormi che lasciano fuori solo gli occhi. Al mio saluto non rispondono e se solo fermo la moto ( la macchina è ancora riposta nella sacca) tirano il velo il più possibile e si voltano mostrandomi la loro nuca. Messaggio chiaro, non occorre avere studiato il berbero per capire cosa significhi. Ad ogni modo non sono i paesi con le loro case in stile Disneyworld, sempre con tonalità dal rosso porpora all’ocra, il vero motivo del motoviaggio, è la vallata con i suoi panorami mozzafiato a meritare la visita. Percorro circa 70 chilometri di strada anonima da quando lascio Aglou, ripasso da una Tiznit ancora sonnolenta ed è solo quando appare il cartello che indica 22 chilometri a Tafraoute che la magia inizia. Parcheggio subito la mia africatwin a bordo strada e tiro fuori la mia macchina fotografica. Faccio una panoramica e riparto. Curva successiva stessa scena. Vado avanti così fino a Tafraoute. Impiego circa un’ora per percorre quei 22 chilometri. L’aria è fresca e attorno solo il rumore del vento e di qualche uccellino. Non trovo un turista. A fine giornata di ritorno al campeggio avrò contato 8 macchine, due camper, 3 bici e qualche asino. Da quando sono partito ho visto pochissimi turisti. A parte i camper nelle aree attrezzate il Marocco è deserto, ogni tappa che compio sembra io stia svolgendo una gara a cronometro.

Decido che non posso fermarmi ad ogni curva e così riesco a raggiunger il famoso Chapeau Napoleon e le rocher peints del belga Jean Veràme. Avevo molti dubbi a proposito di quest’opera di Land art, sono sempre scettico sulla materia, l’idea di rovinare in modo perpetuo la natura intervendo in modo così aggressivo. Inoltre dalle foto che ho visto a casa qui le rocce sono dipinte di blu  rosa. Percorro un chilometro circa di strada sterrata e loro sono davanti a me dispersi nella valle. Mi devo ricredere, il paesaggio è incredibile, le enormi rocce levigate dalla natura con le loro nuove tinte accese, conferiscono un area quasi surreale al posto. Non trovo una guida cartacea della zona in paese e così mi avventuro per la vallata dopo aver lasciato tutto in campeggio. Dopo pochi km non so bene dove mi trovi. Vedo arrivare una Pegeout bianca e alzo il mio braccio. Si ferma Mohammed, è gentile, mi regala un sorriso e mi dice che a 3 km troverò un bivio, “tieni la sinistra per andare ad Ait-Mansour“. E’ il paesino più interessante all’interno delle gole interamente circondato da palme e con tanta acqua nei mesi invernali. Ringrazio, metto il casco ma vedo che Mohammed non si muove. Questa volta è lui ad alzare il braccio. La sua macchina non va. Tira fuori una chiave e cambia due candele. “Ho troppo Olio nel motore e si sporcano subito”. Apre il cofano, osservo quel motore e mi chiedo come la macchina possa semplicemente pensare di muoversi. Cambia le sue candele con due ancora più vecchie e più sporche. Lui ci crede, gli capita spesso mi fa capire, ci è abituato. Le mani nere come quelle di un meccanico vengono pulite sui pantaloni senza troppi complimenti. Mi chiede una piccola spinta. Gliela do, se d’altronde non si fosse fermato per rispondere alla mia domanda non avrebbe avuto questo problema. Chiave girata, seconda ingranata spingiamo entrambi, lui dall’abitacolo io da dietro. Pochi metri lascia la frizione e la Pegeout 504 riparte e si allontana. Una mano sbuca dal finestrino e si agita, immagino sia il suo grazie. Raggiungo le gole e mi attende un piccolo pezzo in sterrato semplice. Pochi chilometri e mi ricollego alla strada asfaltata. Percorro tutto l’altro lato della vallata, asini, ancora donne e bambini che ad ogni mio passaggio mi corrono incontro chiedendomi una mano oppure un colpo di clacson. Li rendo felici e, come i piloti della Parigi Dakar nei metri finali, mi alzo in piedi agitando il guanto azzurro un pò sudaticcio. Qualcuno osa di più e mi chiede di impennare la moto. Mi piacerebbe se solo sapessi farlo ed in ogni caso la mia Africatwin con i cavalli che ha non si alza neanche a pregare. Raggiungo il campeggio, il sole sta calando. Mi cambio i pantaloni e vado al ristorante Etoile de Agadir. Mangio la Tajine più buona da quando sono in Marocco. E’ con le mandorle e le prugne, ho fame oggi, ho guidato tanto. Concludo la cena con un buon thè alla menta, è ben fatto, dolce, saporito e alla giusta temperatura. Esiste modo migliore per prepararsi ad una scomoda notte in tenda sperando in un sonno ristoratore? Continua a leggere

6 commenti

Archiviato in I miei motoviaggi